Lotte in corso. ASIA
Algoritmo e lavoro. Scioperi e proteste contro i ritmi e gli stipendi di fame hanno portato alcune aziende a concessioni. E ora sta per intervenire lo Stato
Si alza presto ogni mattina e passa la giornata sulla sella di un motorino o di una bicicletta, trasportando uno zaino carico di ordini fumanti da consegnare casa per casa. Deve correre, sempre, anche sotto la pioggia, in costante apprensione di arrivare in ritardo. Una app gli dice dove andare e quanti minuti ha per raggiungere la destinazione. Gli ultimi mesi lo hanno visto scendere in piazza a protestare, assieme a migliaia di suoi colleghi, per le inadeguate condizioni contrattuali.
La polizia della capitale aveva avvertito che non ci sarebbe stato alcun permesso di manifestazione perché l'emergenza Covid, che in Indonesia registra oltre 300mila casi e oltre 11mila vittime la maggior parte delle quali proprio a Giava, non consente assembramenti.
Ma la rabbia che da lunedì scorso infiamma la nazione insulare del Sudest asiatico dopo l'approvazione in parlamento della Legge Omnibus su lavoro e investimenti è esplosa tra martedì e mercoledì nella capitale, Covid o non Covid, come in altre aree del Paese.
Ma gli scontri anche violenti registrati in diverse città sono solo la punta di una protesta diffusa che non ha bisogno dei riflettori della guerriglia urbana per dimostrare quanto si sia ormai allargata in tutto l'arcipelago. Decine di migliaia di indonesiani hanno continuato infatti a manifestare anche ieri in tutto il Paese come ormai avviene dal giorno dopo l'approvazione della legge di riforma del mercato del lavoro.
L'emergenza Covid non ha arrestato il movimento di protesta che dallo scorso ottobre chiede la rimozione dell'intera classe politica e manifesta contro gli effetti della grave crisi economica. Scontri in diverse città sono proseguiti fino a tarda notte tra manifestanti antigovernativi e soldati libanesi, dove da giorni sono riprese le proteste contro il carovita, la corruzione e il sistema bancario, quest'ultimo considerato assieme ai politici il principale responsabile della grave crisi economica in cui si trova il Paese.
Uno sciopero di 24 ore ha sconvolto gran parte dell'India. I lavoratori sono scesi in strada in diverse città del paese per protestare contro il peggioramento delle condizioni di vita.
Una decina i sindacati che hanno invitato i loro iscritti a incrociare le braccia mercoledì 8 gennaio contro quelle che hanno definito le politiche antipopolari del governo di Narendra Modi. "L'atteggiamento del governo è di disprezzo nei confronti del lavoro", ha affermato il Center of Indian Trade Unions.
La rabbia per l'aumento del prezzo della benzina esplode in altre città, i pasdaran minacciano i manifestanti, il governo risponde con repressione e aiuti anticipati ai poveri. Le Nazioni Unite fanno appello alla calma. Ma la situazione economica è al collasso a causa delle sanzioni Usa e l'uscita di Washington dall'accordo sul nucleare del 2015.
Non si placa la protesta in Iran, partita lo scorso venerdì dopo l'annuncio della riduzione dei sussidi per il carburante e il conseguente aumento del prezzo della benzina. Anzi, si allarga. Nonostante il tentativo governativo di arginarla, con la forza della polizia e bloccando internet in quasi tutto il paese, ieri altre città si sono unite alle manifestazioni di piazza.
Decine di migliaia manifestano a Baghdad e nel sud, uniti sotto la bandiera irachena. Date alle fiamme le sedi dei partiti. Nella capitale spuntano le tende: sit-in permanente. Il governo promette riforme e poi spara sui cortei: almeno 30 morti e coprifuoco
Roma, 26 ottobre 2019, Nena News – I manifestanti si accalcano lungo il filo spinato che la polizia ha posto a difesa della sede del governatorato di Muthanna, sud dell'Iraq. Lo prendono su di forza, ferendosi le mani, e avanzano. Superano il filo spinato ed entrano nell'edificio.
Giovedì 10 gennaio 2018. A Dhaka, capitale del Bangladesh, si è tenuto il quinto giorno consecutivo di proteste dei lavoratori nel settore tessile, a maggioranza femminile. Negli scontri con le forze dell'ordine una persona ha perso la vita.
Le esportazioni provenienti da questo settore valgono 30 miliardi di dollari l'anno, facendo sì che il Bangladesh sia il secondo Paese produttore di tessuti e prodotti di abbigliamento al mondo dopo la Cina. In questo ambito è impiegata inoltre la maggioranza della forza lavoro – quattro milioni di persone – ma a causa dei bassi salari, a fronte di contratti poco validi o spesso assenti, milioni di famiglie vivono ai margini della povertà.
Proclamato da 10 organizzazioni sindacali, lo sciopero nazionale dell'8 e 9 gennaio in India ha visto scendere nelle strade i salariati del paese per protestare contro le politiche del lavoro del primo ministro Narendra Modi. I sindacati chiedono al governo l'aumento del salario minimo e delle pensioni, e misure urgenti contro la disoccupazione. Si stima che lo sciopero abbia coinvolto quasi 200 milioni di lavoratori.
Amarjeet Kaur, segretario generale dell'AITUC, ha detto che non c'è categoria che non abbia aderito alla mobilitazione. Hanno partecipato attivamente alla protesta i sindacati del settore bancario, assicurativo, minerario, petrolifero, postale, metallurgico, energetico, delle telecomunicazioni, dell'ingegneria, della sanità, dell'istruzione, dei trasporti, del pubblico impiego e dell'agricoltura.
In Giordania oggi è sciopero generale (#JordanProtests, #JordanStrikes). La mobilitazione è stata indetta da varie sigle sindacali che intendono rappresentare il malessere dei lavoratori e dei senza riserve per l'aumento vertiginoso dei prezzi e per la nuova legge fiscale richiesta dal Fondo monetario internazionale in cambio di un programma di finanziamento. Dall'inizio dell'anno i giordani hanno dovuto far fronte a ripetuti rialzi dei prezzi, compreso quello del pane, e delle tasse sui beni di prima necessità (secondo stime ufficiali il 18,5% della popolazione è disoccupata, mentre il 20% è sull'orlo della povertà). Al Jazeera riporta la dichiarazione del capo della Federazione dei sindacati del paese, Ali Obus, che ha chiesto che lo stato "mantenga la sua indipendenza e non si pieghi alle richieste del FMI".
Ormai da oltre 6 giorni manifestazioni e scontri scuotono l'Iran. Previsto per oggi, martedì 2 gennaio, lo sciopero generale.
Il numero ufficiale delle vittime è già salito a 23, mentre gli arrestati, soprattutto giovani, sono quattrocentocinquanta. Fino ad ora, per il timore di un'ulteriore escalation della violenza, il regime iraniano ha evitato l'aperta repressione del movimento, nato, secondo alcuni analisti occidentali, nella città santa degli sciiti, Mashhad.