[Sequestrato a Genova e spedito al Ministero dell'Interno con Relazione n. 265 del 6 settembre 1904]
AI PARTENTI
noi diciamo: la legge militare vi strappa all'affetto della famiglia ed all'attività del lavoro, per fare di voi degli umilissimi schiavi al servizio della classe borghese. In voi, però, compagni ed amici, rimarrà intatta, anche sotto la casacca del militare, la coscienza dei doveri che avete verso i vostri fratelli che rimangono al duro lavoro dei campi e dell'officina. Ricordate che la classe lavoratrice per migliorare le proprie condizioni di esistenza ha bisogno di combattere ogni giorno contro i privilegi dei padroni. Ebbene: allorché il governo v'invierà sui luoghi di sciopero dove i vostri fratelli cercano di strappare la vittoria alla voracità insaziabile della borghesia, ricordate che commettereste un fratricidio sparando sugli scioperanti.
La disciplina militare non deve farvi dimenticare che siete dei lavoratori e perciò interessati alla lotta che combattono gli scioperanti. Dopo il servizio militare sarete costretti dalle dure necessità della vita a ritornare anche voi al lavoro inumano di ogni giorno e pensate che se i vostri atti inconsulti avranno provocata la vittoria della borghesia, anche voi ne soffrireste le conseguenze.
In un articolo pubblicato sul numero 3-4 della nuova serie di "Prometeo" (luglio-settembre 1952), la politica economica del New Deal rooseveltiano fu minutamente illustrata a riprova di due tesi cardinali del marxismo rivoluzionario: 1) che di fronte alle sue crisi interne il capitalismo reagisce in tutti i Paesi, quale che sia la sovrastruttura politica, in modo unitario e con metodi di intervento, di accentramento e di dirigismo statale che accomunano democrazia e fascismo in un convergente obiettivo di difesa del regime; 2) che, lungi dal significare l'assoggettamento del Capitale all'imperio di un preteso ente collettivo e superiore alle classi (e, in linea subordinata, della borghesia ad una "nuova classe" di burocrati e tecnici, i managers), il "capitalismo di Stato" nelle sue diverse manifestazioni costituisce la forma più spietata di manovra dei "pubblici poteri" ad opera di una cerchia sempre più ristretta d'interessi privati.
L'analisi non sarebbe tuttavia completa se prescindesse dalla considerazione della parte che in questo processo ha avuto (e purtroppo continua ad avere) il movimento operaio organizzato in America, dove l'interventismo statale in regime politico democratico ha trovato la sua prima manifestazione organica, e in Inghilterra, dove ha raggiunto, nel dopoguerra, la forma più compiuta sul terreno pratico e su quella delle formulazioni "teoriche". In realtà, l'analisi di questa seconda faccia del "New Deal" americano e del "Welfare State" (Stato assistenziale) britannico dimostra non soltanto che la macchina dell'intervento e della gestione economica statale ha potuto mettersi in moto solo in virtù di una preventiva corruzione opportunistica del movimento operaio, ma che in entrambi i casi fu la dirigenza controrivoluzionaria di questo a fornire alla classe dominante le armi teoriche e pratiche necessarie al tamponamento della crisi. E ciò è un'altra prova della unitarietà del capitalismo nei propri metodi di conservazione: il fenomeno dell'opportunismo operaio, elemento necessario della difesa capitalistica contro l'assalto rivoluzionario del proletariato, assume dovunque gli stessi aspetti; ai dirigenti controrivoluzionari dei sindacati il capitalismo non chiede più soltanto di contenere nell'ambito della legalità, della riforma e della collaborazione gli urti di classe, ma di farsi promotori (come in America) od amministratori (Inghilterra laburista) di metodi più efficaci - "progressisti", cioè più conservatori del regime dello sfruttamento della forza-lavoro - di gestione dell'economia, e, di là dalle pretese differenziazioni ideologiche, il John Lewis ispiratore di Roosevelt e il Bevin o l'Attlee pianificatori dell'economia inglese postbellica e gestori delle avvenute nazionalizzazioni tendono la mano ai Di Vittorio elaboratori di piani di risanamento industriale e di investimenti produttivi o ai loro colleghi d'oltre cortina, che esercitano già adesso quei compiti di gestione economica ai quali la C.G.L. italiana o la C.G.T. francese possono per ora soltanto porre la propria candidatura.
Non è qui la sede per un riesame critico della storia del movimento operaio americano e del complesso intreccio di fattori storici che impedirono nel secolo scorso lo sviluppo di genuine forze classiste nell'ambiente della sfrenata ascesa capitalistica statunitense, e provocarono il fatale declino di organizzazioni pur nate con una forte impronta di classe (i Knights of Labour della seconda metà dell'Ottocento, gli Industrial Workers of the World del primo ventennio del Novecento) mettendo i sindacati a rimorchio del regime borghese [1]; importa qui rilevare soltanto come la prima guerra mondiale affrettò il processo di corruzione opportunistica dell'A.F.L., come il decennio 1920-30 ne completò lo sfacelo anche organizzativo, e come infine d'appoggio indiretto al regime borghese si trasformò, dal '32 in avanti, in diretto sostegno. Da un lato, l'illusoria prosperity del periodo bellico e postbellico, con la sua cornice di salari in aumento (almeno nelle categorie più elevate della classe operaia), di facilità di acquisto e di relativa sicurezza nell'occupazione, smorzava lo slancio di rivolta delle grandi masse operaie industriali; dall'altro il "capitalismo illuminato" copriva la sua rabbiosa campagna antiunionista con una politica di "provvidenze" a carattere aziendale intese a legare i produttori alle sorti del luogo di produzione (partecipazione agli utili, forme di azionariato operaio, unioni aziendali, taylorismo, "democrazia industriale", opere assistenziali, ecc.); frattanto i dirigenti sindacali, William Green al vertice dell'A.F.L. e figure come John Lewis alla direzione di grandi sindacati di categoria, assorbivano in pieno l'ideologia della collaborazione fra datore e prestatore d'opera, dell'interesse operaio per l'efficienza dell'azienda, della partecipazione dei lavoratori ai frutti "collettivi" della prosperità capitalistica; sabotavano gli sforzi per l'organizzazione di un partito operaio indipendente dalle due grandi organizzazioni borghesi repubblicana e democratica (e John Lewis, quello stesso che, sotto il New Deal, passerà per il rinnovatore del movimento operaio imputridito nella pratica del riformismo e intorno al quale lo stalinismo fronte-popolaresco creerà un'aureola da eroe "rivoluzionario", gettava il peso della sua autorità personale e della forza organizzata dei suoi minatori a sostegno del candidato repubblicano alla presidenza); rifiutavano ogni appoggio alle agitazioni operaie dirette contro i contratti collettivi da essi firmati e non più rispondenti alla situazione, o apertamente sconfessavano i moti a ispirazione illegalitaria, mentre l'organizzazione sindacale assumeva sempre più il carattere di un'associazione di difesa dell'"aristocrazia del lavoro" e della sua posizione nel quadro del regime sociale capitalistico e faceva sua l'ideologia individualista e "sanguigna" della tradizione borghese americana, cosicché W. Green poteva legittimamente accettare nel 1930 la medaglia d'oro della Roosevelt Memorial Association "per i segnalati servigi nella lotta contro i confiitti operai" (F. Rh. Dulles)!
La potente organizzazione sindacale dell'A.F.L. era, alla vigilia dello scoppio della "grande crisi", praticamente conquistata al regime capitalista; ridotti gli effettivi, precluso l'accesso alla grande massa dei non-qualificati e dei disoccupati, ceduta gran parte del proprio potere di contrattazione e di assistenza agli organismi aziendali creati dagli stessi padroni, assorbita la pratica della collaborazione fra le classi e del lealismo verso gli istituti politici della classe dominante, il movimento operaio organizzato fu sorpreso dal "venerdì nero" non meno dell'alta finanza e dei grandi trusts, e vi reagì, d'altronde lentamente, come era inevitabile che facesse: portando acqua al mulino non della distruzione ma del salvataggio prima e della conservazione poi del regime del profitto.
La verità è che, quando il "trust dei cervelli" (poveri cervelli) di Roosevelt si riunì per studiare le misure di emergenza richieste dal disastro del 1929-32, non fu dalle meningi né di uomini d'affari né di professori di università che balzarono fuori, ancora grezze e confuse e intinte di empirismo, le grandi linee della NIRA, ma dalla lunga esperienza di riformismo dei dirigenti sindacali, e ad essa attinsero a piene mani i pianificatori.
Nell'articolo di "Prometeo" a cui ci riallacciamo si è dimostrato come queste misure - presentate demagogicamente come dirette contro l'arbitrio padronale e l'illimitato individualismo dei dirigenti industriali - mirassero in realtà a favorire la concentrazione, la cartellizzazione e l'autodisciplina della produzione, nell'interesse generale di conservazione del regime. Orbene, un primo progetto in questo senso, che prevedeva la sospensione della legislazione antitrust, la limitazione della concorrenza sfrenata tra produttori, la fissazione di prezzi minimi, ecc., era stato suggerito ad una commissione del Senato da John Lewis già nel 1928, e fu ancora John Lewis, il 17 febbraio 1933, a proporre su scala nazionale e in modo organico l'introduzione delle intese padronali controllate dallo Stato per la stabilizzazione dei prezzi e della produzione, abilmente collegandola alla richiesta di una tutela degli interessi proletari mediante riduzione delle ore di lavoro (per favorire il riassorbimento dei disoccupati), assicurazione di salari minimi, riconoscimento ufficiale del diritto di organizzazione dei lavoratori, e attribuzione ai sindacati così riconosciuti del compito di negoziare collettivamente coi padroni. Era già, in embrione, il rooseveltiano National Recovery Act (nato pochi mesi dopo) che faceva sue tanto le proposte di intervento "risanatore a dell'economia" quanto quelle relative alla cosidetta legislazione sociale (la famosa Sezione 7.a). Il capitalismo dava con una mano quello che toglieva dall'altra: sembrava cedere all'assalto dei lavoratori; di fatto, legava stabilmente ad una politica programmata di ricostruzione capitalistica il movimento sindacale. E, soprattutto nel periodo della seconda presidenza di Roosevelt, promuoverà i lavori pubblici, la rete dei sussidi ai disoccupati, delle pensioni ai vecchi e agli invalidi, la pratica del fiscalismo a fini assistenziali, cioè avocherà allo Stato la gestione delle "riforme sociali" mentre si assicurerà l'appoggio elettorale del Labor e si ergerà ad arbitro dei conflitti di classe in preparazione dello sforzo di assistenza alle "democrazie in guerra" e, più tardi, del riarmo nazionale. Il "New Deal" era varato, e il movimento sindacale lo teneva a battesimo nelle sue finalità conservatrici contro l'offa di "concessioni" alla classe operaia in tal modo vincolata ai destini dell'esperimento di direzione economica dello Stato.
Concessioni inderogabili, per la classe dominante, e non solo per la ragione che il mancato riconoscimento delle unioni sindacali rappresentava un insostenibile anacronismo rispetto alla prassi corrente in tutti i Paesi capitalistici avanzati (insostenibile, beninteso, non per ragioni morali o di aderenza a paradigmi ideali, ma per ragioni di efficienza e di organicità nella difesa del massimo bastione capitalistico mondiale dall'urto dei contrasti di classe), ma soprattutto perchè l'aprirsi della crisi economica interna gettava in movimento poderose masse operaie e scatenava agitazioni a raggio esteso e ad imprevedibili sviluppi. Tutto il sottosuolo sociale della repubblica stellata era in ebollizione, e particolarmente preoccupante era la minaccia di quelle tali masse di operai non specializzati, che il processo della meccanizzazione tendeva sempre più a far coincidere con tutta l'estensione del proletariato industriale ma che la A.F.L, si era tenacemente rifiutata di accogliere nelle proprie file, e del gigantesco esercito dei disoccupati, fluttuante, incontrollabile e, in situazioni di crisi, non più manovrabile né come arma di contropressione né come riserva di braccia cui attingere contro i fratelli occupati.
L'inefficienza organizzativa delle unioni ultrariformiste ed ultralealiste si convertiva, per il regime borghese, in un pericolo: il loro riconoscimento e la parvenza di una legislazione filo-operaia erano condizione indispensabile del ristabilimento della pace sociale interna, e perciò della stessa ripresa economica. Bisognava preparare l'ovile a cui ricondurre, via via che le misure anticrisi si sviluppavano e sortivano il loro effetto, le masse disciplinate, fluttuanti e continuamente gettate dalla crisi sull'arena del conflitto sociale. Né l'ovile poteva essere più soltanto la vecchia A.F.L.
Fatto significativo: il "consulente" e padre putativo della N.I.R.A. è John Lewis, e John Lewis, fin dal 1932 ma soprattutto nella fase successiva, sarà il grande organizzatore dei non organizzati, i manovali semplici dei grandi trust, in specie di quelli del carbone, dell'acciaio e delle automobili. Fatto ancor più significativo: nel 1935 la N.I.R.A. è dichiarata incostituzionale e, prima che il nuovo turno d'interventismo statale rooseveltiano s'inizi, gigantesche agitazioni sociali si scatenano, il processo di radicalizzazione delle masse si accentua, il 1936-37 è il periodo ardente delle occupazioni su scala generalizzata delle fabbriche; ebbene, alla fine del 1935, John Lewis crea il C.I.O, la seconda organizzazione sindacale sorta in concorrenza con la A.F.L., fondata su base industriale e raggruppante tutti gli operatori della stessa industria senza distinzione di categoria e di mestiere. E' un colpo maestro; l'antica aspirazione di un organismo operaio non frammentato in compartimenti stagni e abbracciante la totalità della forza-lavoro pare realizzarsi; si realizza, in realtà, sotto la guida di uomini che di questa poderosa forza finalmente organizzata si serviranno a sostegno della classe dominante e del suo Stato. Il vecchio lupo non ha cambiato pelo: John Lewis prende l'iniziativa della creazione del C.I.O. solo per prevenire la formazione di un'autonoma centrale sindacale "rossa".
Lens, citato da Guérin, ricorda il discorso pronunciato nel 1935 da uno dei fondatori del C.I.O., Howard: "I lavoratori di questo Paese stanno organizzandosi e, se non sono messi in condizione di organizzarsi sotto la bandiera della A.F.L., si organizzeranno sotto un'altra direzione, o perfino senza alcuna direzione. Cadranno sotto l'influenza di forze sovversive, situazione che, certo, nessun delegato al congresso dell'A.F.L. auspica". E lo stesso Lens commenta: "Il disaccordo fra Lewis e il resto dei dirigenti dell'A.F.L. non poggiava su una concezione fondamentalmente diversa dei problemi sociali, ma unicamente sul punto di sapere come arrestare l'allarmante sviluppo del radicalismo nei sindacati". Lewis risolverà il problema non soltanto organizzando i non-organizzati, ma convogliando nella sua organizzazione elementi radicali, assegnando posti di apparente primo piano a vecchi e giovani organizzatori estremisti, servendosi spregiudicatamente dell'arma della corruzione; renderà un ulteriore servizio alla stabilità del New Deal rooseveltiano intervenendo come elemento conciliatore nei grandi scioperi del 1936-37 e condannando la pratica diffusa dello sciopero bianco; parerà (fedele anche in questo alla tradizione dell'A.F.L.) la minaccia di una "politicizzazione" del movimento operaio mettendo a disposizione della campagna per la rielezione di Roosevelt la rete organizzativa e, non ultimi, i fondi della propria unione sindacale, e - confidente fino al 1938-39 di Roosevelt - saprà sconsigliargli il ricorso alla forza contro gli scioperanti del 1937 assumendosi egli il compito di trattare sottobanco coi padroni la liquidazione del conflitto. Né inganni l'episodio della successiva, personale rottura con Roosevelt: il "servo sciocco" aveva finito di essere indispensabile al padrone, né la rottura ridurrà più che di una unità l'esercito di riserva delle pedine governative ufficiali in seno al movimento operaio. Non a caso la seconda guerra mondiale e il secondo dopoguerra vedranno A.F.L. e C.I.O. rabbiosamente schierati a sostegno dello sforzo bellico e dell'espansione imperialistica degli Stati Uniti (e, durante il conflitto, elementi di punta del sabotaggio delle rivendicazioni operaie saranno gli staliniani).
