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Sciopero rider MilanoCome Rider in lotta Milano abbiamo partecipato alle recenti mobilitazioni dei lavoratori del food-delivery. Scriviamo qui alcune considerazioni sui fatti, i motivi, la composizione sociale e le pratiche di questi giorni di proteste.

Il motivo scatenante: il nuovo contratto

Il nuovo contratto nazionale siglato a settembre da Anar/Ugl e Assodelivery è entrato in vigore il 3 novembre, come "adeguamento" alla legge n°128 del 2 novembre 2019, che prevede la sottoscrizione di un contratto nazionale per il settore del food-delivery.

L'accordo, che mantiene il lavoro autonomo e la paga a cottimo, è scritto su misura per le aziende e contro i lavoratori. Per citare solo alcuni punti, esso non riconosce la domenica come giorno festivo e fa scattare l'indennità notturna da mezzanotte, quando in quasi tutte le aree di consegna il servizio è sospeso. Soprattutto, il nuovo contratto non prevede alcun compenso minimo orario, nemmeno in caso di assenza di ordini.

Inoltre, dal 3 novembre sono state abbassate anche le tariffe per le singole consegne da parte di Just Eat, Glovo e Uber, raggiungendo nell'ultimo caso anche cifre attorno ai 70 centesimi (lordi). Deliveroo ha invece approfittato di un contratto senza alcun tipo di vincolo per cancellare l'incentivo minimo orario di 6 euro lordi da molte aree di consegna e per introdurre il free-login in circa 80 zone, che ha comportato una drastica riduzione del numero di ordini per ogni rider.

Tutto ciò ha determinato una violenta rabbia da parte dei lavoratori, fin dal primo giorno di applicazione delle nuove condizioni contrattuali.

I fatti

Il pomeriggio del 3 novembre un numeroso corteo spontaneo è partito da piazza 24 maggio causando forti rallentamenti al traffico in città.

La mattina del giorno seguente diversi rider si sono ritrovati nella stessa piazza. Alcuni si sono rifiutati di consegnare gli ordini, preferendo mangiarseli. Poco dopo sono ancora partiti in corteo andando a toccare i punti dove sono soliti radunarsi i rider e facendo informazione tra i lavoratori. Il pomeriggio si è tenuto un presidio chiamato dalla Uil e dal sindacato Deliverance Milano in piazza Duca d'Aosta, di fronte alla stazione Centrale. Da qui, contro il volere degli organizzatori, che dal megafono ammonivano i lavoratori a non muoversi in corteo dicendo che avrebbero preso multe e denunce, è partita una nuova biciclettata spontanea di 150-200 persone. Questo è stato il punto di svolta della mobilitazione: i rider hanno scelto con determinazione di non rimanere dentro gli steccati imposti dalle burocrazie sindacali e di non avere paura della repressione. Ne è nata una mobilitazione spontanea e genuina, che ha dimostrato quanto i lavoratori possano essere forti quando si organizzano in maniera autonoma. I rider hanno prima raggiunto piazzale Loreto, per poi proseguire lungo corso Buenos Aires, corso Venezia, piazza San Babila, per terminare in piazza Duomo, dove è stato dato appuntamento per il giorno successivo alle ore 12 in piazza 24 Maggio.

Giovedì 5, attorno alle 12.30, una nuova biciclettata: nel giro di qualche decina di minuti, da una cinquantina di rider, il corteo si è ampliato fino a raggiungere 300-350 persone. La mobilitazione è finita solamente dopo le 22, per un totale di 10 ore di corteo, che ha girato più volte la città. Anche il giorno seguente, venerdì 6, ci sono state due biciclettate auto-organizzate, meno numerose del giorno precedente ma ugualmente determinate, una partita all'ora di pranzo e l'altra a cena, che hanno toccato diversi punti di Milano.

Le caratteristiche della mobilitazione: la composizione sociale e le pratiche

Le proteste contro il nuovo contratto nazionale, che hanno visto cortei da martedì 3 a venerdì 6 novembre, hanno rappresentato la più grande lotta del settore del food-delivery a Milano, superiore anche alle manifestazioni a favore delle bici sui treni della scorsa primavera. Infatti, mentre allora tale rivendicazione toccava materialmente soltanto la vita quotidiana dei lavoratori-pendolari, stavolta il nuovo contratto ha peggiorato indiscriminatamente le condizioni di tutti i rider. All'interno dei vari cortei, marcata è stata la componente immigrata, in gran parte giovanile e composta in prevalenza da lavoratori provenienti dall'Africa sub-sahariana, ma anche dal Nord-Africa, dal Pakistan e dall'India. Molti di loro sono rider pendolari, che ogni giorno prendono il treno per raggiungere Milano da altre località lombarde, rincasando a tarda notte.

Le biciclettate fatte dai lavoratori non avevano il solo scopo di sfilare di fronte alla cittadinanza e di rallentare il traffico della città. C'era l'istintiva consapevolezza che per scioperare per davvero, e dunque per ottenere qualche miglioramento, si dovessero danneggiare i profitti delle ditte di delivery. Per questo motivo venivano bloccati i colleghi che stavano lavorando, facendogli cancellare l'ordine dall'applicazione e requisendolo. Questa pratica è stata utilizzata in tutte le giornate di mobilitazione ed ha creato un certo consenso tra i lavoratori, aldilà di quello che dicono i giornalisti e i crumiri di Anar/Ugl: la prova è che tutte le biciclettate sono partite con qualche decina di rider e si sono notevolmente ingrossate stradafacendo, soprattutto dopo essere transitati nei principali punti di stazionamento dei rider. Altro pratica utilizzata per danneggiare nel concreto le piattaforme del delivery è stata il blocco dell'attività dei ristoranti, concentrandosi su quelli con più ordinazioni. I primi obiettivi sono stati dunque i fast-food e in particolare i Mc Donald.

