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Il passo di Marx citato nell'ultimo Filo del tempo, suona così nella sua traduzione integrale dal tedesco:

"Quanto maggiore è la ricchezza sociale, ossia il Capitale in funzione, l'ampiezza e la energia nel suo accrescimento, quindi anche la grandezza assoluta del proletariato e la forza produttiva del suo lavoro, tanto maggiore è l'esercito industriale di riserva" (sovrappopolazione relativa). "Le stesse cause sviluppano tanto la forza-lavoro disponibile, quanto la forza di espansione del capitale. La grandezza proporzionale dell'esercito industriale di riserva cresce dunque insieme con le potenze della ricchezza. Ma quanto maggiore è l'esercito di riserva in rapporto all'esercito attivo del lavoro, tanto più massiccia è la sovrappopolazione stagnante la cui miseria sta in rapporto inverso al suo tormento di lavoro. Ed infine, quanto più vasti sono gli strati di Lazzari della classe operaia e l'esercito industriale di riserva, tanto maggiore è il pauperismo ufficiale" (cioè burocraticamente riconosciuto). "Questa è la legge assoluta, generale, dell'accumulazione capitalistica". Il corsivo è di Marx, che aggiunge: "Tale legge, come ogni altra, è modificata nella sua realizzazione da molteplici circostanze, la cui analisi non trova qui posto".

Ieri

Per lunghi decenni di capitalismo "idilliaco" i rapporti di cambio delle monete dei vari Stati del mondo si conservarono stabili e le oscillazioni si registravano a decimali. Era lo stesso periodo in cui con fiumi d'inchiostro si affermò fallita la "catastrofica" visione di Marx sulla crescente miseria, le crisi galoppanti e il crollo rivoluzionario del sistema economico borghese, e vi si volle sostituire una concezione evoluzionista di lenta trasformazione della struttura economica con riforme progressive tendenti a migliorare il tenore di vita delle masse...

Qualche gioco in borsa lo permettevano le divise degli Stati insufficientemente borghesi del vicino e lontano Oriente, i titoli di rendita turca e simili imbrogli: di truffe in grande stile la storia della economia capitalistica non ha difettato in nessun periodo. Comunque era cosa sicura quanto la trinità di Dio che la sterlina valesse cinque dollari, e il dollaro cinque franchi o lire della zona latina. Benché a detta dei saggi infetta di feudalesimo, l'Italia felice dei primi anni di regno di Vittorio il vittorioso aveva la lira carta quotata certi giorni a 99,50, 99, 00, forse 98 e frazione, ossia si aveva per una lira carta più di una lira oro, un grammo di oro valeva meno di L. 3,60; mentre i titoli di stato valevano più delle cento lire nominali.

È la più grande fabbrica del mondo, una mostruosità che solo il giovane capitalismo cinese, incuneato nel contesto del capitalismo cadavere cui dà un po' di ossigeno, poteva escogitare. Impiega un milione e quattrocentomila salariati in 28 stabilimenti. Il più grande è quello di Shenzhen vicino a Hong Kong, con 240.000 lavoratori. La proprietà giuridica è taiwanese, i lavoratori sono cinesi continentali, i committenti sono i maggiori gruppi industriali multinazionali, il rentier è lo stato cinese, che intasca la tangente sullo sfruttamento degli operai locali. Come in altre fabbriche-città sparse per il mondo, oltre ai capannoni dove si produce, vi sono mense, dormitori, campi di calcio, internet cafè, infermerie, biblioteche, forse asili nido, tutto ciò che serve a contrapporre un minimo di tempo di vita all'abbondante tempo di lavoro (flessibile, ovviamente, con straordinari… ordinari). A differenza di altre fabbriche cinesi, qui non si indossa una divisa ma si veste casual, come è consono all'età media dei lavoratori, spesso ragazzi appena usciti dalla scuola. In regime capitalistico anche le fabbriche dei padroni più illuminati non possono essere altro che un misto di officina, caserma, falansterio, prigione e villaggio. Per rimanere in Italia, Rossi, Leumann, Olivetti, avevano teorizzato e realizzato la fabbrica diffusa, nella quale officine, campi e spazi civili si compenetravano a formare un ambiente in cui l'operaio potesse produrre serenamente e abbondantemente.