Il cerchio era chiuso: il New Deal, dopo aver fatti suoi i piani di risanamento economico e di pacificazione sociale del sindacalismo ultrariformista, otteneva attraverso i suoi buoni uffici l'inquadramento sotto le proprie bandiere delle masse operaie e il riassorbimento della prima e più pericolosa ondata di agitazioni sociali. Il "wildcat", lo scioperante in agitazioni non autorizzate e incontrollate, diventava la bestia nera del governo come degli organizzatori dell'A.F.L. e del C.I.O.: la vernice sociale del New Deal riusciva ad esercitare la sua influenza conservatrice sulle masse solo in virtù dell'azione convergente dell'opportunismo.
Ben più faranno il Partito laburista e le Trade-Unions in Inghilterra: svilupperanno cioè e gestiranno lo "Stato assistenziale" già in parte costruito durante la guerra sotto l'ispirazione dei Keynes e dei Beaverbrook, e forniranno - come vedremo prossimamente sulla scorta dei New Fabian Essays - la giustificazione pseudo-teorica di un "nuovo regime" qualitativamente non più capitalista e solo quantitativamente e formalmente diverso dal socialismo...
Sul Filo del Tempo, maggio 1953
[1] Ricchissime fonti sono a questo proposito il primo volume di Où va le peuple américain? del trotzkista indipendente D. Guérin (Paris, Juillard, 1950) e la Storia del movimento operaio americano del prof. Foster Rhea Dulles (1950; trad. ital. Milano, Comunità 1953) ai quali in parte ci riferiamo; ma il secondo ha un interesse prevalentemente informativo (per quanto molto documentato) e il primo è viziato, pur nella robusta parte critica, da un'impostazione unilaterale e spesso eclettica.
Potere operaio è un giornale di fabbrica che nasce nel 1962 nel biellese ed è una delle prime manifestazioni dell'operaismo del secondo dopoguerra. Pubblichiamo la nota redazionale che ne accompagna la raccolta.

Gli Archivi delle comunicazioni di massa e di classe avevano sinora prevalentemente rivolto il loro interesse alle discussioni organizzative e ai problemi metodologiche che si erano affaccati a coloro che partecipavano all'esperienza dell'"istituto Ernesto De Martino per la conoscenza critica e la consapevolezza del mondo popolare e proletario" e alla "propaganda mediante canzoni" e agli altri strumenti di comunicazione di classe elaborati dal Nuovo Canzoniere Italiano.
Avevano insomma documentato la nostra peculiare esperienza nel settore della comunicazione di classe, non riuscendo a liberarsi da un certo carattere di dibattito interno al gruppo.
Con la pubblicazione della raccolta di Potere operaio la collana acquista un respiro nuovo, piazzando la nostra stessa esperienza nell'ambito di una più vasta tematica metodologica che la classe è venuta elaborando in questi anni di riscoperta del marxismo critico, nel corso di un suo progressivo e ancora incompiuto distacco dal marxismo dei burocrati.
Potere operaio è stato un importante episodio di propaganda minima collegata alle necessità della lotta di classe immediata, un'esperienza assai sensibile all'emergenza di "materiale" politico proveniente dalla base nel corso della quale hanno fatto capolino - né poteva essere altrimenti - la tematica della comunicazione di classe e quella dei rapporti tra il momento organizzativo e l'elaborazione spontanea, momenti centrali in qualsiasi esperienza ispirata dal marxismo critico.
Attraverso il libero dispiegarsi della cultura di base, della cultura operaia, la classe si dà i propri strumenti di comunicazione di classe nell'ambito di alcune fabbriche del Biellese, strumenti la cui efficacia è radicata nel fatto di essere "propri", interni alla "propria" cultura.
Così - come nota Pino Ferraris - "il linguaggio eccessivo, immaginoso e semplice della redazione operaia, ricco di allusioni e di sfumature che soltanto 'chi è dentro' può capire" fa sì che il giornale venga "capito e visto dagli operai come 'cosa propria' come una cosa che veniva dall'interno, fatta dai 'nostri'"; e la tradizionale propaganda mediante canzoni - ove si innovano testi della tradizione popolare o si adattano nuove parole a canzonette di consumo corrente - riprende tutta la sua efficacia a livello della lotta di fabbrica.
Un'esperienza politica dunque - questa del Biellese - ove si riverifica ancora una volta - e la cosa negli anni '60 assume un significato di nuova "scoperta" - tutta la pregnanza metodologica dell'assunto marxiano che "l'emancipazione dei lavoratori è opera dei lavoratori stessi", perdendo di vista il quale l'azione di organizzazione non ha mordente, si svuota, non fa più presa sulla realtà. E ancora una volta "l'umiltà di raccogliere il livello di classe realmente esistente" - di cui discorre Ferraris - si rivela il solo modo di uscire dalla speculazione e di entrare nella vita reale, la via per abbandonare il burocratismo per la scienza reale e positiva, per la "scienza operaia" che trasforma il mondo ed è verifica della "propria" - non dell'altrui - prassi.
L'esperienza di Potere operaio è stata oggetto di altre pubblicazioni, tra le quali ricorderemo:
Per la Riscossa operaia. Quaderni socialisti 7, a cura della Federazione Biellese e dell'Ufficio Stampa della Direzione del PSIUP. Roma, Tip. Gate, settembre 1965 (il numero è interamente dedicato a "riorganizzazione capitalistica e condizione operaia" nel biellese);
Pino Ferraris, Giornali politici nelle fabbriche del Biellese in Quaderni Rossi 5. Intervento socialista nella lotta operaia, a cura dell'Istituto Rodolfo Morandi. Firenze, Tip. Giuntina, pp. 31-48 (testo tratto da una registrazione di una conversazione del Ferraris).
Un tempo, se ben ricordo, la mia vita era un festino in cui tutti i cuori si aprivano, in cui tutti i vini scorrevano.
Una sera, ho preso sulle ginocchia la Bellezza. - E l'ho trovata amara. -E l'ho ingiuriata.
Mi sono armato contro la giustizia.
(Rimbaud - Une saison en enfer)
Noi non abbiamo una linea rivendicativa da imporre, né una strategia alternativa con cui affrontare la corrida delle "lotte politiche" (in cui il proletariato funge sempre da toro nell'arena), nella misura in cui non ci poniamo sul piano di un'osservazione oggettiva ed asettica, ma vogliamo sfrenatamente dialettizzare la nostra vita con "l'intero movimento della storia, con il reale atto di generazione del comontismo, con l'atto di nascita della sua esistenza empirica".
L'abbandono di ogni terreno di contrattazione con il capitale laddove apparentemente si contrattano le forme fenomeniche del proprio sfruttamento, ma dove in effetti il prezzo che il proletariato sempre paga è quello di una vendita-reificazione sempre maggiore della sua esistenza, ci sembra preliminare a qualsiasi discorso propositivo. In effetti l'unico terreno che sentiamo come nostro è quello della critica rivolta alla totalità concreta dell'esistente, cioè la critica globale pronunciata in pari tempo contro tutte le sfere geografiche di dominio del capitale e contro tutti i momenti della vita quotidiana. Noi riconosciamo questa critica come creata praticamente dal nascente movimento rivoluzionario, all'interno del quale ci sentiamo inseriti. In questo senso abbiamo ritenuto necessaria un'opera di demistificazione e un conseguente tentativo di chiarificazione teorica dal punto di vista di questa nuova tensione alla totalità.
Ma punto di vista della totalità significa anche, e soprattutto, che il soggetto e l'oggetto dell'analisi coincidono, che si raggiunge cioè quella dinamica interna di esistenza e di coscienza che fondano i concetti di umanità e di soggettività. Questa caratteristica può essere presente solo nel proletariato, che è insieme l'oggetto dell'alienazione ed il soggetto della sua propria emancipazione.
Questo punto di vista o è vissuto direttamente, o non può essere inventato da nessun politico, intellettuale o avanguardia che si pone come separata dal movimento reale stesso. Da ciò deriva la possibilità di affrontare i problemi del proletariato come problemi specificamente propri, e d'altra parte di ritrovare le connessioni fra il proprio vissuto quotidiano e la problematica che si pone al movimento complessivo.
I punti focali che il proletariato deve affrontare nella sua lotta per la radicalizzazione della fase attuale di scontro, crediamo che si possano riconnettere ai problemi di estensione e di comunicazione quantitativa e qualitativa delle lotte anti lavorative e della violenza.
In effetti, il limite maggiore che si può riscontrare nella fase attuale di sviluppo dell'assenteismo e del boicottaggio della produzione, dal punto di vista della negazione della totalità del l'esistente, può essere individuato nella parzialità di queste lotte. Oltre ai limiti direttamente connessi ai rapporti di forza all'interno della fabbrica, il proletariato deve affrontare il problema della critica della produzione sotto qualunque forma essa si ponga, cioè sia al livello della storica produzione immediata, sia al livello della attuale produzione e consumo-trasmissione dell'ideologia-merce. Ciò implica, per il proletariato, la scoperta della critica della vita quotidiana, e dei rapporti di scambio e di ruolo esistenti in tutto l'arco della giornata. Affrontare ancora questo terreno come un settore particolare, o peggio privato, e svilirlo al livello di inessenziale, significa riproporre in termini separati un anacronistico programma di lotta operaista.
Dalla critica dello sfruttamento in fabbrica alla critica dell'autoalienazione in ogni momento non c'è che da compiere un balzo, che è essenzialmente qualitativo e modificante la prospettiva complessiva del proprio agire. La violenza, che fino ad ora è stata arginata e controllata entro margini ben precisi, deve ora dunque trovare il nesso per non rivolgersi più solo contro i tradizionali nemici di classe, o contro le forme più evidenti e provocatorie del potere. A questo livello del dominio del capitale, quando esso cioè si è insinuato in ogni ambito sociale ed in ogni momento della vita, la violenza proletaria deve imparare ad esercitarsi contro tutte le forme di dominio attuale sull'uomo.
La sintesi dialettica fra la violenza criminale e quella che permea lo scontro sostenuto nell'ambito più specificamente produttivo, deve nascere dal superamento storico dei limiti di entrambe: da una parte i nuovi criminali devono riappropriarsi della teoria della critica al lavoro attraverso il rifiuto di ogni ruolo e di ogni forma rackettistica; dall'altra la lotta antiproduttiva deve riconoscere nella critica pratica della moderna criminalità un inequivocabile momento di distruzione dell'organizzazione complessiva della società. In questo senso, si tratta di cogliere in ogni fattore che non operi direttamente per la rivoluzione, un momento di contro rivoluzione direttamente ponderabile ed influente in senso conservatore. Esercitare la propria violenza liberatrice in ogni frangente che lo richieda, in nome di se stessi e della propria umanità, quando sia chiaro che non si può parlare di libertà senza aver prima affrontato il problema della propria liberazione, significa operare per porre elementi sensibili di modificazione e di dialettica empirica coscientemente vissuta.
Ma questa stessa violenza deve trovare i termini per organizzarsi, per uscire dalla fase di isolamento e di ristrettezza nella quale è stata costretta fino ad ora. L'organizzazione della violenza, quando per organizzazione si intende lo strumento idoneo ad una costituenda comunità d'azione, e dunque totalmente al di fuori di ogni ideologia gappistica o tupamaroide, può rappresentare il passaggio dalla fase di violenza istintiva e reattiva, a quella del sabotaggio continuo ed attivo.
Questa stessa prospettiva apre le possibilità per la creazione e l'invenzione di situazioni umane, che ripudino in pari tempo le occasioni e il terreno offerti dalle scadenze dell'organizzazione del capitale.
E le situazioni costruite spontaneamente, con una spontaneità ben inteso riscoperta nel calore vivo della lotta, hanno la capacità di comunicarsi e di espandersi a macchia d'olio, nella misura in cui, se hanno per fine la verità pratica, hanno tale forza attrattiva e creativa da polarizzare le tensioni altrimenti disperse di tutti gli individui autonomi e disadattati. Lo stesso gioco che si viene così a realizzare porta in se i nessi dell'unione, finalmente praticata con maggiore continuità, della teoria e della prassi, della decisione e dell'esecuzione, del desiderato e del vissuto. In ultima analisi, questi problemi che sono nostri in quanto individui isolati ma violentemente contrari all'esistente, sono in pari tempo i problemi del proletariato tutto, e non fanno che esprimere le difficoltà e le incertezze che si pongono nella dialettica pratica della lotta di classe per la realizzazione della comunità umana, dell'essenza umana finalmente liberata dalle necessità storiche della riproduzione della propria sopravvivenza.
"Siate calmi! Noi non siamo fuggiti, non siamo battuti... Perché Comontismo - significa fuoco e spirito, anima e cuore, volontà e azione della rivoluzione del proletariato. Nonostante tutto!".
(1) Il processo di autonomizzazione del valore è il processo per cui il capitale sembra non aver più bisogno delle forza-lavoro viva e presente, e tende quindi a nascondere i reali rapporti di produzione e di creazione del valore. "Il capitale appare come la fonte misteriosa, e che da se stessa crea l'interesse, il suo proprio accrescimento"... "Il risultato del processo complessivo di riproduzione appare come una qualità che la cosa (il capitale) ha di per se stessa", (vedi Capitale: libro terzo, cap. 24, pag. 464). Si è dunque apparentemente autonomizzato e liberato dall'effettivo processo di produzione.
(2) L'esigenza della differenziazione dei concetti di dominio formale e di dominio reale si pone in quanto unica perirodizzazione che mette in risalto lo sviluppo reale delle forze produttive e dei conseguenti rapporti di produzione. In questo senso, per dominio formale, Marx intende il dominio che il capitale esercita prima ancora di aver rivoluzionato dalle fondamenta la base della produzione materiale. In seguito, con l'industrializzazione, la meccanizzazione e l'automazione, la conquista del capitale si spinge fino a rimpiazzare tutte le forme di produzione precapitalistiche (dominio reale). La storia del capitale si presenta dunque come la storia della progressiva sottomissione di tutte le sfere della produzione alle sue leggi intrinseche di sviluppo, (vedi Capitale: libro primo: cap. 10 e cap. 6 inedito. In riferimento ad una analisi storica rivolta specificamente alla società contemporanea, si legga l'articolo "Transition" apparso sul numero 8 della rivista francese "Invariance", prima serie, recentemente tradotto anche in italiano).
(3) Per valorizzazione intendiamo, con Marx, il processo per cui un valore anticipato crea altro valore in più (D-M-D', con D' maggiore di D) ( D=denaro; M=merce). Valore + plus-valore = Capitale + profitto.
"Il processo di produzione, in quanto unità di processo lavorativo e di processo di creazione di valore, è un processo di produzione di merci; in quanto unità di processo lavorativo e di processo di valorizzazione, è un processo di produzione capitalistico, forma capitalistica della produzione delle merci". (Capitale: libro primo, cap. 3, pag. 231).