Chiunque faccia il rider sa quanto siano odiosi i Mc Donald: accettano più ordini di quanti ne possano preparare in tempi adeguati per massimizzare i profitti, scaricando in tal modo tutto il "rischio d'impresa" sulle spalle dei rider, costretti spesso a lunghe attese non pagate. In queste situazioni, più volte abbiamo potuto constatare l'arroganza dei manager di Mc Donald di fronte alle lamentele dei lavoratori, che si sono spesso visti piovere addosso molteplici minacce. A riprova di ciò, durante i giorni della protesta milanese, a Cinisello Balsamo, un vigilante di Mc Donald ha aggredito un rider che chiedeva informazioni sui tempi di attesa dell'ordine.

Soprattutto nella giornata di giovedì 5 è stata bloccata l'attività di molti Mc Donald: i primi sono stati fermati direttamente dai lavoratori, mentre nel prosieguo della giornata i fast-food abbassavano le serrande quando i titolari vedevano arrivare i rider in sciopero.

Queste due pratiche hanno caratterizzato le giornate di mercoledì, giovedì e venerdì. Esse sono certamente migliorabili, ma nondimeno rappresentano un valido spunto su come poter scioperare con efficacia contro le piattaforme del delivery, le quali grazie al pagamento a cottimo, al free-login e alla finta autonomia possono disporre di un numero di lavoratori da poter rendere disponibili in ogni momento di necessità, che sia una protesta o una condizione meteorologica avversa. Inoltre, le biciclettate sono stati momenti in cui i lavoratori si sono conosciuti tra di loro e riconosciuti come forza collettiva: ciò ha contribuito a spezzare la solitudine e l'alienazione della vita da rider. Nell'ultima giornata di lotta, venerdì 6, la consapevolezza tra chi protestava era cresciuta, nonostante il numero calante di scioperanti: i lavoratori in piazza hanno deciso di recarsi sotto la sede di Ubereats, per gridare tutta la loro rabbia contro il colosso del food-delivery, e di redistribuire ai senzatetto della città molti tra gli ordini recuperati dai colleghi in consegna, che nei giorni precedenti erano stati gettati a terra.

Solidarietà e moltiplicazione

Durante i vari momenti della protesta c'è stata una grande solidarietà tra i passanti. In molti applaudivano dai marciapiedi o dai balconi delle case. Alcuni tassisti hanno platealmente incitato gli scioperanti. Gruppi di ragazzini hanno seguito per più giorni i cortei in bici a bordo di monopattini elettrici, scandendo i cori dei rider. Alcuni solidali si sono uniti alla protesta. La mobilitazione ha avuto un effetto moltiplicatore spontaneo: slegati dalle manifestazioni principali sono stati bloccati da gruppi di rider in due giornate differenti un Mc Donald e una Poke House. I rider di Treviglio (Bergamo) hanno esposto uno striscione di solidarietà ai colleghi milanesi. Infine, nel corso della stessa settimana, i rider di Torino, Sesto San Giovanni, Genova, Roma, Napoli e Bologna hanno scioperato.

Gli effetti della protesta

Già all'inizio del terzo giorno di proteste un membro dell'ufficio di Glovo si è recato di corsa in piazza Duomo per calmare gli animi dei rider, scusandosi "per un errore nel calcolo delle tariffe" e promettendo cambiamenti e bonus a destra e a manca. Non ha ottenuto molto successo, visto che la mobilitazione è proseguita per altri due giorni. Ancora durante le proteste Uber e Glovo hanno rivisto in positivo alcuni parametri delle tariffe di consegna. La sera di sabato 7, Glovo, per evitare ulteriori astensioni in massa dal lavoro, ha pagato il 91% in più ogni consegna effettuata. Subito dopo il termine della mobilitazione, Just Eat ha in un primo tempo dichiarato di voler assumere i propri fattorini con le tutele dei contratti subordinati e poi è ufficialmente uscita da Assodelivery, dividendo in tal modo il "fronte unico" delle grandi piattaforme del food-delivery.

Pensiamo che questi siano solo dei piccoli risultati parziali, per di più senza nessuna garanzia di attuazione duratura e concreta. Ad ogni modo va evidenziato come essi siano il frutto immediato delle proteste. Ora si aprirà una fase di nuove trattative tra Stato, sindacati e rappresentanti delle piattaforme. I tavoli ministeriali, convocati da oltre un anno, hanno già dimostrato tutta la loro inconcludenza, permettendo nei fatti l'applicazione del contratto nazionale firmato da Anar/Ugl. Dopo queste giornate di mobilitazione, i rider sono più consapevoli della loro forza collettiva, principale strumento per ottenere miglioramenti concreti. Se le nostre condizioni non dovessero cambiare siamo pronti di nuovo a lottare!

Rider in lotta Milano

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