Il modo di produzione capitalistico non può continuare ad esistere senza accrescere di continuo la massa delle merci prodotte e vendute. Di conseguenza non può continuare ad esistere senza accrescere di continuo il capitale.

L'accrescimento del capitale non ha nulla a che fare con quella che potrebbe sembrare una ovvia tendenza umana: il miglioramento delle condizioni di esistenza per tutti con sempre meno sforzi, sofferenze e tormenti. Siccome la popolazione cresce meno della massa dei prodotti e dei mezzi di produzione, cioè delle forze produttive della società in generale, è necessario che questa massa di prodotti si trasformi in nuovi consumi, la natura dei quali è assolutamente secondaria rispetto all'esigenza fondamentale dell'accumulazione di capitale.

In una lettera intervista sul Giornale della sera di Napoli, Enrico Leone da il suo giudizio sul recente Congresso socialista. Vi è luogo a riflettere, in essa, anche per chi ancora non fosse desenchantè sul "radicalismo" del vecchio teorico del sindacalismo, che pure va considerato con ben altro rispetto di quelli che dal movimento sindacalista di alcuni anni addietro sono passati alle peggiori invenzioni politiche – anzi proprio la serietà dell'autore delle dichiarazioni di cui si tratta fornisce la migliore prova della inconsistenza rivoluzionaria di ogni concezione sindacalista.

Con accenni di sincerità Enrico Leone esprime tutta la sua sfiducia nelle funzioni dei Congressi di partito e ripete la obiezione sindacalista contro la stessa funzione del partito politico dal punto di vista classico e proletario, vana logomachia demagogica quella dei teatrali congressi come questo di Milano; mentre il proletariato vive la sua storia entro i confini della economia con la costituzione "antipolitica" del suo movimento sindacale. Una influenza di questo il Leone vuole ravvisare nell'effetto che secondo lui ha pure avuto il solo fatto di richiamarsi alla classe proletaria, sul partito socialista, trattenendolo da quella che sarebbe la logica conclusione dell'avere accettato la funzionalità politica e parlamentare: ossia la partecipazione alla politica di governo.

Un punto fermo dell'analisi marxista della società e del sistema di produzione borghese deve ormai essere considerato il fatto che l'intervento e il controllo dello Stato nell'economia non solo non rappresenta una frattura nelle leggi fondamentali dell'economia capitalistica, ma è il portato naturale ed inevitabile di tutto il suo sviluppo storico, e che quest'intervento può spingersi fino all'eliminazione della forma giuridica della proprietà privata individuale dei mezzi di produzione non solo senza eliminare, ma al contrario potenziando, quello che è il dato fondamentale del sistema di produzione capitalistico: lo sfruttamento del lavoro umano attraverso l'appropriazione del plusvalore.

Tutta l'economia capitalistica nel periodo successivo alla prima guerra mondiale si è orientata verso forme generalizzate di intervento e di controllo statale, e l'esperimento totalitario nazifascista ha, allo stesso modo dell'esperimento americano del New Deal, assolto la funzione di permettere e favorire l'accumulazione capitalistica e di controbilanciare le forze determinanti della caduta tendenziale del saggio del profitto in una fase caratterizzata dal succedersi di violente crisi economiche e perciò dalla ricorrente minaccia di altrettanto violente crisi sociali.

Ieri

Dal tempo fascista si è fatto gran discorrere di "corporativismo", di sistemi di rappresentanza delle professioni e degli interessi sociali, di organi dello Stato fondati su questo criterio. È interessante che dopo caduto il fascismo quei gruppi stessi che nel succedergli si atteggiarono a seppellitori e distruttori di ogni sua vestigia, ritornano tuttavia con insistenza alla richiesta di continuare a ricostruire molti degli organi di quel sistema sociale come i Consigli del lavoro e della economia.

Il corporativismo e la repubblica delle professioni non li avevano certo inventati i fascisti, ed oltre a costituire antichissime idee e modelli storici o utopistici di società, in epoca recente, e con la confluenza di tendenze spurie ma talvolta vivaci del movimento proletario, erano stati elevati a programma, prima che nella Carta del lavoro di Mussolini (che per lo meno come stesura di pezzo letterario sovrasta di molto le stenterellesche articolazioni della attuale carta costituzionale postfascista), dai dannunziani, per non citar che un esempio tra tanti, della costituzione del Carnaro.