(4) "Capitalismo di stato": starebbe ad indicare un tipo di capitale gestito e programmato dallo stato, celando il processo di impossessamento da parte del capitale stesso di tutte le funzioni storiche e classiche dello stato. Con l'espressione "capitalismo concorrenziale" si vorrebbe attribuire alla concorrenza il valore di caratteristica di una fase del dominio del capitale, mentre essa è, a livelli ed in settori differenti, una costante della legge dinamica insita nel processo del capitale.
Tali concetti mettono in risalto fenomeni apparenti con intento mistificatorio; non a caso essi sono patrimonio della social-democrazia, che se ne serviva per una conservazione di fatto della realtà capitalistica, o del leninismo, che tale realtà voleva modificare nella misure in cui un rivoluzionamento della gestione politica permetteva lo sviluppo di uno stato capitalistico moderno.
(5) Per ideologia intendiamo il prodotto della falsa coscienza determinato "dalle idee della classe dominante che in ogni epoca diventano le idee dominanti". "Nell'ideologia gli uomini e i loro rapporti appaiono capovolti come in una camera oscura; questo fenomeno deriva dal processo storico della loro vita, proprio come il capovolgimento degli oggetti sulla retina deriva dal loro immediato processo fisico", (vedi Marx: Ideologia tedesca, parte prima). L'ideologia è dunque una interpretazione (vedi tesi su Feuerbach), una visione rovesciata del mondo.
(6) Il capitale costante è quello che il capitalista anticipa nell'acquisto delle materie prime, nella creazione delle strutture tecniche che permettono l'impiego di forza-lavoro (più in generale, il capitale costante è quello investito nell'acquisto degli strumenti di produzione). Il capitale costante non è creatore di plus-valore, ma si trasferisce sterilmente nelle merci prodotte.
Il capitale variabile è, al contrario, il capitale investito nel pagamento della forza-lavoro (salario) ed è variabile proprio in relazione al saggio di plus-valore estorto alla forza-lavoro stessa (la formula generale del valore della merce è: C + V + S , con C=capitale costante, V=capitale variabile, S=plus-valore).
(7) La definizione dei concetti di plus-valore assoluto e di plus-valore relativo è contenuta, fra l'altro, nel capitolo 10° del primo libro del capitale, ed è essenziale per la comprensione dei concetti di dominio formale e di dominio reale del capitale.
"Il capitale non può fare a meno di mettere sotto sopra le condizioni tecniche e sociali del processo lavorativo, cioè lo stesso modo di produzione, per aumentare la forza produttiva del lavoro, per diminuire il valore della forza-lavoro mediante l'aumento della forza produttiva del lavoro, e per abbreviare così la parte della giornata lavorativa necessaria alla riproduzione di tale valore. Chiamo plus-valore assoluto il plus-valore prodotto mediante prolungamento della giornata lavorativa; invece, chiamo plus-valore relativo il plus-valore che deriva dallo accorciamento del tempo necessario e del corrispondente cambiamento nel rapporto di grandezza delle due parti costitutive della giornata lavorativa"... "Ma ciò è impossibile senza un aumento della forza produttiva del lavoro"... "Deve dunque subentrare una rivoluzione nelle condizioni di produzione del lavoro".
E più avanti Marx precisa ancora: "Il valore delle merci sta in rapporto inverso alla forza produttiva del lavoro; e altrettanto il valore della forza-lavoro, perché determinato da valori di merci. Invece, il plus-valore relativo sta in rapporto diretto alla forza produttiva del lavoro. Cresce col crescere della forza produttiva e cala col calare di essa"... "E' quindi istinto immanente e tendenza costante del capitale aumentare la forza produttiva del lavoro per ridurre più a buon mercato la merce, e con la riduzione più a buon mercato della merce, ridurre più a buon mercato l'operaio stesso".
(8) Per composizione organica del capitale, si intende il rapporto esistente in un dato periodo fra il capitale costante ed il capitale variabile C/V. Evidentemente, l'aumento della composizione organica del capitale, indica l'aumento del lavoro passato (rappresentato da macchinari e strumenti tecnici) sul lavoro vivo e presente. In altri termini, l'aumento della composizione organica di un capitale significa l'aumento dell'industrializzazione e della meccanizzazione. In altri termini ancora, ciò determina una prevalenza della produzione di plus-valore relativo in rapporto a quella di plus-valore assoluto.
(9) La divisione internazionale del lavoro a livello della ripartizione e della pianificazione della produzione di tutte le merci è tipica del ciclo produttivo che stiamo esaminando.
Questa divisione (cui gli economisti hanno dato il nome di "ciclo del prodotto") si può articolare abbastanza precisamente in questi termini:
1) Gli Stati Uniti producono strumenti di produzione richiedenti un avanzato livello di automazione e beni di consumo di alta precisione tecnologica.
2) Ai restanti paesi a capitalismo avanzato compete la produzione di merci richiedenti solamente un buon livello di meccanizzazione (automobili, elettrodomestici, vestiario, meccanica pesante, ecc. ).
3) Ai paesi del cosiddetto terzo mondo viene riservata l'estrazione di materie prime e la fornitura di beni naturali richiedenti poca lavorazione.
Naturalmente questo tipo di divisione dei compiti produttivi non è statico, ma presuppone al contrario una continua mobilità ed un assorbimento delle tecniche produttive sempre più avanzate da parte dei paesi che svolgono un ruolo subordinato. D'altra parte è proprio questo livello di dinamicità che costituisce la contraddizione intrinseca, nella misura in cui questi paesi, evolvendosi proprio grazie a questo processo, tendono ora a rifiutarne gli stessi presupposti.
(10) Possiamo brevemente riassumere la situazione di crisi americana con alcune cifre: la disoccupazione è pari al 6,2%, in cifra globale i disoccupati sono oltre 5.000.000.14 milioni e mezzo di operai sono in cassa integrazione, i poveri sono 25 milioni.
L'indice della produzione industriale è passato da 111 (dello inizio del '69) ai 102 del' inizio del '70. La bilancia commerciale è la voce che, per la prima volta dal 1893, risulta in passivo; è passata infatti da 7 miliardi circa di attivo del 1963 ai 745 milioni di dollari di passivo attuali (vedi Prometeo, n° 16/17).
(11) Una notazione sul sistema monetario attuale: esso è basato sugli accordi di Bretton Woods del 1944, che prevedono la convertibilità di tutte le monete in dollari, e la convertibilità di questi in oro, fermo restando il prezzo dell'oro in 35 dollari l'oncia; questo rapporto è evidentemente fiduciario, e si basa sulla saldezza dell'economia americana.
(12) Le riserve auree americane sono infatti scese da 22,8 miliardi di dollari nel '50 a 17 miliardi di dollari nel '60 e ai 10 miliardi di dollari attuali.
(13) "Senza dubbio il nostro tempo... preferisce l'immagine alla cosa, la copia all'originale, la rappresentazione alla realtà, l'apparenza al l'essere... . Per esso sacra è solo l'illusione, ma ciò che è profano è la verità. Meglio ancora il sacro ingigantisce ai suoi occhi in relazione al decrescere della verità e al crescere dell'illusione, cosicché il colmo dell'illusione è anche il colmo del sacro!' (Essenza del cristianesimo - Feuerbach)
"La vita delle società in cui regnano le moderne condizioni di produzione si annuncia come un immenso accumulo di spettacolo. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è trasferito in una rappresentazione.
Le immagini che si sono distaccate da ogni aspetto della vita, coagulano in un'unica immagine in cui non si può più ristabilire l'unità della vita (....) Lo spettacolo in generale come inversione completa della vita è il movimento autonomo del non vivente". (Società dello spettacolo -Debord)
(14) Interessanti ed essenziali argomentazioni su tale argomento si trovano, oltreché nel 2° e 3° libro del Capitale, anche nei "Grundrisse" di Marx.
(15) Per merci ideologiche si intende il pensiero che si è mercificato, si è reso cioè scambiabile non per un suo intrinseco valore d'uso, ma soltanto per il valore di scambio che in esso è incorporato (tipiche merci ideologiche sono, ad esempio, l'arte, la scienza, la religione, la morale, ecc. così come i ruoli e i comportamenti da essi derivati). Per ideologia materializzata si intende invece indicare quelle merci la cui nascita è motivata esclusivamente dall'esigenza di soddisfare un bisogno sociale creato dall'ideologia e dallo spettacolo (tipiche ideologie materializzate sono il turismo, gli spettacoli sportivi e musicali, ogni oggetto che funga da gratificatore sociale e che abbia perso ogni possibilità di utilizzazione umana. Ad esempio la stessa automobile, persa ogni utilità riconducibile a delle esigenze umane, sta sempre più rapidamente allineandosi con questo tipo di merci assolutamente senso senso). E' possibile riunire nella definizione di ideologia-merce questi due aspetti della produzione attuale del capitale, poiché questo termine indica chiaramente ciò che entrambi i prodotti hanno in comune: gli uni l'essere merce per i fini del l'ideologia, e gli altri l'essere ideologia per i fini della merce.
I due tipi di prodotti sono scambiabili attraverso un equivalente generale, l'ideologia appunto, che si affianca all'equivalente classico, il denaro.
(16) Sinteticamente: per dequalificazione intendiamo un peggioramento congiunto degli aspetti oggettivi o soggettivi (indi lavoro); per sottoutilizzo intendiamo un peggioramento degli aspetti oggettivi (lavoro) di contro ad un miglioramento degli aspetti soggettivi (la professionalità, la scuola).
Da Comontismo - Edizioni - Milano
"Una parte della borghesia desidera di portar rimedio agli inconvenienti sociali, per garantire l'esistenza della società borghese. Rientrano in questa categoria economisti, filantropi, umanitari, miglioratori della situazione delle classi lavoratrici... e tutta una variopinta genia di riformatori sociali. Questo è il socialismo borghese.
( Marx - Manifesto del 1848 )
Alla scadenza delle lotte contrattuali ogni gruppuscolo politico rende il proprio contributo ideologico allo squallido panorama dello spettacolo imperante, relegandosi nel la sfera del "politico", semplice momento nel processo reale dell'economia, pretendendo cioè di spiegare l'evoluzione dialettica della realtà attraverso la fissazione di fenomeni di cui si coglie il puro e semplice manifestarsi eludendo la ricerca di quelle cause che, stando alla radice del fenomeno stesso, lo presentano non più come un fatto "in sé", ma come logica conseguenza di un processo. La linea di tendenza generale verso cui il capitale italiano muove in questo momento, anche se come si è visto ciò avviene in maniera complessa e contraddittoria, è l'affermazione totalitaria del suo dominio reale, il che, da un punto di vista strettamente economico, significa il prevalere del tempo di circolazione sul tempo di produzione, e la creazione su vasta scala di popolazione improduttiva, non coinvolta nel processo di creazione della ricchezza materiale. Di conseguenza, assistiamo alla diminuzione relativa e progressiva del ceto operaio (dell'unico ceto produttore di merci classiche), mentre aumenta il numero delle persone utilizzate per facilitare la realizzazione di plus-valore, cioè la sua trasformazione dalla forma merce alla forma denaro (14)?In questa prospettiva è possibile comprendere le cause delle continue riduzioni dei livelli di occupazione operaia (in parte recuperati nel ciclo della circolazione, in parte estromessi del tutto). Non si tratta dunque di "provocazioni padronali", o di "risposte della classe dirigente alle giuste lotte della classe operaia", ma della necessità intrinseca che il capitale ha di accrescersi attraverso il costante aumento della scala di produzione.
Nel quadro specifico dell'evoluzione del capitalismo italiano, le scadenze sindacali per il rinnovo del contratto di lavoro ratificano un importante momento di riorganizzazione della produzione; dietro il paravento delle rivendicazioni "politiche", non a caso i contratti del '72 si preannunciano come passaggio da rivendicazioni di tipo salariale a rivendicazioni di tipo più generalmente normativo, rispondendo dunque perfettamente alle suddette necessità di riforma strutturale. L'interrelazione tra le rivendicazioni sindacali e le proposte più avanzate da parte "padronale" in questo preciso momento della ristrutturazione economica, risulta chiaro ed evidente, per esempio, anche dai risultati di una riunione tenutasi a Roma il 19-5-'72, in cui la Federmeccanica, fondata da Agnelli, anticipando le proposte sindacali, ha avanzato le sue richieste, che possono essere così riassunte:
E' interessante analizzare dettagliatamente le proposte sindacali, per verificare ulteriormente come esse si inseriscano, al di là delle vuote fraseologie ed indipendentemente dalle congiunture particolari, nei piani e nelle prospettive di riforma (se ancora possono esistere riforme) che il capitale esige come propria dinamica interna.
Sostanzialmente le vertenze sindacali di quest'anno si sviluppano in tre direzioni:
Il senso di analizzare più profondamente le direttive sindacali risiede nella definizione delle possibili prospettive proletarie.
1) IL RECUPERO DEI CONSIGLI
Il discorso sui consigli di fabbrica rientra nel quadro di recupero delle esperienze organizzative che il proletariato si diede in rapporto ad una fase determinata della sua evoluzione, il cui contenuto rivoluzionario resta altresì strettamente legato a quel momento storico (1905-23) quando ancora esistevano degli spazi liberi di cui il proletariato si appropriava a che autogestiva appunto attraverso la forma consiglio.
Il tentativo di riattualizzarli proponendoli come schemi formali si colloca come atto controrivoluzionario, dal momento in cui, inseriti in un periodo dell'evoluzione storica in cui il capitale si erge a monolito, comprende ogni aspetto del vivibile ed affida la propria riproduzione non più a specifiche organizzazioni, ma alla autoorganizzazione degli individui che in esso si riconoscono, i consigli divengono un momento di recupero delle nuove manifestazioni del moderno proletariato rivoluzionario (assenteismo, sabotaggio, lotte antilavorative, esplosioni di violenza, ecc. ) e inoltre una proposta di nuova organizzazione intersoggettiva per il riconoscimento di ogni individuo nel suo ruolo produttivo-sociale, in altri termini un tentativo di partecipazione diretta e di gestione del proprio sfruttamento.
Le proposte più avanzate dei sindacati consistono nell'affidare ai consigli di fabbrica ed ai comitati di reparto la gestione della politica aziendale e di quella di quartiere, raggiungendo così, in linea di tendenza, ogni aspetto ed ogni momento della vita quotidiana.
Questo processo, che già ebbe inizio nel '69, quando i consigli, anche se con un ruolo limitato, furono riproposti come evoluzione dei comitati di base, tende ora ad evolversi a tal punto da arrivare al consiglio come organo effettivo decisionale in cui il capitale si manifesta oggettivandosi progressivamente nei rapporti tra le persone. E' la realizzazione di ciò che Marx, in una sua polemica con quelli che definiva come 'socialisti volgari' determina come "comunismo rozzo", in cui, attraverso la generalizzazione della proprietà, si perviene alla negazione totale della soggettività umana. Evidentemente, ponendosi sempre più il sindacato come racket particolare in concorrenza con altri rackets, ma anche come momento complessivo dell'organizzazione capitalistica dello spossessamento, dietro alla rivendicazione populista di "maggior potere ai consigli", si nasconde un desiderio di potere mistificato ma facilmente individuabile.
