Il governo Modi ha soddisfatto le richieste dei manifestanti, ma il fermento sociale non sembra attenuarsi
Le proteste dei giovani indiani sono cominciate a maggio per l'annullamento di un importante esame di accesso alla facoltà di medicina e, tra alti e bassi, non si sono mai placate.
Il 20 luglio, giorno di apertura della sessione monsonica del Parlamento indiano, migliaia di giovani hanno tentato di marciare da Jantar Mantar al Parlamento, qualche chilometro a piedi; la polizia ha risposto con lacrimogeni, manganelli e cariche, ferendo numerosi manifestanti. Nei giorni successivi si sono moltiplicate le denunce di arresti arbitrari in Assam, Bengala Occidentale e Bihar, mentre il ministero degli Esteri ha smentito le accuse - diffuse dai media vicini al governo - di finanziamenti esteri al movimento.
Il 25 luglio, dopo decine di giorni di mobilitazione ininterrotta, il ministro dell'Istruzione Dharmendra Pradhan, tra i più fedeli a Narendra Modi, ha annunciato le dimissioni tramite il social network X, riconoscendo le "aspirazioni e legittime aspettative" dei giovani. Si tratta della prima retromarcia del governo in dodici anni, davanti a una protesta spontanea.
Il partito degli scarafaggi (Cockroach Janta Party) ha annunciato la sospensione dei presidi dopo l'accoglimento delle richieste principali: sentenze rapide per i casi di fuga di tracce d'esame, risarcimenti alle famiglie di studenti suicidi, apertura al ritiro dei procedimenti penali contro manifestanti non violenti. Sul rilascio dei detenuti il Cjp ha mantenuto la pressione, avvertendo che ogni inadempienza sarebbe un "tradimento della fiducia pubblica" da affrontare con "ulteriori misure necessarie". Subito dopo le dimissioni del ministro, per la prima volta gruppi di manifestanti hanno gridato slogan contro Modi, oltrepassando il perimetro della sola richiesta di dimissioni ministeriali.
Etichettati come "scarafaggi" e "parassiti", da Mumbai a Delhi milioni di giovani fanno sapere di essere stanchi dello stato di cose presente
Dopo la mobilitazione dello scorso febbraio, che ha coinvolto centinaia di milioni di lavoratori in più di seicento distretti dell'India, ora è la cosiddetta "Gen Z" ad alzare la voce.
Il motivo che ha fatto scoppiare le proteste è stata la successione, nel mese di maggio, di due disservizi scolastici: l'annullamento dell'esame di ammissione ai corsi di laurea in medicina e odontoiatria, sostenuto da 2,27 milioni di giovani, che ha provocato forti polemiche, portando persino al suicidio di alcuni studenti e all'arresto di funzionari ministeriali; e, successivamente, il malfunzionamento del nuovo sistema digitale di correzione su schermo degli esami di maturità.
Gli studenti hanno denunciato questi episodi sui social network. Per tutta risposta, il presidente della Corte Suprema indiana avrebbe descritto i giovani disoccupati come "scarafaggi" che, non riuscendo a trovare lavoro, si rivolgono ai media per "attaccare il sistema", arrivando a descriverli come "parassiti della società".
Il 12 febbraio scorso centinaia di milioni di lavoratori indiani, impiegati nelle miniere di carbone e nell'industria pesante, nei trasporti pubblici e nelle ferrovie, negli uffici governativi e nei servizi bancari, nelle aree industriali urbane e nell'agricoltura, hanno partecipato alla mobilitazione promossa da una piattaforma congiunta di dieci sindacati (Central Trade Unions) in più di seicento distretti del Paese.
Questa massiccia mobiltazione è l'ultimo atto di un lungo braccio di ferro contro i quattro Codici del Lavoro, approvati dal Parlamento senza consultare l'Indian Labour Conference, il principale meccanismo attraverso cui governo, datori di lavoro e organizzazioni sindacali deliberano sulle politiche economiche. Dall'introduzione delle nuove norme i sindacati hanno organizzato sei scioperi generali a livello nazionale, sostenendo che i codici indeboliscono la contrattazione collettiva, limitano il diritto di sciopero e privano milioni di lavoratori della sicurezza sul lavoro, della previdenza sociale e delle tutele salariali.
Giovedì 26 novembre decine di milioni di lavoratori indiani hanno incrociato le braccia contro il governo di Narendra Modi. Lo sciopero generale, appoggiato da 10 sindacati e da oltre 250 organizzazioni di contadini, è stato accompagnato da massicce proteste e in alcuni stati ha causato la chiusura della maggior parte delle attività. Hanno aderito alla giornata di mobilitazione i lavoratori di quasi tutti i settori industriali (acciaio, carbone, telecomunicazioni, trasporti, ecc.), studenti, lavoratori domestici, autisti e tassisti.