Ieri

Da decenni e decenni i marxisti radicali considerano come caratteristica centrale della direzione "farisea" del moto operaio il porre a supremo scopo la lotta perché la politica dello Stato, dai periodi di leggi eccezionali e repressioni di polizia, rientri nella "legalità normale e costituzionale".

"Costringere il potere esecutivo a rientrare nella costituzione" - "abolire le misure liberticide e creare nel paese una reale distensione" - sono di questo calibro le consegne centrali che si possono leggere, in questo equinozio di primavera del 1950, sui giornali che si professano i continuatori della politica di classe tracciata dal marxismo da più di un secolo, che pretendono di seguire la linea che va dal Manifesto dei Comunisti a Stato e Rivoluzione.

In fatto, anzitutto, come dicono i legulei, è poi eccezionale per il tempo borghese l'uso della forza di polizia e della repressione armata? Vi sono stabili e duraturi esempi di atmosfera di tolleranza e di distensione, di lotta nell'ambito della legalità? Che da tali periodi abbia guadagnato la causa del proletariato e del socialismo, o la causa nemica, è un'altra questione, e la risposta è parimenti negativa per il marxismo radicale. La classica polemica di Lenin e di Trotzky sul terrorismo contro Kautsky e tutti gli altri rinnegati, ha stabilito abbastanza che si debba pensare del forse unico esempio di lotta di classe tiepida, quello che va, per la Germania, dalla fine delle leggi eccezionali al voto per la guerra kaiserista, in cui la grande sozialdemokratie perse tutto, ed anche l'onore. Un quarto di secolo: 1890 - 1914. L'apparenza di una vittoria vantata proletaria, la realtà della più disastrosa e vergognosa ritirata. Sulle lezioni di questo bilancio si fondò tutta la costruzione rivoluzionaria del bolscevismo, del leninismo e della Terza Internazionale di Mosca.

Prima parte

I molteplici problemi che solleva la questione sindacale non si prestano ad una classificazione semplicistica del tipo di quella che è stata sovente impiegata nel movimento operaio - spiccatamente in quello italiano - e che partiva da considerazioni di topografia sociale. L'analisi di un'agitazione era fatta in base alla determinazione della sua natura e se la bussola indicava che l’ago si orientava verso lo zenit politico, il partito socialista era automaticamente chiamato ad assumerne la direzione, mentre la Confederazione si limitava ad appoggiarlo; nel caso contrario il ruolo si invertiva. Questa discussione sul sesso dell'"angelo sociale", se politico od economico, ha avuto un'illustrazione tragica e comica nello stesso tempo quando, nel Settembre 1920, al momento in cui i proletari italiani avevano occupato le fabbriche, il consesso comune del Partito Socialista e della Confederazione del Lavoro mostrava che alla testa di quel movimento rivoluzionario si trovavano non i militanti che deliberano sull’idoneità dei mezzi da impiegare per rompere il nodo gordiano che lega il proletariato alla borghesia, ma i mozzorecchi che cianciano sui diritti rispettivi dei due organismi a rivendicare la "proprietà" della agitazione.

IERI

Una caratteristica del fondarsi dei vari regimi borghesi sono le Carte statutarie, un connotato invariabile della politica borghese la superstizione e il feticismo costituzionale.

Gli antichi regimi preborghesi, fin dai tempi molto remoti, ebbero le loro Tavole, ma i borghesi scettici ne risero perché fondate sulla rivelazione ai Profeti e sul principio della divina origine del potere.

La classe capitalistica, portatrice di verità ragione e scienza, fondò invece i suoi documenti storici sulla pretesa di avere finalmente scoperte le basi eterne del diritto naturale, e truccò sotto le ampollose dottrine liberali il contrabbando della tutela dei suoi interessi economici.

I vari sistemi e rapporti giuridici e di pubblica organizzazione, fondati sulla stabilità delle Dichiarazioni delle Carte e delle Costituzioni, sono garanzie non per l'Uomo o il Cittadino o il Suddito, stranamente fatto da quei pezzi di carta Sovrano (in modo che non sa più dove abbia il disopra e dove il disotto) ma sono garanzie per la continuità del dominio conquistato dai borghesi, per la sicurezza della proprietà privata e dell'ordine su di essa fondato.