L'obiettivo dei sindacati è quello di rafforzare i consigli come strutture di base dei sindacati stessi, al fine di favorire la partecipazione democratica dei lavoratori alle decisioni, e soprattutto alla gestione-esecuzione della linea sindacale. A ciò si ricollega anche la difesa della contrattazione articolata ed aziendale, che rappresentano un terreno favorevole di sviluppo del controllo sindacale, ed il rifiuto di ogni regolamentazione dei consigli stessi (regolamentazione apparentemente spacciata come desiderio padronale, apparentemente proprio nella misura in cui i consigli sono già regolati e diretti dai sindacati in forme e contenuti confacenti alla pace sociale ed al clima di collaborazione democratica).
Ma la tematica della democraticità e della rappresentatività dei consigli di fabbrica si lega e si articola a quella sul recupero delle tensioni egualitarie che hanno portato alle proposte di inquadramento unico. Ad esempio, l'accordo Olivetti prospetta un impegno dell'azienda di "promuovere un'effettiva valorizzazione delle capacità professionali attraverso: la ricomposizione delle mansioni, la mobilità interna, attraverso un utilizzo in lavori diversi, l'introduzione di nuove tecniche produttive, e l'affinamento dei contenuti professionali di alcune mansioni".
2) INQUADRAMENTO UNICO
Nel periodo storico in cui viviamo il capitale tende a ricoprire ogni aspetto della vita quotidiana, relegandola alla categoria del non vissuto, tende cioè ad instaurare la sua presenza a livello planetario, stravolgendo il bisogno di umanità (unico reale bisogno) nel l'adottare falsi soddisfacimenti che possono avere funzione sostitutiva solo in quanto determinati dalla creazione di modelli, di comportamenti diffusi ed introiettati grazie alla produzione di ideologia-merce (cultura, arte, politica, ecc. ) (15)
Per la realizzazione di questo progetto è necessario che la produzione di ideologia (elemento indispensabile per autocostringersi alla produzione di merci) non sia differenziata dalla produzione di merci, o meglio che non esista una interruzione del ciclo produzione-circolazione-consumo. D'altra parte il capitale è valore in processo, ma valore il cui momento di creazione si presenta sempre più come determinato non più da un'unica fase (quella di produzione di merci classiche) ma come la risultante dell'organizzazione complessiva capitalista. Non si parla di "sfera dell'ideologia" e "sfera delle merci materiali", e neanche di un tempo e di uno spazio adibiti rispettivamente alla produzione di ideologia e alla produzione di merci materiali; i produttori di ideologia non sono semplicemente fondamenti della circolazione e della realizzazione del valore, ma sono partecipi della determinazione del valore stesso nella misura in cui il lavoro è oggettivato nella merce materiale. Ciascun individuo è contemporaneamente produttore e consumatore di ideologia-merce, produce merce consumando ideologia, produce ideologia consumando merce. Un' intercambiabilità dei ruoli sociali e un inquadramento unico dei diversi tipi di occupazione diventa dunque di momento in momento più auspicabile (le prospettive sindacali rientrano precisamente in questo progetto) proprio perché attraverso ciò, da un lato si materializza sempre più l'illusione democraticistica ed egualitaristica da cui correttamente Marx ci metteva in guardia cento anni fa (illusione che contribuisce a dare sempre maggiore credibilità alla "necessità" della attuale situazione), e dall'altro corrisponde perfettamente alle moderne esigenze evolutive sopra illustrate.
In particolare, l'inquadramento unico si articola nei seguenti termini: 1)riduzione delle categorie con innalzamento di quelle più basse verso le più alte - 2)tendenza a superare la fluttuazione fra sottoutilizzo e dequalificazione. (16)
Il punto di vista delle organizzazioni sindacali è quello di affrontare, in termini propositivi, il problema della cattiva organizzazione del lavoro in fabbrica, in termini sostanzialmente mistificatori, per il proletariato, e produttivistici per il capitale.
Si tratta infatti di affrontare i principali ostacoli e le maggiori conseguenze negative dell'organizzazione del lavoro capitalistico: dequalificazione e sottoutilizzo. In positivo, ciò significa puntare al recupero ed alla valorizzazione effettiva delle capacità produttive del lavoratore.
Ancora una volta, dunque, le rivendicazioni sindacali si inseriscono attivamente in una prospettiva di più moderna organizzazione del lavoro, facendo leva sulle tensioni unitarie ed egualitarie espresse nei momenti più radicali delle lotte operaie di questi ultimi anni.
3) RIDUZIONE DEGLI ORARI
In generale la riduzione degli orari di lavoro rappresenta una delle componenti interne della dinamica del processo produttivo e del processo di valorizzazione. Per l'estrazione di plus-valore relativo (forma contemporanea della produzione mercantile), si opera infatti la riduzione del tempo di lavoro necessario, e l'estensione del tempo di plus-lavoro. Questa estensione è rappresentata dall'intensificazione qualitativa dello sfruttamento: i miglioramenti tecnici comportano cioè una diminuzione dei tempi per un aumento della produzione di merci. La diminuzione della settimana lavorativa, spacciata dai sindacati come una conquista proletaria, rientra perfettamente in questa necessità evolutiva del capitale. Le cinque giornate lavorative, oltre che rappresentare un'esigenza prettamente organizzativa, creano evidentemente come immediato corrispettivo una quantità maggiore di tempo cosiddetto libero. La creazione di questo tempo libero per l'intera società rappresenta la condizione preliminare per una riconversione di esso
in attività direttamente produttive. L'arcano per la comprensione dell'attuale fase di evoluzione del capitale risiede precisamente nel nesso dialettico esistente fra attività lavorativa e tempo libero che divengono fondamento l'uno dell'altro; tale tempo si presenta dunque come un metafisico momento di riproduzione del capitale attraverso modelli di comportamento e matrici ideologiche che si oggettivano negli individui spingendoli alla corsa allo scambio e alla mercificazione totale di se stessi.
Il ciclo della produzione immediata si chiude dunque con due risultati: 1) utilizzazione in rapporti direttamente e specificamente capitalisti (salariati) di tutta la forza-lavoro utilizzata per la circolazione e realizzazione del valore, e 2) riconversione del tempo liberato dalla sfera della produzione immediata in tempo di lavoro necessario alla produzione e alla riproduzione di oggetti e di comportamenti assolutamente senza senso (ideologia-merce).
Ci sembra giusto, dopo la sommaria analisi delle linee di tendenza espresse in questi contratti, e delle relazioni esistenti fra i piani di sviluppo capitalistici e le rivendicazioni sindacali, chiarire definitivamente l'impossibilità di un utilizzo proletario di questa scadenza.
Quando i cani da guardia si annidano ovunque, o si procede al boicottaggio continuo e sistematico di ogni spazio illusorio offerto, o ci si costruisce uno spazio autonomo ove operare.
Come già metteva in chiaro Marx, i sindacati non possono essere considerati che totalmente sul terreno del capitale, dal momento in cui agiscono per garantire alla forza-lavoro il suo proprio valore di mercato. Essi sono i gestori fedeli del prezzo di mercato del lavoro umano, ma in un'economia capitalista, l'elevamento economico delle classi inferiori è ammesso, anzi incentivato, solo in quanto il fine del capitale è la realizzazione di plus-valore, che richiede evidentemente un consumo adeguato ed estendentesi tendenzialmente sempre di più.
Da Comontismo - Edizioni - Milano
Se il crimine fosse quotato in borsa, le sue azioni sarebbero il miglior possibile investimento.
(Dal Corriere della Sera, 25 sett. 1972, terza pagina)
La geografia mondiale del riapparire proletario negli anni'60 ripercorre ed indica a caratteri di fuoco i punti nevralgici del dominio planetario del capitale: le 50 e più rivolte nere nelle megalopoli americane sembrano essere la premessa dialettica degli scioperi generali in Francia, (maggio '68), e delle rivolte studentesche in Giappone, Germania, America Latina. Come nascenti dall'unica logica conduttrice dell'impraticabilità delle attuali condizioni di vita, le tensioni distruttive si espandono a macchia d'olio negli stati cosiddetti "socialisti", e smascherano una volta per tutte (a Danzica e Stettino come nelle maggiori città cinesi) la mistificazione stalinista dell'edificazione del "socialismo" in un solo paese.
L'internazionale proletaria seppellisce ogni rappresentazione spettacolare (13) di se stessa: non sono più solo i fenomeni contingenti, le congiunture particolari ad essere sottoposte alla violenta critica pratica dei proletari, ma l'insieme delle condizioni di vita reificate, la totalità dell'esistente autoerettasi a potenza sociale complessiva. I momenti più radicali dell'espressione rivoluzionaria, determinati evidentemente dalla nuova situazione di estremo sviluppo delle forze produttive e del proletariato moderno, incidono significativamente sugli altri punti di lotta.
Questi ultimi, se ancora presentano al loro interno spazi di recupero o direttamente riformistici (coogestione, nazionalismo, confusione interclassista), assumono però una nuova dimensione nella misura in cui la loro prospettiva è la negazione delle prospettive della realtà capitalista che le genera.
Se le rivolte dei neri americani sono le rivolte contro l'abbondanza e contro la merce, prese in parola, il movimento europeo, anche se parte dalla critica della miseria, assume senso radicale nella misura in cui critica implicitamente lo essenziale del processo che creerà l'abbondanza dello spettacolo.
La critica della vita quotidiana, nata dal moderno sviluppo dei rapporti di produzione, si presenta come il filo logico che lega e sintonizza, pur contraddittoriamente, esplosioni di violenza e di ribellione sempre più continue. Dalla rivolta isolata all'insurrezione generalizzata, non c'è che la coscienza della propria continuità. E questa va creandosi. Per l'Italia, le lotte iniziate nel '67-'68 rappresentano il riapparire del proletariato con interessi propri separati e contraddittori con quelli dell'Economia.
Esse precedettero, in ciò che vi era di significativo, il rinnovo nazionale dei contratti del '69 ( metelmeccanici, edili, chimici, ecc. ), ma riuscirono a trovare la loro dimensione non settoriale (integrale) solo nel cosidetto "autunno caldo". L'"autunno caldo" rappresenta anche il primo momento di separazione fra la rivoluzione e le forze del recupero, separazione che andrà accentuandosi nel periodo post-autunnale: allo sviluppo della critica della produzione e del lavoro va sempre più opponendosi la gestione forzata e forzosa degli elementi recuperabili all'interno della fabbrica e del tessuto sociale.
Accenniamo ora alle modificazioni operatesi nelle organizzazioni sindacali, sia per il significato intrinsecamente riformista nel senso nuovo che esse vanno definendo, sia per l'azione direttamente antiproletaria che esse esplicano in ogni frangente, fermo restando che ogni impulso di modificazione dell'esistente viene mutuato, come prodotto spurio e devitalizzato, dal movimento reale del proletariato, non procedendo il capitale che per inerzia.
Nel '69 le esplosioni di lotta violenta e continua vengono a coincidere con il rinnovo contrattuale, che coinvolge milioni di lavoratori (errore macroscopico dei piani capitalistici, che facendosi forti dei livelli di contrattazione fino ad allora imposti, avevano preferito coagulare i contratti di moltissime categorie per facilitare quella che era sempre stata fino ad allora una ratifica formale, un assenso senza dibattito ai progetti di sviluppo e di programmazione capitalistici).
Ma se nel '66 i contratti bidone avevano rappresentato una ennesima dimostrazione dell'inefficacia proletaria, si andava d'altra parte ricostituendo, negli anni immediatamente seguenti, un moderno proletariato non più disposto ad accettare lo scambio della propria vita per la rinascita economica.
Rinascita che, se da una parte aveva rappresentato il simbolo, l'illusione per la quale il proletariato si era potuto esprimere fino ad allora nell'unica accezione di forza-lavoro (complici coscienti le forze sedicenti comuniste), d'altra parte aveva mostrato i suoi limiti con la crisi (limite storico dell'organizzazione capitalista è proprio la ciclicità, i cui tempi vanno via via abbreviandosi fino a raggiungere un andamento standard di crisi permanente) che aveva disilluso e demistificato quei valori il cui prezzo era il sacrificio.
Se l'evoluzione capitalistica degli Stati Uniti si è svolta in tempi sufficientemente lunghi da poter instaurare a livello di massa l'ideologia portante della struttura economica, se cioè, una trasformazione della produzione in senso moderno era preceduta ed accompagnata dall'introiezione nel proletariato della tecnologia e dei suoi effetti, della scienza e dei suoi prodotti, accettati ormai come manifestazione vitale del'"Uomo Moderno", e, per dirla in altri termini, i soddisfacimenti proposti riuscivano a compensare la rinuncia ad ogni forma di umanità, in Italia le contraddizioni esplosero là dove il prezzo di un'avanzata e veloce industrializzazione era il supersfruttamento (in termini quantitativi, vedi straordinari, cottimi, incentivi) e il basso costo della forza-lavoro. E proprio questo basso livello dei salari non consente che si diffonda a livello di massa la compensazione ideologico-mercantile (la casa, il veicolo, il lusso, ecc. ), non permette cioè che modelli di vita, falsi soddisfacimenti, atti e funzionali unicamente alla produzione, all'accumulazione e alla conservazione di questa economia, siano immediatamente introiettati. L'introiezione di tutto ciò, infatti, non è un fatto meccanico, scientificamente attualizzabile in un dato lasso di tempo, proprio perché si pone in continuo contrasto con le esigenze umane di ciascun individuo. I sindacati avevano rappresentato, dal dopo-guerra agli anni '60, un'organizzazione amorfa, unicamente rappresentativa della forza-lavoro.
Ma dagli anni '60 le necessità di sviluppo capitalista propongono una ristrutturazione della produzione, e di conseguenza una riorganizzazione della vita, dei rapporti individuo-produzione che si estendono a livello sociale ai rapporti proletariato-capitale, in cui anche il sindacato viene a ricoprire ruoli più evoluti: non si può più individuare nei sindacati semplicemente un'organizzazione nel l'organizzazione, ma essi vengono ad essere un momento più specializzato dell'organizzazione "tout court", e cominciano a porsi come momento complessivo, come elemento determinante e dirigente dello sviluppo stesso dei rapporti di produzione e della produzione stessa.
Proprio perché la funzione dei sindacati comincia ad essere quella di mediazione dei rapporti capitale-proletariato, dove per mediazione si intende recupero delle espressioni rivoluzionarie in una prospettiva essenzialmente riformista, ciò che caratterizza il nuovo tipo di sindacato non può più essere la passività, ma il massimo di attivismo, la presenza costante: rovesciamenti capitalistici dell'attività e dell'efficacia proletaria.
Ma ancora una volta un mutamento delle capacità organizzative del capitale incontra i suoi limiti nel mutamento delle capacità del proletariato rivoluzionario: i tempi continuano ad essere accelerati, e se solo pochi anni prima gli unici avvenimenti erano le lotte C.G.I.L.-C.I.S.L.-U.I.L.,le nuove tensioni a livello proletario impongono una nuova problematica, un'organizzazione monolito, un esempio di compattezza da ricercare appunto nell'unione delle confederazioni.
Il sindacato diviene l'organo addetto all'incanalamento di forme di lotta che in una moderna organizzazione non possono essere lasciate nel l'ambito dell'imprevedibile, ma che devono essere preventivate, programmate in piani funzionali come parte integrante di una logica di sviluppo controllato e pianificato. E nello stesso tempo deve rappresentare il modello spettacolare della lotta di classe, e funzionare da valvola di sfogo delle crescenti tensioni proletarie. Ma il compromesso diviene terribile banalità quando si pretende di organizzare sotto l'egida della produzione le tensioni antiproduttive ed anti lavorative, che rappresentano i momenti di maggiore verità pratica proprio nei tentativi di distruzione di quella realtà che vorrebbe tutto inglobare e recuperare.