Uno sciopero di 24 ore ha sconvolto gran parte dell'India. I lavoratori sono scesi in strada in diverse città del paese per protestare contro il peggioramento delle condizioni di vita.
Una decina i sindacati che hanno invitato i loro iscritti a incrociare le braccia mercoledì 8 gennaio contro quelle che hanno definito le politiche antipopolari del governo di Narendra Modi. "L'atteggiamento del governo è di disprezzo nei confronti del lavoro", ha affermato il Center of Indian Trade Unions.
Proclamato da 10 organizzazioni sindacali, lo sciopero nazionale dell'8 e 9 gennaio in India ha visto scendere nelle strade i salariati del paese per protestare contro le politiche del lavoro del primo ministro Narendra Modi. I sindacati chiedono al governo l'aumento del salario minimo e delle pensioni, e misure urgenti contro la disoccupazione. Si stima che lo sciopero abbia coinvolto quasi 200 milioni di lavoratori.
Amarjeet Kaur, segretario generale dell'AITUC, ha detto che non c'è categoria che non abbia aderito alla mobilitazione. Hanno partecipato attivamente alla protesta i sindacati del settore bancario, assicurativo, minerario, petrolifero, postale, metallurgico, energetico, delle telecomunicazioni, dell'ingegneria, della sanità, dell'istruzione, dei trasporti, del pubblico impiego e dell'agricoltura.
Oggi decine di milioni di lavoratori indiani sono scesi in sciopero per chiedere salari più alti e protestare contro le riforme economiche del governo, ovvero contro il "percorso di liberalizzazione e privatizzazione".
Lo sciopero ha toccato i seguenti settori: trasporti, finanza, energia, carbone, tessile, porto e banchina, acciaio, petrolio, produzione per la difesa, pubblico e statale. I sindacati criticano la proposta di aprire le ferrovie e il settore della difesa agli investimenti esteri, considerate scelte che “indeboliscono le aziende di stato".
Mercoledì 2 settembre oltre 100 milioni di lavoratori indiani hanno aderito allo sciopero di 24 ore indetto contro le nuove leggi sul lavoro pianificate dal governo del primo ministro Narendra Modi. Chiuse banche, esercizi commerciali e alcune industrie. Fermi treni, bus e metropolitane in quasi tutti gli stati indiani.
Lo sciopero ha mobilitato migliaia di lavoratori, oltre che a New Delhi e Mumbai - le due maggiori città indiane - negli stati di West Bengala, Kerala, Telengana, Goa e Uttar Pradesh. Pesanti scontri con le forze dell’ordine si sono registrati nel distretti di Murshidabad e Calcutta. I disagi più forti si sono riscontrati nello stato del Bengala Occidentale, dove i manifestanti hanno tentato di bloccare i binari ferroviari e hanno lanciato pietre contro la polizia che ha dovuto ricorrere agli sfollagente.
Per attirare gli investitori in India, il primo ministro Narendra Modi propone di aumentare la flessibilità lavorativa. Come dimostra l'importante sciopero del 2011-2012 alla Maruti-Suzuki, i giochi non sono del tutto fatti. Solidarietà tra precari e dipendenti, rinnovamento sindacale: i giovani lavoratori resistono e sconvolgono il repertorio tradizionale della lotta in fabbrica.
Sesto produttore mondiale con due milioni di autoveicoli costruiti nel 2013 (1), l'India spera di salire al quarto posto entro il 2016. La riforma del lavoro presentata a ottobre 2014 dal nuovo primo ministro Narendra Modi dovrebbe favorire un ritorno alla crescita pari a quella che il settore ha conosciuto negli anni 2000 (nell'ordine dell'8% l'anno in media).
India lo sciopero dei minatori si preannuncia essere il più grande sciopero del paese in quattro decenni.
Milioni di minatori del settore carbonifero in India hanno continuato a scioperare per il secondo giorno Mercoledì contro il piano del governo di privatizzare l'industria carboniera pubblica.
Lo sciopero ha ridotto tra il 50 e il 75 per cento la produzione di carbone giornalierai. Lo sciopero è iniziato Martedì dopo che sindacati e il governo non sono riusciti a trovare un accordo su l'ingresso di imprese private nel setore pubblico.
La società statale Coal India ha a lungo dominato l'industria del carbone indiano. Tuttavia, il governo neoliberista del primo ministro Narendra Modi vorrebbe i consentire alle imprese private di estrarre evt e vendere il carbone.