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Riforma in GreciaContinuano le riforme per favorire l'estrazione di plusvalore, tra aumento della giornata lavorativa, flessibilità su orari e contratti, straordinari imposti e frammentazione delle ferie.

Il governo greco guidato dal partito "Nuova Democrazia" ha scatenato un'ondata di proteste nazionali con l'approvazione di una nuova riforma. Al centro delle critiche vi è la possibilità per i datori di lavoro di estendere l'orario lavorativo giornaliero fino a 13 ore, formalizzando legislativamente una realtà che per molti lavoratori greci, tra bassi salari e doppie occupazioni è già quotidiana.

Secondo i promotori, queste misure mirano a "modernizzare" il mercato del lavoro, rendendolo più flessibile e competitivo. La riforma, oltre a introdurre la possibilità delle 13 ore lavorative giornaliere, prevede anche contratti con più datori, straordinari imposti ai lavoratori part-time senza possibilità di rifiuto, orari settimanali e annuali flessibili a discrezione dell'impresa, introduzione di contratti brevissimi (anche di soli due giorni) e assunzioni di minorenni, frammentazione delle ferie annuali in quattro mini-periodi, e inasprimento delle sanzioni disciplinari nel pubblico impiego.

La ministra del Lavoro Kerameos ha affermato che la riforma è un'opportunità per i lavoratori di evitare un secondo impiego e risollverarsi economicamente, mentre i dati dimostrano che la società greca è sempre più polarizzata.

I sindacati storici hanno cavalcato le proteste, ma sono stati accusati di complicità e passività, oltre ad apparire frammentati tra loro e disconnessi dalla base, dando risposte disomogenee ed in larga parte screditate. Tra i lavoratori greci cresce così il fermento per nuove forme di organizzazione, riportando alla memoria le proteste spontanee del marzo 2023, in seguito alla strage ferroviaria di Tempe, quando migliaia di studenti e lavoratori scesero in piazza senza il coordinamento dei sindacati; oppure lo sciopero generale dell'aprile 2024, che vide la partecipazione di settori fuori dal controllo sindacale. In prospettiva, la richiesta non pare più quella di ripristinare i diritti di una volta, ma di mettere in discussione un sistema economico che molti cominciano a ritenere responsabile di decenni di austerità, povertà e precarietà.