Ruolo dunque davvero moderno questo che i sindacati italiani cominciano ad assumere con la rinascita del movimento proletario: da momento di semplice ingabbiamento delle esigenze rivoluzionarie, si perviene ad un ruolo fondamentale nel processo di organizzazione programmatica del lavoro e dell'estrazione del plus-valore relativo. Questa la linea di tendenza. In pratica questa evoluzione, che presuppone la riunificazione di fatto dei sindacati, inizia, negli anni '68-'69 con una serie di retaggi e di impedimenti mutuati dal passato.
Queste contraddizioni si espressero in una non omogeneità di azione da parte delle singole Confederazioni nel periodo pre-autunnale, non omogeneità che arrivava a manifestarsi in una serie di dispute e beghe per quanto riguardava gli scioperi o l'atteggiamento da assumere rispetto ai nuovi fenomeni spontanei che si producevano continuamente. E così questa stessa situazione contribuì non poco al mantenimento di quel clima di sfiducia e di disinteresse nei confronti dei sindacati per cui la ritrovata unità all'inizio dell'autunno e nel momento dì maggiore conflittualità non potè ridare immediatamente ai sindacati la sperata credibilità: il movimento degli scioperi selvaggi al di fuori di ogni inquadramento potè svilupparsi trovando solo un'opposizione relativa da parte confederale.
E' da notare in questo periodo anche lo svilupparsi soprattutto quantitativo dei gruppi extra-parlamentari, che proprio sfruttando le reali ma contraddittorie esigenze operaie, ed il momento di crisi padronale e sindacale, poterono inserirsi nelle lotte contrattuali per recuperare le punte più avanzate emerse direttamente dagli scontri aperti fra le parti in causa. Deve però essere chiaro il carattere essenzialmente contro-rivoluzionario del nascere e dell'attecchire di questi gruppuscoli: resta fermo che non è neppure lontanamente paragonabile tale prosperare con quello, per esempio, dei gruppi intellettuali ed operai che nacquero prima e dopo la rivoluzione del 1848, che rappresentarono, come già Marx mise in evidenza pur con toni critici, un momento di dialettica positiva e di avanzamento teorico fondamentale. I gruppuscoli di oggi, al contrario, nascono e si sviluppano sotto il segno del recupero ideologico e politico: sono gli avvoltoi pronti a sbranare ciò che non ha ancora la forza di vivere autonomamente, e dunque muore per inesperienza. Il proletariato non ha che da gettarli nella pattumiera della storia.
Ma si mentirebbe nell'essenziale se si restringessero le considerazioni teoriche su quella fase della lotta solo allo ambito operaio e a quello dei suoi "rappresentanti ufficiali". La comprensione effettiva di quel momento e dei suoi legami col presente passa al contrario attraverso la comprensione veritiera delle direttrici sulle quali è proceduto e si è sviluppato il movimento reale nelle sue caratteristiche peculiari.
La lotta di classe in Italia sembra infatti essere proceduta su due prospettive apparentemente slegate, l'una di tipo direttamente qualitativo, identificabile con la radicalizzazione che si è prodotta spontaneamente, l'altra formalmente quantitativa, riconducibile cioè alla quantità dei settori in lotta, ed allo spirito unitario sempre più forte.
Precisiamo subito una cosa: la tendenza alla proletarizzazione mondiale non significa altro che la perdita di potere sulla propria vita, sentita ugualmente da tutti, e la coscienza della propria esistenza come puro epifenomeno dell'esistenza incoglibile, inafferrabile, quasi incelata, del processo del capitale e delle esigenze dell'Economia. Ogni "calamità" sociale od ogni processo di mortificazione ed annichilimento della vita umana viene sempre più inteso, o giustificato, come un rimedio necessario, se non come una contraddizione di crescita della società capitalistica stessa. Tutto il tempo di vita diviene un tempo di valorizzazione del valore, diviene un momento di lavoro necessario per la produzione e la circolazione di merce-capitale: a questo punto, tutto il tempo diviene tempo di lavoro supplementare, plus-lavoro estorto e non retribuito.
Il capitale non potrà mai pagare con denaro la vita sottratta a tutti.
I problemi di liquidità e di circolazione monetaria racchiudono al proprio interno anche questo: chi ancora si limita a parlare in termini "economici" di questi fatti,coglie l'inessenziale per celare l'essenziale.
La dequalificazione di moltissimi ruoli in precedenza socialmente rispettabili, lo svilimento di ogni attività umana direttamente legata al ciclo produttivo, quando il ciclo produttivo è diventato tutto, e pervade tutto, l'assorbimento di ogni tendenza spontanea all'interno di un'ottica del sempre uguale, infine la perdita totale di autonomia rispetto alle condizioni attuali di sopravvivenza, impongono un riconoscimento reciproco di condizione che non viene certo impedito, a lungo andare, dai meccanismi di concorrenza e di attrazione seduttiva del potere.
In queste condizioni, solo il ruolo sociale specifico determina il momento della presa di coscienza, la circostanza particolare nella quale si verifica la conquista del punto di vista della totalità: in altre parole ormai esiste per la stragrande maggioranza della popolazione la possibilità e la condizione oggettiva per un porsi soggettivo delle persone nella storia.
Ma se questo spiega una volta per tutte la comparsa nella lotta di classe di quei ceti che tradizionalmente ne erano estranei in prima persona, il rapporto esistente di fatto fra il ceto direttamente produttore di plus-valore materiale e classico, e i ceti creati apposta per la sua semplice circolazione e realizzazione improduttiva, costituisce il fattore determinante per comprendere la dialettica della situazione creatasi in questi ultimi anni.
Il ceto operaio sembra ancora infatti fungere da catalizzatore, da coagulatore di una situazione complessiva che, per il fatto stesso di esistere come complessiva e totalizzante, si pone da se stessa elementi nuovi di radicalizzazione e di sviluppo nella lotta generalizzata. I livelli qualitativi più significanti del processo empirico di critica alle condizioni attuali di sopravvivenza tornano a loro volta ad influenzare, radicalizzandoli, gli elementi detonatori del momento primitivo ed originario della lotta di classe. L'impeto unitario ed egualitario che pervade il ciclo delle lotte che vanno dal '67-'68 ad oggi deve essere compreso come risultante, come momento qualificante del processo di sviluppo delle contraddizioni intrinseche che si pone come sempre più unitario: all'unita raggiunta nel mondo rovesciato della società del capitale, va sempre più contrapponendosi la riscoperta della comune essenza umana e delle comuni esigenze di vita. E questa riscoperta è appunto la risultante di situazioni analoghe, ed insieme lo strumento ed il modo di esistere di una nuova spontaneità conquistata direttamente nella strada.
Ma ben poco hanno compreso di ciò tutti i politici e tutte le bande impegnate nella ricerca di uno spazio di esistenza: sulle loro bocche l'unità è diventata la panacea che risolve tutti i mali, si è trasformata nello slogan indifferenziato ed indifferente a qualsiasi contenuto. L'essenza stessa di questa tendenza, che esprime la proletarizzazione di tutti e la coscienza di questo processo, ha potuto così trasformarsi nella parola d'ordine, presto diventata parola per l'ordine, del l'unità delle masse popolari.
Il carattere tendenzialmente offensivo e distruttivo dell'unità e dell'uguaglianza, così come andava direttamente e spontaneamente articolandosi nella lotta viva e diretta, si risolveva nella difesa delle più elementari "libertà" borghesi, e la dialettica reale poteva apparentemente trasformarsi in un giochetto per apprendisti stregoni. Ma ciò che più conta, per comprendere la reale portata degli avvenimenti di questi ultimi anni, è inquadrare immediatamente il movimento complessivo di critica che si generalizza intanto che si radicalizza.
Le punte avanzate della lotta tornano dialetticamente ad influenzare ed a significare il movimento complessivo, riportano di fatto, per la sola ragione di esistere, e di esistere radicalmente, la loro, propria esperienza come esperienza già teorica, capace di influenzare e di penetrare "nelle masse" non appena si creino condizioni oggettive praticabili.
La critica all'espropriazione del plus-valore estratto dalla forza-lavoro diviene, mediato dalle esperienze di critica radicale dell'ideologia e dei suoi strumenti di trasmissione, la critica qualitativa al lavoro "tout court", all'attività produttiva separata dalle reali esigenze umane. L'assenteismo non è il risultato di una estensione quantitativa della critica allo sfruttamento, bensì è la coerente radicalizzazione ed articolazione dialettica della critica dell'Economia, da una parte, e della vita quotidiana, dall'altra. La ricomparsa della violenza, non più come portato individuale o come ribellione ancora primitiva, significa nient'altro che la selvaggia, eppur moderna, contestazione dell'attuale ordine sociale.
L'intollerabilità delle presenti condizioni di vita funge da elemento catalizzatore: il punto di vista della moderna lotta proletaria comincia a cambiare radicalmente, e l'operaio, lo studente, il criminale, cominciano ad esercitare la loro violenza non più in quanto operaio, studente, criminale, ma in quanto partecipi di un unico progetto di distruzione radicale dell'esistente, in quanto membri attivi della nascente classe universale.
E' chiaro d'altra parte, e qui lo sottolineamo per non lasciare ombra di dubbio, che questa caratteristica si sviluppa su quella che è la base reale delle condizioni di vita e di funzione all'interno della società, e non indipendentemente da essa.
Ma quello che è importante, è cogliere lo spirito e la pratica comunitaria a livello di massa che rinasce in questi ultimi anni, non come la meccanica somma elementare di situazioni differenziate, ma piuttosto come l'esigenza comune comunemente sentita ed espressa, che risolve condizioni di vita solo fenomenicamente differenti.
L'autunno caldo, e più ancora le lotte precedenti alla Pirelli, alla Fiat, all'Alfa Romeo, ed il boicottaggio continuo del la produzione, le insurrezioni di Battipaglia e le rivolte carcerarie, sono l'espressione più trasparente che qualcosa è cambiato, che qualcosa cerca empiricamente la sua propria realizzazione.
Anche qui gli errori servono solo a commisurare la grandezza della prospettiva, il senso di una tensione nuova che non accetta di scendere a compromessi con l'ordine esistente; i sindacati ed i recuperatori di ogni sorta hanno dovuto, come sempre, fare leva sulle debolezze e sui ritardi del movimento complessivo per poterlo ingabbiare all'interno di un'ottica riformista e contrattuale.
In effetti, le debolezze del movimento reale che va costituendosi in Italia negli anni '68-'69 possono essere ricollegati alle storiche carenze del movimento proletario in Europa: l'isolamento dei singoli movimenti di lotta più avanzata determinato dalla diversificazione delle situazioni specifiche paralizza la crescita complessiva.
La dialettica, là dove non riesce o non può darsi gli strumenti per una comunicazione viva ed efficace delle esperienze direttamente vissute, si risolve alla fine nel riflusso e nell'inglorioso ritorno all'interno di schemi e di parametri che il movimento empirico e spontaneo aveva superato d'impeto.
La comunicazione delle esperienze del proletariato non può avvenire che su un terreno che presenti gli agganci e le occasioni propizie a tale comunicazione e trasmissione. In questo senso, dunque, la situazione italiana può essere differenziata da quella americana, oggettivamente più omogenea ed aggressiva.
E' chiaro per di più che, laddove il movimento del proletariato trova impedimenti e difficoltà di ogni genere nella trasmissione delle sue linee di tendenza essenziali, si infiltrano tutti i tipi di recuperatori e di banalizzatori: non solo, ma è molto più semplice contrabbandare ottusamente esperienze di lotte arretrate o comunque facenti capo ad ogni tipo di ideologia sottomaoista e stalinista, ideologie che ora si pongono come dominanti, che non la ricerca faticosa ed incerta per ristabilire la teoria proletaria nei suoi caratteri moderni.
Ma non solo a questo livello si presentano i ritardi del movimento proletario in Italia: la cosa più importante, in un certo senso, è cogliere la limitatezza necessaria e determinata che esso ebbe. Se sicuramente anche in Italia si fanno sempre più pressanti le contraddizioni intrinseche del processo del capitale, è altrettanto vero che tale processo non è ancora arrivato al paradosso, all'autodistruzione, alla disgregazione di ogni nesso sociale ed umano. Per difendersi, il capitale americano è costretto ad attaccare violentemente su tutti i fronti, mentre in Italia esistono ancora spazi per il riformismo (o meglio per la demagogia democratica), anche se la linea di tendenza è chiara e distinta, il potere non è stato ancora costretto a riconoscere apertamente che democrazia borghese e fascismo reale si identificano. Dunque esistono ancora spazi di illusione e di mistificazione.
Ben diversa è la situazione negli Stati Uniti, dove lo stato di emergenza proclamato da tutti i poteri costituiti è la risposta, l'unica risposta ancora possibile, al dilagare della violenza proletaria e liberatrice.
Lo stesso ceto operaio, che in Italia svolge quel duplice ruolo di detonatore e di recuperatore-conservatore di tutta una ignobile serie di putride ideologie, negli Stati Uniti è sempre più costretto ad uscire dall'ambiguità, a schierarsi apertamente con la rivoluzione o, anche se solo periodicamente, con la contro-rivoluzione.
Un'ultima notazione importante, proprio per quel che riguarda questa particolare ottica del discorso, risiede in ciò, e sarà sviluppata nell'ultima parte del libretto: lo sviluppo del movimento rivoluzionario italiano all'inizio di questi anni "70 sta provocando come effetto contrario un'allineamernto sempre più rapido con situazioni più sviluppate; in quessto senso, il rinnovo dei contratti del '72 o ad esempio l'attuale governo Andreotti e le decisioni economico-sociale-poliziesche prese ultimamente, sono un'ulteriore dimostrazione di come, una volta iniziato il processo di rivoluzionamento delle attuali condizioni di sopravvivenza, si scateni immediatamente e con la massima violenza la contro-rivolizione globale.
"Ma, forse, la rivoluzione sarà possibile solo una volta compiuta la contro-rivoluzione". (Marx).
Da Comontismo - Edizioni - Milano
"Apparirà chiaro allora come da tempo il mondo possieda il sogno di una cosa della quale non ha che da possedere la coscienza, per possederla realmente. Apparirà chiaro come non si tratti di tirare una linea retta tra passato e futuro, bensì di realizzare i pensieri del passato. Si mostrerà allora come l'umanità non incominci un lavoro nuovo, ma porti a compimento consapevolmente il suo vecchio lavoro".
(Marx a Ruge, sett. 1843)
La necessità di ristabilire la verità circa la legge di sviluppo del capitale in generale e, nel nostro caso, di quello italiano, impone di verificare le leggi interne al sistema nella logica del solo processo che interessa il capitale medesimo: il processo di autonomizzazione del valore. (1)
A questa necessità corrisponde l'esigenza di cogliere il capitale nella sua evoluzione storica, di ristabilire cioè i concetti di dominio formale e di dominio reale (2) come unici capaci di spiegare la logica di sviluppo in ciò che presenta di essenziale.
Il capitale, come modo sociale di produzione, realizza il proprio dominio reale quando perviene a rimpiazzare tutti i presupposti sociali e naturali che gli preesistono, con forme di organizzazione specificamente sue, che mediano la sottomissione di tutta la vita fisica e sociale alle necessità di valorizzazione. (3)
La teoria proletaria deve essere sempre in grado di analizzare i fenomeni che appaiono nel tessuto sociale sulla base di ciò che è materialisticamente possibile e necessario che appaia, dunque sulla base di una perfetta coscienza del periodo storico che si vive. In questo senso, ogni altra interpretazione della recente storia delle società capitalistiche che fondasse la propria analisi su concetti come "capitalismo di stato", "imperialismo", "capitalismo concorrenziale", ecc. , rientrerebbe immediatamente all'interno dell'ideologia socialdemocratica, o del suo opposto illusorio, la visione leninista e bolscevica della realtà. (4) - (5)
L'analisi dei rapporti economico-sociali che si vengono a creare con la fine della seconda guerra mondiale, presupposto fondamentale per una piena comprensione della realtà contemporanea, si articola nella verifica dei rapporti di forza e della interattività dell'evoluzione dei differenti capitali nazionali.
Consideriamo in particolare i rapporti esistenti tra gli Stati Uniti e l'Europa, ed i caratteri maggiormente differenzianti le diverse componenti sociali: il rapporto fra lo sviluppo tecnologico e l'impiego conseguente di mezzi di produzione estremamente avanzati richiede in America un impiego relativamente minore di forza-lavoro, il che equivale a determinare la concorrenzialità assoluta dei prodotti americani sul mercato mondiale, sia a livello quantitativo, sia a livello qualitativo. D'altra parte in Europa occidentale, e specialmente in Italia, il rapporto fra capitale costante (6) impiegato per la costruzione di una base industriale meccanizzata e capitale variabile (6) utilizzato in salari per la mano d'opera era estremamente basso, e c'era cioè bisogno di una notevole quantità di forza-lavoro per strumenti produttivi relativamente arretrati ed inadempienti. Di conseguenza si sviluppava una differenziazione nella qualificazione della forza-lavoro stessa che, se negli Stati Uniti raggiungeva livelli tecnologicamente elevati, in Europa doveva essere incrementata il più possibile per far fronte alle esigenze di larghi profitti e di accumulazione primitiva di capitale industriale. Si nota dunque come sulla base di queste condizioni oggettive il plus-valore estratto dalla forza-lavoro cominciasse in America a porre il terreno per una fase di avanzato dominio reale del capitale, mentre in Europa si era rimasti ad una estrazione forzata ed assoluta di plus-valore. (7) In questo senso, se anche il dominio del capitale era in Europa apparentemente più duro e violento che non in America, non per questo il capitale europeo era riuscito a crearsi una propria base autonoma e strutturata. In altri termini ciò può essere riaffermato dicendo che il capitalismo americano era giunto ad un grado più avanzato di evoluzione, cominciando già a presentare tutte quelle caratteristiche di stato moderno tipiche della realtà contemporanea. A questo livello di differente composizione organica dei capitali (8) corrisponde una differenziazione delle merci prodotte, che dà luogo ad una divisione internazionale del lavoro (9) e dei mercati da dominare. I piani di "aiuti economici" all'Europa sono il sanzionamento ufficiale di questa nuova situazione economica: all'esigenza statunitense di esportare generi alimentari e prodotti tecnologicamente avanzati, corrisponde l'esigenza Europea ed italiana in particolare di acquistare tali prodotti per crearsi una propria base industriale autonoma ed in grado di partecipare concorrenzialmente alla spartizione delle zone di influenza e dei mercati.
D'altra parte, con la seconda metà degli anni '50 possiamo assistere al ripresentarsi, con forme che sono però tipiche del nostro tempo, di tutte le contraddizioni così ben camuffate nel periodo d'oro dello sviluppo del capitale. Si viene infatti a creare sempre più una situazione di crisi permanente con caratteristiche nuove rispetto alle crisi storiche cui l'economia è ciclicamente andata soggetta. Crisi permanente non significa affatto che il capitale perda la sua ciclicità, significa semplicemente che, imboccata la china discendente, non riesce più a frenare la diminuzione (relativa) del processo di accumulazione, e la caduta tendenziale del saggio del profitto. In questo contesto la stagflazione (stagnazione ed inflazione contemporaneamente) diviene tipica della situazione economica internazionale: per cui, mentre la produzione rimane stagnate, i prezzi salgono alle stelle nel tentativo di realizzare sovraprofitti. Essendo necessità interna di ogni paese capitalistico quella di esportare il più possibile la propria crisi, il processo e i rapporti internazionali che prendono l'avvio negli anni '60, sono improntati a questa esigenza di fondo: gli Stati Uniti, fino ad allora padroni assoluti dell'economia mondiale, trovandosi a far fronte alla propria crisi interna, (10) cercano costantemente di esportarla a danno degli altri paesi capitalistici avanzati, in particolare Canada, Giappone e Europa occidentale. Ma una condizione è essenzialmente cambiata nel quadro degli equilibri internazionali sopra descritti: queste regioni economiche si presentano ora con interessi propri, e quel che più conta, dispongono di un patrimonio industriale altamente produttivo. In special modo la Germania e il Giappone, che negli ultimi anni della ricostruzione postbellica avevano incrementato l'industria meccanica e tecnologica fino a portarla a livelli concorrenziali, tendono ora da assumere un ruolo di primaria importanza per tutto ciò che concerne le decisioni monetarie e commerciali. Ogni tentativo da parte americana di far pagare ad altri il peso della propria crisi interna deve fare i conti con interessi stranieri ed internazionali sempre più potenti: per di più lo stesso capitale americano si è andato sempre più impegnando in Europa, con una politica di investimenti finanziari ed industriali che vede come direttamente ostile una politica protezionistica americana. Inoltre il mercato interno è ormai saturo, è nel settore agricolo questo è ancora più evidente. Ciò assume tanta più importanza in relazione al fatto che l'economia americana è esportatrice soprattutto di capitali e di mezzi di produzione, mentre ha, a livello di merci, una configurazione economica essenzialmente chiusa, in cui cioè il mercato interno rappresenta la parte di gran lunga più importante ed in cui lo sviluppo industriale non si basa affatto sulle piccole e medie industrie, bensì su colossi monopolistici dediti soprattutto all'economia nazionale. Un conseguente squilibrio si presenta a livello monetario caratterizzandosi con un continuo deficit della bilancia dei pagamenti americana (11). Il dollaro è divenuto una moneta sospetta (12) e la sua crisi (invano rallentata col tentativo fallito in parte di rivalutare le monete europee e lo yen) è la misura della crisi della saldezza economica americana e della ricerca affannosa di nuovi equilibri.
Passiamo ora a considerare il ruolo della economia italiana in funzione della situazione mondiale or ora esaminata, sintetizzando:
L'accumulazione capitalistica di questo periodo si presenta dunque come caratterizzata da una fase di rilancio dell'iniziativa privata e da un balzo conseguente degli investimenti imprenditoriali, anche in imprese di non eccessive dimensioni.
In questi anni, d'altra parte, il fronte operaio si trovava interamente sottomesso allo stalinismo imperante: distrutto dall'enorme ristrutturazione del capitale seguita agli anni '20, risorto spettacolarmente come cadavere mostrato in pubblico negli anni bui della resistenza e dei fronti uniti, si offriva imbelle ad ogni manovra del potere, si riduceva a pura funzione del capitale, come elemento variabile della produzione. Era il periodo in cui la richiesta di mano d'opera si evolveva con l'ampliarsi degli investimenti industriali, e poteva essere sapientemente calmierata a causa della grande offerta e della sete di lavoro per la sopravvivenza, eredità queste del periodo bellico. Esisteva per il capitale la possibilità di operare indisturbato a livello di grandi spostamenti di masse e di settorializzazione della produzione: si agiva dunque nel senso di uno sfruttamento intensivo ma soprattutto estensivo della forza-lavoro. La violenza di questo sfruttamento ancora primitivo si manifestava con un largo uso degli straordinari e in special modo dei cottimi. Costretto a scegliere tra la morte per fame e la vendita totale di se stesso, il movimento rivoluzionario non poteva ancora avere i termini per presentarsi con le sue caratteristiche moderne: l'era eroica del capitale coincideva quindi con l'ignominia del proletariato, annichilito ed inesistente, la cui distruzione si poneva d'altra parte come "conditio sine qua non" per lo sviluppo ed il trionfo della Economia e delle sue leggi.
Va notato per di più che in questo periodo si assiste allo spaccamento ed allo sfaldamento del movimento sindacale, fino ad allora gestito unicamente dallo stalinismo, ed alla spettacolare e miserabile comparsa nel "balletto del potere" della C. I. S. L. e della U. I. L. , che traevano spazio sia dalla particolare congiuntura internazionale (guerra fredda) sia dalla impotenza permissiva del proletariato. Ma quelle che erano le contraddizioni che questo tipo di organizzazione portava in sé, sarebbero esplose in modo più inaspettato e dirompente nel periodo successivo. Col finire degli anni '50 ricominciano a verificarsi massicce lotte operaie che, se da un lato rappresentano uno strascico di uno stadio ormai obsoleto della lotta di classe (limitato cioè ad una visione ancora operaista della rivoluzione), d'altra parte segnano la nascita di un nuovo momento finalmente totalizzante della critica dell'esistente, nella misura in cui si pongono in termini oltremodo violenti nei confronti dell'organizzazione capitalistica del lavoro (scioperi di Genova, Palermo, Reggio Emilia, ecc.).
Al primo apparire della rivoluzione fa per altro riscontro il termine del primo periodo di facile accumulazione favorito dai sindacati, e l'inizio della crisi di riproduzione del capitale: è urgente perciò dare inizio a delle rapide ristrutturazioni, sganciandosi in pari tempo dall'ingerenza e dal dominio americano sull'economia nazionale.
L'internazionalismo capitalista, la divisione dei compiti produttivi così come era stata strutturata, comincia a funzionare da ritardante ed addirittura da impediente un piano di ristrutturazione globale che mantenga alti i margini di profitto e dunque di reinvestimento delle singole economie nazionali. Gli elementi sui quali aveva potuto fare affidamento l'Italia negli anni immediatamente seguenti la seconda guerra mondiale, stanno ora perdendo i loro effetti di spinta: l'inserimento in un mercato internazionale in forte espansione richiede al capitale italiano di stare al passo con tempi e scadenze che non gli sono totalmente propri, e si presentano dunque quelle prime contraddizioni tra interessi nazionali italiani e interessi internazionali che non possono che vedere il capitalismo italiano in posizione perdente rispetto all'enorme base produttiva automatizzata e modernissima degli altri stati capitalistici, in special modo Stati Uniti, Germania, Giappone.
Se l'Italia, con l'introduzione di nuovi sistemi produttivi, aveva contribuito allo sviluppo della divisione internazionale del lavoro e alla massimizzazione dei profitti, per mantenere un livello di concorrenzialità aveva ora bisogno di stare al passo con le esigenze di automazione espresse dai maggiori paesi capitalistici, di operare cioè una ricomposizione organica corrispondente all'esigenza di impegnarsi in nuovi necessari investimenti. Si consideri inoltre l'incapacità del capitale italiano di far fronte in modo organico ai suoi storici problemi di sperequazione fra regioni: il mezzogiorno comincia ad avere una propria base produttiva moderna e capitalisticamente avanzata, ma a livelli quantitativi ed estensivi così miserabili da non essere determinanti nella prospettiva internazionalista del capitale italiano. Ma queste analisi resterebbero sterilmente su un terreno economicistico, se non si fondassero su un'analisi della trasformazione delle forze produttive e dei conseguenti rapporti di produzione.
Nella dinamica delle componenti il tessuto sociale si sono andati caratterizzando due movimenti apparentemente contradditori:
Come nel passaggio dalla produzione di plus-valore assoluto a quella di plus-valore relativo, il capitale (il cui movimento tende da sempre all'espropriazione assoluta) ha scisso tutti i nessi sociali e tecnici del processo lavorativo che gli preesisteva, riunificandoli come potenze intellettuali del proprio processo di valorizzazione, così oggi, nel passaggio del capitale a potenza sociale complessiva, assistiamo alla disintegrazione di tutti i tessuti sociali e di tutte le connessioni mentali passate, ed alla loro ricomposizione nell'unità delirante, organizzata dalle sempre più veloci metamorfosi del capitale, ridotti ad ingredienti degradati della mirabile sintesi del valore che si autonomizza. Tutto il tempo di vita delle masse è tempo socialmente necessario alla creazione ed alla circolazione-realizzazione di plus-valore; tutto è misurabile dalle lancette degli orologi. "Il tempo è tutto, l'uomo non è più nulla; esso diviene tutt'al più una carcassa del tempo". (Miseria della filosofia).
Ma se il capitale italiano riesce a superare la crisi dell'inizio degli anni '60 è proprio sulla base dell'assoluta inefficacia proletaria, nonché sulla possibilità di interventi statali e di partecipazione pianificata per ciò che concerne le necessità di reinvestimenti produttivi.
In effetti si può assistere ad un rilancio degli investimenti, e, con ciò, della produzione, che porta rapidamente il capitale italiano a livelli internazionali e concorrenziali, che avrebbero di lì a poco, negli anni '67-'68, portato ad un ripresentarsi delle crisi cicliche del capitale in termini di equilibri nuovi. In poche parole, se la crisi degli anni '60 rappresenta, tra l'altro, una crisi di inadempienza dell'organizzazione capitalistica italiana, in rapporto alle potenze capitalistiche estere, con la crisi mondiale della metà degli anni '60 si apre un periodo nuovo che vede l'Italia allineata con le altre potenze europee nell'attacco all'egemonia americana.
Per di più, e questo è evidentemente l'elemento più importante di analisi dal punto di vista rivoluzionario, con la metà degli anni '60 la crisi internazionale del capitale determina l'occasione storica del ripresentarsi sulla scena della lotta di classe del proletariato come negazione dell'esistente, e in special modo della particolare congiuntura mondiale, che incomincia ad essere riconosciuta come qualcosa di sostanzialmente separato dagli interessi diretti ed immediati del proletariato stesso.
Analizzeremo ora in special modo le caratteristiche di questo riapparire proletario in ciò che presenta di peculiare, e fermandosi naturalmente soprattutto sulla situazione italiana, che ci interessa in modo direttamente operativo, tanto più che le menzogne coscienti che sono state dette sullo autunno caldo del '69 e sulle lotte ad esso collegate meritano, una volta per tutte, di essere drasticamente demistificate.
Da Comontismo - Edizioni - Milano
Ciò che ci proponiamo in questo breve testo non è nient'altro che tentare, in relazione allo scadere dei contratti di lavoro, un'analisi a proposito di quanto si sta producendo nei rapporti di forza tra le classi (o in quanto di esse resta), e dunque circa quello che è possibile aspettarsi per il prossimo futuro, ed un contributo per la riscoperta e la reinvenzione della teoria pratica della lotta di classe nei suoi termini moderni.
L'esigenza di una sempre maggiore comprensione della realtà del capitale, muove dalla coscienza dell'importanza del periodo storico che stiamo vivendo, fondamentale in relazione all'apparire della nuova critica rivoluzionaria che nasce sul cadavere del movimento operaio sconfitto internazionalmente nel periodo a cavallo fra le due guerre mondiali.
I concetti essenziali che abbiamo cercato di mettere in risalto si riferiscono innanzi tutto al riappropriamento di un punto di vista globale, di un punto di vista cioè che non consideri la situazione italiana (e quindi la scadenza oggettiva dei contratti, spunto iniziale del nostro lavoro) come a se stante, ma inquadrata piuttosto, e con un ruolo ben preciso, nelle linee di sviluppo del capitale mondiale. Fatta questa considerazione fondamentale, per riuscire a cogliere la situazione attuale, abbiamo considerato l'evoluzione dell'economia internazionale dal primo dopo-guerra fino ad oggi nei termini di un ciclo di sviluppo. Tale ciclo, che si basa sulla saldezza produttiva degli Stati Uniti e sulla sottomissione ad essi degli altri paesi a capitalismo avanzato, si sta chiaramente avviando ad una conclusione, dovuta in parte ad errori strategici del capitale americano ed in parte all'esaurimento delle possibilità produttive di una siffatta organizzazione.
Le possibilità rivoluzionarie che si aprono a questo punto sono lampanti nel momento in cui si intravede l'attuale momento come di profonda crisi di riproduzione del capitale, che non riesce a trovare i termini effettivi di un nuovo ciclo.
D'altra parte a questa situazione di impasse internazionale è strettamente legato l'apparire in tutte le zone geografiche di una nuova critica unitaria che non a caso fa la sua prima comparsa negli Stati Uniti con l'inizio degli anni '60 (rivolte degli studenti radicali, insurrezioni dei neri a Los Angeles e a Detroit), trovando subito un'eco adeguata nelle lotte anti-lavorative degli operai italiani, belgi e francesi, e nelle rivolte distruttive dei compagni della Zenga Kuren in Giappone.
La spontaneità organizzativa delle moderne rivolte proletarie attinge direttamente dalla realtà il proprio modo di esistere, si costituisce in scelta cosciente nella misura in cui libera la rabbia e la distruttività da sempre covate: non solo sul piano teorico, ma ancor più su quello pratico, le attuali esperienze rivoluzionarie sempre più dimostrano come il livello del moderno scontro di classe rifiuti ogni tipo di organizzazione separata o di "partito formale" in quanto momenti frenanti il processo rivoluzionario complessivo (dal concetto di partito=parte, a quello di totalità=tutto).
D'altra parte, realizzandosi il dominio del capitale sotto forma di organizzazione, potendo dunque scomparire come protagonista in prima persona dei rapporti fra gli uomini, ed ormai ogni forma di organizzazione prendendo sempre più i contorni del racket, è chiaro come tutto ciò che esiste al di fuori degli individui non possa che rientrare in questa categoria. Nella misura in cui si chiariscono sempre più i connotati antiburocratici della nascente critica rivoluzionaria, se ne possono altresì delineare i contenuti che esprimono chiaramente una nuova tensione comunitaria, un nuovo progetto di riunificazione della sfera del "privato" e del "pubblico", del "teorico" e del "pratico", del "politico" e del "quotidiano".
Mentre il movimento rivoluzionario mondiale sta dunque ponendo le basi per la risoluzione di problemi che sono finalmente suoi, crediamo di ravvisare anche in Italia le prime avvisaglie del "futuro ciclone", e crediamo di poterlo vedere nelle lotte anti-lavorative emerse dal periodo dello autunno caldo come nelle esplosioni di collera dei disadattati del Sud, nel continuo dilagare della nuova criminalità "spicciola" che si esprime al di fuori di ogni organizzazione rackettistica, come nel livello di critica della vita quotidiana che esprimono tutti coloro che rifiutano l'organizzazione della sopravvivenza iniziando a riorganizzarsi in modo soggettivo contro il capitale.
In questo senso riteniamo necessaria un'analisi che metta in risalto il livello di recupero che i sindacati e gli ideologi di ogni specie, in occasione delle scadenze contrattuali, stanno cercando di mettere in atto per arginare le previste esplosioni proletarie. D'altra parte, mentre risulta sempre più chiaro il significato di profonda razionalizzazione strutturale che i contratti vengono ad assumere dal punto di vista del capitale, risulta altresì evidente come il livello della critica rivoluzionaria non si presenti solo come volontà di provocare al "padrone" il maggior danno possibile, ma come investa il concetto stesso di contrattazione, che si presenta sempre più come la contrattazione che ognuno accetta di fare della propria vita. Un'ultima necessaria considerazione: la fase di controrivoluzione globale che sta attraversando l'Italia in questo ultimo periodo segue necessariamente l'attacco rivoluzionario che ha cominciato ad esprimersi da qualche anno. La contro-rivoluzione e la repressione violenta impediscono che appaia alla luce del giorno la tensione continua a livello dei reali rapporti di forza. Ma un'accumulazione di repressione, quando questa non può modificare i termini effettivi del movimento del proletariato, prelude ad una nuova fase di rivolte selvagge e di offensività più cosciente. Coglierne i termini presenti contribuisce a prevederne le caratteristiche future.
Da Comontismo - Edizioni - Milano
I primi di giugno, dopo un paio di mesi di discussione, il CUB presenta alla fabbrica il documento programmatico con la parola d'ordine fondamentale: "RIPRENDIAMO LA LOTTA". In esso viene detto che il contratto bisogna rifiutarlo, riprendendo la lotta, che già si annuncia nei fermenti esistenti in alcuni reparti: trafile plastiche (32), tubi in gomma (60), tipografia. E dai reparti che si deve partire. In ogni reparto, infatti, si può creare immediatamente la solidarietà operaia per la coscienza dei problemi comuni; collegando poi i reparti e sottolineando che i problemi di fondo sono gli stessi, si può arrivare alla mobilitazione generale degli operai della Pirelli. I problemi aperti sono molti e il Comitato nel documento analizza i principali: sistema del cottimo, salari, orario di lavoro, nocività, qualifiche, repressione.
a) i cottimi
Pirelli ha approfittato del periodo di ristrutturazione aziendale (19(}4óX) per riorganizzare internamente il lavoro, e rivedere quasi interamente tutto il sistema di produzione: di conseguenza venivano revisionate le tabelle dei cottimi. Il sistema Pirelli dei cottimi è una delle forme più coercitive di sfruttamento. A più riprese la stessa Commissione Interna ha tentato di ostacolare il disegno della direzione sul taglio dei tempi, ma gliene mancavano gli strumenti. Non essendo essa in possesso dei tempi parziali della tabella, doveva per forza limitarsi al giudizio: la direzione fa subire il taglio dei tempi al di fuori di qualsiasi regolazione prevista dal contratto: fa prima realizzare i tempi da lavoratori opportunamente selezionati e impone poi la tabella agli altri, avendo dimostrato che il tempo può esser tenuto. Utilizzando l'ampia struttura organizzativa interna (8.000 operai e 3.500 impiegati e qualifiche speciali) effettua un controllo continuo mediante assistenti e capisquadra per far mantenere all'operaio il ritmo prefissato.
I risultati sono che altissime percentuali di lavoratori, soprattutto nei reparti di confezione, all'età di 35-40 anni sono obbligati a portare il busto, a causa della pesantezza del lavoro e dell'alto ritmo imposto. Al reparto cinghiette trapezoidali, gran parte delle donne che vi lavorano, se vogliono realizzare la produzione a rendimento pieno, devono consumare il pasto alla macchina, passando sul lavoro anche la mezz'ora retribuita di mensa. Lo stesso fanno gli operai del reparto 60 (vulcanizzazione tubi gomma). Al reparto cerchietti le donne, causa l'alto ritmo della lavorazione, hanno le mani e le dita perforate dai fili d'acciaio (la direzione, per le continue richieste della Commissione Interna, ha provvisto le donne di guanti di gomma, che non è un rimedio adeguato, ma non ha affatto ridotto il ritmo, responsabile di quei criminali incidenti). Al reparto vulcanizzatori coperture, con 18 vulcanizzatori da controllare per operaio, con un ciclo di 21 minuti, I'operaio per soddisfare le proprie necessità deve aspettare che il caposquadra gli mandi un sostituto, poiché, essendo automatica l'apertura e la chiusura delle macchine, si è organizzato il ciclo in modo da far lavorare l'operaio a pieno tempo, senza pause. Il continuo taglio dei tempi incide non solo sullo sfruttamento degli operai, ma toglie loro di fatto parte del salario. Poiché l'operaio percepisce lo stipendio pieno solo se riesce a lavorare al 100% del rendimento previsto dalla tabella di cottimo, basta un ulteriore taglio dei tempi perché l'operaio, pur lavorando al massimo delle sue possibilità, perda parte del salario di cottimo. Alla Pirelli un operaio guadagna circa 12-14.000 lire mensili sulla voce cottimo; la media della retribuzione cottimo va a formare la paga media dell'operaio con la quale gli viene liquidata la riduzione d'orario, la tredicesima, le festività, la liquidazione di licenziamento ecc. È quindi evidente il legame tra rendimento cottimo e salario, pensione, liquidazione.
Attualmente il rapporto salario-cottimo è il momento decisivo per l'impostazione della lotta in fabbrica.
La politica dei sindacati consiste nel tentare di tener separate la parte normativa dalla retribuzione, separazione che di fatto è impossibile, come hanno dimostrato di sapere gli operai della Pirelli in questa ultima fase di lotte. Essi, infatti, si sono soprattutto battuti per il miglioramento della normativa del cottimo, avendo preso coscienza che un reale miglioramento non si ha con un aumento della parte retributiva, ma con il radicale cambiamento del sistema padronale di imposizione dei ritmi e, in prospettiva, con il rifiuto dei ritmi imposti. Sebbene la CISL e la UIL insistessero sull'importanza delle conquiste "in danaro",. la fermezza delle assemblee operaie e la presenza costante di numerosi lavoratori alle trattative, hanno impedito, come vedremo, che le trattative fossero condotte solo sulla retribuzione. La CGIL voleva una visione dinamica delle due "facce" del cottimo, e nel novembre '68 presentava una "Bozza di documento sul cottimo", i cui contenuti pretendevano d'essere molto avanzati, ma che, ad un esame attento, rivelano un'impostazione generale che lascia indisturbata la logica padronale del cottimo. La grossa novità proposta dalla CGIL sarebbe il Comitato Sindacale Cottimi:
"In ogni stabilimento (per "stabilimento" s'intende il settore produttivo di una fabbrica che produce uno specifico prodotto, per esempio a Bicocca si avrà: Cavi, Pneumatici Articoli vari) è costituito un Comitato Sindacale per i Cottimi, composto dai delegati di reparto per i cottimi. I delegati sono eletti dai lavoratori del reparto stesso e hanno il compito di seguire e controllare le tabelle di cottimo verificandone con i lavoratori la validità. Il C.S.C. elegge nel suo seno una Segreteria di 3 membri, uno per sindacato, la quale è dotata di apposito ufficio e i cui componenti sono staccati dal lavoro. Il C.S.C. si fa assistere nelle trattative dalle Sezioni sindacali nazionali e, se lo ritiene necessario, dai sindacati provinciali. Il C.S.C. tiene un proprio archivio delle tabelle di cottimo regolarmente aggiornate. L'azienda dovrà fornire al C.S.C. tutte le informazioni che esso giudica necessarie dal punto di vista tecnico per l'espletamento delle sue mansioni".
Il C.S.C. ha alcuni compiti, tra cui è particolarmente interessante quello della rilevazione dei tempi per le nuove tabelle. Secondo la proposta della CGIL, esso dovrebbe concordare con il padrone la scelta di un "gruppo" di operai rappresentanti una "media capacità lavorativa", sul quale rilevare il ritmo di lavoro "in periodi della giornata che rappresentino una media della normale intensità di applicazione del lavoratore". Il giudizio di efficienza sarà concordato tra C.S.C. e il padrone, ecc. Senza andare oltre, risulta chiaro che la CGIL avanza l'idea d'un controllo sindacale sul rilievo delle tabelle, ferma restando, però, la logica che si deve comunque arrivare a una tabella che fissa il 100% di rendimento e che costringe il lavoratore a un determinato ritmo produttivo. Ancora a pag. 3 del documento (4.2) si legge: "Rapporto rendimento-tariffa... Si stabilisce per l'intero gruppo Pirelli che a rendimento 100 (parità tra tempo impiegato e tempo assegnato), I'incentivo di cottimo per ogni categoria di lavorazione, deve rappresentare il 40% della paga base e contingenza. Il rendimento massimo è fissato a 110 e il minimo a 49".
Anche qui è chiaro che la parte di salario sotto la voce cottimo è legata alla produzione piena, cioè al ritmo e alla produzione voluti dal padrone.
La CGIL parla di "due" facce del problema cottimo mentre di fatto è una, perché l'altra è rivolta al padrone. Cioè il rapporto tra la retribuzione e la produzione si stringe a un punto ben preciso che i sindacati non hanno mai pensato di contestare: la tabella. La regolamentazione, la normativa, sono un momento successivo, che scatta nel rapporto tabella-retribuzione. A parere del CUB in tal modo si lascia indisturbata la logica del padrone. La possibilità che avrebbe il C.S.C. di "controllare" e "contestare" le tabelle vuol dire solo possibilità di regolare lo sfruttamento, non di abolirlo. Il CUB vuole invece che la lotta abbia come obiettivo, sia pure attraverso momenti intermedi, I'abolizione del meccanismo stesso. I momenti fondamentali, da tener presenti come prospettiva di ogni singola rivendicazione saranno:
a) forti aumenti sulla paga base; b) rifiuto di produrre al ritmo imposto dalla tabella.
Il documento del CUB dice: "Ristrutturazione dei ritmi di lavoro e delle tabelle di cottimo nella prospettiva dell'abolizione del cottimo stesso".
E su questo punto è venuto l'attacco della CGIL in un volantino "dedicato" al Comitato di base:
"Costoro del cosiddetto comitato cercano così di mascherarsi. ma togliete via le parole e vedrete che viene fuori chiara la loro vocazione confusionaria". Questa volta, ad esempio, costoro propongono "l'abolizione del cottimo" proprio mentre invece gli operai nei vari reparti si preparano a dare battaglia per rivalutare di 50 lire orarie i guadagni di cottimo, per contrattare i ritmi e diminuire la fatica. Proprio in questo momento costoro se ne vengono fuori con proposte demagogiche facendo ancora una volta opera di confusione".
Mentre l'operaio vede il salario diminuire perché non può tenere il cottimo e prende coscienza che attraverso questo meccanismo lo sfruttamento lo raggiunge in ogni ora e minuto della giornata trascorsa in fabbrica, perché ogni ritardo, ogni stanchezza gli portano via una parte del suo salario, la CGIL pretende che l'abolizione del cottimo non sarebbe altro che fantasia di confusionari! Altre riserve nei confronti della proposta della CGIL devono esser fatte sulla reale possibilità che avrebbe il C.S.C. di controllare e limitare le decisioni del padrone. Il documento del CUB indica come mezzo di contestazione della tabella, la lotta: "è necessario impedire qualsiasi aumento dei ritmi di lavoro, organizzando fermate non appena avvengono dei tagli di tempi. Nello stesso modo bisogna impedire gli aumenti delle tabelle di cottimo che si trasformano in minor guadagno e più sfruttamento. Le fermate non vanno lasciate isolate, ma immediatamente sostenute da tutta la fabbrica perché questi problemi, anche se momentaneamente colpiscono un solo reparto, sono problemi di tutti".
L'impostazione del CUB raccoglieva le istanze più profonde della classe operaia, tant'è vero che la lotta sul problema delle tabelle di cottimo assumerà in Pirelli un ruolo primario. La classe operaia della Pirelli ha infatti inaugurato una forma di rifiuto radicale dello sfruttamento, affermando il potere decisionale operaio: prima da alcuni reparti, poi praticamente da tutta la fabbrica è venuto il rifiuto di sostenere il lavoro comandato dalle tabelle, rifiuto che ha portato, nelle assemblee interne, a decidere di diminuire senz'altro la produzione, di lavorare cioè ad un ritmo meno estenuante. Del come e quanto lavorare devono essere gli operai a decidere. Il padrone, nel comunicato distribuito dall'Assolombarda il 10 ottobre, si è mostrato molto allarmato da questo tipo di lotta. Naturale, perché così gli operai si prendono il potere di autodecisione. La loro lotta per la regolamentazione della normativa del cottimo ha reso operante, molto più presto del previsto, I'indicazione data dal CUB nel primo volantino distribuito: "Ristrutturazione dei ritmi di lavoro e della tabella di cottimo, nella prospettiva dell'abolizione del cottimo".
Infatti se si rompe il rapporto tabella-retribuzione si è spezzato contemporaneamente il meccanismo del cottimo. Così per il problema della salute il documento programmatico sottolineava che "la salute non va né contrattata né pagata... le condizioni nocive vanno abolite". Quello che il Corriere della Sera denuncia come metodo del CUB ("ha brutalmente sovvertito ogni regola del gioco... non tratta, ma esige... rivendica ogni potere agli operai stessi... radicalizza ogni contesa") è l'indicazione di prospettiva del CUB per le lotte operaie.
b) salari
Al problema del cottimo è direttamente legato quello dei salari. Sulla questione il documento del CUB dice: "Alla Pirelli è necessario porsi l'obbiettivo, che è minimo, di giungere almeno ai livelli salariali di CEAT e Michelin (40.000 lire in più).
Uno dei punti essenziali della lotta salariale è senz'altro quello del premio di produzione che deve essere immediatamente legato all'attuale livello produttivo ed aumentare proporzionalmente a tutti gli aumenti di produzione ed agli incrementi della produttività. Sblocco del congegno di rivalutazione. La rivendicazione è: premio di produzione subito, che corrisponda ad almeno il 25 So de l la paga più la contingenza . A questa rivendicazione fondamentale vanno collegate quelle della rivalutazione dei cottimi, degli immediati passaggi di categoria e soprattutto di un aumento de l salario annuo con la parificazione delle mensilità tra operai ed impiegati".
I sindacati hanno stabilito di riaprire la vertenza sul premio di produzione per il giugno del 1969 e la questione non è ancora stata impostata in fabbrica. L'indicazione generale del CUB è per un legame di questo problema con la retribuzione del cottimo e con le qualifiche. La richiesta di parificazione delle mensilità degli operai e degli impiegati, che ovviamente non auspica un abbassamento della posizione del tecnico, vuole legare, contro le discriminazioni salariali, la condizione dei tecnici a quelli degli operai, già accomunati nello sfruttamento e quindi, in prospettiva, uniti nella lotta.
Nei momenti rivendicativi unificanti, operai e impiegati possono già di fatto eliminare la divisione creata dal padrone e da tutto il contesto sociale, che pretende ci sia una differenza radicale tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. I sindacati, con la loro politica di rivendicazioni separate, hanno in questi anni accettata come "naturale" quella divisione. Quando nel 1952, 1953 gli operai avevano manifestato la volontà di abolire la separazione con opportune iniziative rivendicative, la CGIL opponeva che la sperequazione operai-impiegati era praticamente insuperabile, ché altrimenti più nessuno avrebbe fatto l'impiegato.
La questione ritornerà nel corso delle lotte alla Pirelli, che vedono un primo passo in avanti nella presa di coscienza della comune condizione di sfruttamento.
c) ambiente di lavoro
Altro aspetto preso in esame dal documento del CUB è l'ambiente di lavoro. È il problema della salute, che non può esser in alcun modo ridotto a una questione di salario. Esistono all'interno della fabbrica diversi tipi di lavorazione nociva. La direzione, per non suscitare diffidenze nell'operaio e perché questi non rifiuti eventualmente di manipolare certe sostanze, aggira il problema etichettando le soluzioni—al loro ingresso in fabbrica—con nomi di città e di fiori che nascondono la composizione reale del prodotto e il suo nome commerciale. Esistendo la mutua aziendale, la direzione si sottrae al controllo degli enti pubblici preposti alla difesa della salute; i lavoratori della Pirelli figurano sotto questo aspetto a carico dell'azienda. L'interessamento stesso della direzione dà la misura di quanto sia grave il problema della nocività dentro la fabbrica: gran parte dei lavoratori viene sottoposta a periodiche visite di controllo che sono obbligatorie. Ma sembra essere un problema solo del padrone, infatti i risultati delle visite non sono resi noti agli interessati, nemmeno su esplicita richiesta.
Oltre alla manipolazione di sostanze nocive, la salute è minacciata dalle esalazioni di gas prodotti dalla lavorazione di surriscaldamento della gomma o dai locali con altissima percentuale di umidità (vulcanizzatori). Nel primo caso si provvede con mezzi rudimentali, gli aspiratori impiegati non sono sufficienti a prevenire le malattie; nel secondo, che riguarda un gran numero di operai, la direzione ha semplicemente negato il problema, e per dimostrarlo, non ha trovato di meglio che abolire l'indennità per caloria per tutti i mesi dell'anno tranne quelli estivi. L'abolizione è venuta dopo il prelievo del tasso di umidità da parte del medico di fabbrica. Altro pericolo per la salute viene dal fatto che gli operai, cercando un qualche sollievo al clima soffocante, aprono le finestre; si contano così anche alcuni casi di tubercolosi. In ogni caso sono sempre e solo i medici dell'azienda, pagati dalla direzione, a giudicare delle condizioni in cui lavorano gli operai. Lo scopo è quello di non aprire la fabbrica a nessuna forma di controllo che non appartenga alla direzione. Così per la mutua, che è completamente nelle mani della direzione, sia per l'ammontare dei fondi che per il controllo malattie. Con la mutua aziendale, oltre al risparmio sulle spese di assistenza, la direzione si mette in grado di esercitare un rigido controllo fiscale sui dipendenti attraverso il medico di fabbrica, che detta le norme cui deve attenersi il lavoratore in caso di malattia; il licenziamento è previsto per chi non vi si conforma. Se in un primo tempo la mutua aziendale aveva una efficienza che dava all'assistito Pirelli un certo privilegio nei confronti di quello dell'INAM, attualmente quel vantaggio è stato cancellato. Il ricettario usato dai medici convenzionati è ormai lo stesso. Inoltre, alcune zone residenziali di dipendenti Pirelli, esempio quella di Bergamo, per i mancati accordi con gli Enti mutualistici locali, sono rimaste prive di assistenza e i lavoratori o i loro familiari sono costretti a venire a Milano o in ditta per essere curati.
Su questo problema la politica fin qui condotta dalle organizzazioni sindacali è stata quella tipica della "contrattazione" .
Il Comitato ha espresso un punto di vista intransigente, che non tollera che la questione della salute sia materia di contrattazione. Inoltre considera che c'è un problema assistenziale distinto da quello generale della prevenzione delle malattie:
"Si presenta come indispensabile risolvere il problema della nocività, attraverso la formazione di comitati di controllo eletti direttamente dagli operai. La salute non va né contrattata né pagata con le briciole delle indennità. Le condizioni nocive vanno abolite .
Un'altra rivendicazione fondamentale è quella dell'aumento degli organici per far sì che gli aumenti di produzione non ricadano sulle spalle degli operai con i tagli de i tempi, per consentire quelle sostituzioni necessarie per il lavoro stesso e per la nostra salute".
d) qualifiche
Per lungo tempo il sistema di lavorazione nel settore della gomma aveva scarsamente avvertito lo sviluppo tecnologico, restando fermo a metodi quasi artigianali. Nel momento in cui l'azienda procede alla meccanizzazione della produzione (periodo di ammodernamento tecnologico tra il '64 e il '68) il mansionario di classificazione è tutto da rivedere; molte lavorazioni nuove non sono nemmeno comprese.
Nel contratto nazionale gomma 1968 all'art. ó leggiamo: "Passaggio di mansioni. Il lavoratore che, per almeno 60 giorni consecutivi, disimpegni mansioni superiori alla propria categoria —sempre che non si tratti di sostituzione temporanea per malattia, infortunio o permesso—passa definitivamente alla categoria superiore", dove basterebbe quel "consecutivi" per far capire come il passaggio di categoria sia lasciato alla discrezione dell'azienda. Altro abuso questa commette quando, per il passaggio di categoria dei metalmeccanici (in cui sono inquadrati i lavoratori di manutenzione), pone come condizione il superamento d'un esame teorico-pratico presso lo stesso istituto aziendale. L'arbitrio è duplice: all'esame, del resto non previsto da contratto alcuno, è mandato chi vuole la direzione; I'azienda decide anche quanti saranno gli assegnati alla prima categoria, alla seconda, ecc.
La situazione, con gli abusi e gli arbitri che la caratterizzano, è stata più volte considerata dai sindacati. Non è un problema semplice. C'è il pericolo, infatti, che attraverso il meccanismo delle qualifiche, prenda forma quella che si chiama l'"aristocrazia operaia". Ma la "qualificazione" può essere—ed è a questo che si deve arrivare—riconoscimento e valorizzazione del lavoro dell'operaio, della sua esperienza e competenza specifiche, contro: 1) lo sfruttamento padronale che pretende che esistano lavori senza qualifica, 2) lo spostamento arbitrario di lavoratori da una mansione all'altra. Quindi difesa del lavoro, che è sempre qualificato.
Il CUB, che non ha ancora affrontato adeguatamente il problema, ritiene comunque che non c'è corretta impostazione senza collegamento con il tema del riconoscimento del lavoro, per quello che rappresenta per l'operaio, e quindi col rifiuto del "riconoscimento" padronale del lavoro.
Mentre scriviamo si sta sviluppando la lotta in molti reparti sul problema specifico delle qualifiche, in vista di una ristrutturazione del mansionario adeguata agli attuali sistemi di produzione, e per l'abolizione dell'esame per il passaggio di categoria.
e) rappresaglie
La Pirelli è una tra le poche fabbriche italiane che hanno anche importanza internazionale. Alla direzione dell'azienda stanno perciò grosse personalità dell'industria nazionale: presidente Leopoldo Pirelli, vicepresidente Angelo Costa (presidente notorio della Confindustria), Franco Brambilla, Enrico Dubini (presidente dell'Assolombarda e vicepresidente della Confindustria) e Luigi Rossari, consiglieri delegati. Nel Consiglio di amministrazione ci sono pure i Braschi, Kohli, Luigi Bruno, Cattani, Falk, Radice-Fossati, ecc. La politica aziendale della Pirelli, se confrontata con quella della FIAT o di altre grosse fabbriche, è più velatamente repressiva: non si hanno da anni casi clamorosi di licenziamenti di membri della Commissione Interna o di quadri di partito e di sindacato. La ragione è che la direzione ha un campo di manovra più ampio, che le consente di intaccare gli attivisti e militanti della classe operaia senza produrre casi clamorosi. Per regolamento interno, essa può spostare qualsiasi lavoratore dalle fabbriche di Milano a quelle della provincia o a quelle dislocate in giro per l'Italia (Torino, Livorno, Ravenna, Tivoli, Messina, ecc.). Uno dei metodi in uso è il concentramento di lavoratori attivisti in piccoli reparti di produzione che la direzione ha già deciso di spostare in altro stabilimento. Grazie a metodi di questo tipo, la Pirelli fino a pochi mesi fa poteva apparire come fabbrica modello per ogni padrone. Sulla pelle degli operai crescevano, assieme al capitale, l'orgoglio e il paternalismo di Pirelli, che sapeva sfruttare e non avere grane troppo grosse. Ma una lotta di nuovo tipo doveva far saltare l'equilibrio che il padrone riteneva definitivo. Una lotta nel corso della quale gli operai hanno imparato qual'è l'arma decisiva contro la repressione, in ogni sua forma, mascherata o no: la vigilanza della base, la rapida mobilitazione della fabbrica l'immediata risposta ai provvedimenti repressivi, insomma uno stato dl lotta sempre aperta.
L'ultimo volantino distribuito in fabbrica dal CUB, il 31 gennaio 1969, è tutto dedicato all'argomento delle repressioni ed è il primo atto per un discorso e un'azione della Pirelli contro la politica che è dei padroni alleati al governo e alla polizia, per imbavagliare dentro e fuori la fabbrica, operai e studenti. La protesta, la dimostrazione, per gli episodi tragici e culminanti della repressione come l'assassinio dei due braccianti siciliani, non bastano, nemmeno ad impedire altri morti. La volontà di quelli che arrivano all'eccidio non potrà essere fermata che da un'accresciuta combattività, contro lo sfruttamento e la repressione, dal collegamento con le altre fabbriche e delle fabbriche con la società. Per questo il CUB propone di iniziare dagli strumenti che si sono rivelati efficaci e validi nelle lotte alla Pirelli, le assemblee di fabbrica, dove si esercitano la vigilanza degli operai e la capacità di una immediata mobilitazione.
f) trattative
Quanto alle trattative, va detto che il CUB, realisticamente, le ritiene essenziali, a condizione che non tradiscano i contenuti della lotta—e può darsi che le regole delle trattative debbano essere totalmente cambiate e perciò si è impegnato anche in un discorso sul valore e sui modi delle trattative, accennato nel documento programmatico e successivamente precisato nei volantini e nelle assemblee.
Il documento specifica anche il RUOLO del Comitato nella fabbrica:
"Da quanto detto ed essendo questi i lineamenti politici del Comitato Unitario di Base è evidente che noi non vogliamo assolutamente formare un nuovo sindacato o scavalcare i sindacati esistenti. Vogliamo invece costruire un organismo che possa e sappia legare insieme la rivendicazione e la lotta l'aspetto economico e quello politico, che sappia insomma costruire intorno a sé una rete organizzativa permanente per la contestazione continua dello sfruttamento.
Questi gli obiettivi. Le forme organizzative evidentemente potranno essere precisate solo nella misura in cui il Comitato saprà riunire intorno a sé una parte sempre più numerosa di lavoratori, indipendentemente dalla tessera sindacale o di partito. Quello che però è chiaro sin da ora è che dovrà esistere la massima democrazia di base, cioè la possibilità di ciascun operaio di esprimere liberamente le sue opinioni, proprio perché non esistono linee precostituite ma tutto va creato e sviluppato nella lotta e nella partecipazione dei lavoratori a questa lotta.
Il discorso sulla DEMOCRAZIA DI BASE può essere molto equivoco, e sfruttato in tanti modi. Il CUB, parlando di democrazia di base, intende che valga come:
1) rifiuto della direzione burocratica della lotta, avendo in vista non un semplice riconoscimento formale della volontà operaia, ma la gestione diretta della lotta. La distinzione è importante, perché anche i sindacati ormai portano avanti l'esigenza d'una partecipazione più democratica alle decisioni sindacali, fermo restando per loro che la gestione della lotta rimanga in mano alle centrali sindacali;
2) rifiuto della divisione operaia nelle organizzazioni sindacali e affermazioni dell'UNITA DELLA BASE OPERAIA attraverso cui si esprimono i contenuti della lotta. L'esistenza dei vari sindacati determina spesso la divisione nella lotta e ancor più spesso le vittorie del padrone nelle trattative (questi infatti si accorda con chi presenta il pacchetto rivendicativo a lui più comodo; si è visto come gli operai Pirelli hanno duramente pagato quella divisione attraverso la pratica degli accordi separati). I tentativi di accordi tra i sindacati, inoltre, ritardano o smorzano la lotta.
Di fronte a questi problemi il CUB ha rifiutato l'ipotesi di un sindacato unificato per la gestione della lotta. Se la lotta è per il potere operaio, non ci può essere delega: perché è una lotta che coinvolge tutti gli aspetti dello sfruttamento operaio, e giorno dopo giorno, tutta la vita dell'operaio. La delega sarà, semmai, tecnica, organizzativa, e non riguarderà in alcun caso la decisione e la gestione della lotta. Questo discorso, diciamolo chiaramente, va ancora approfondito e articolato, alla luce anche dell'esperienza di lotta già acquisita. Ciò che ora possiamo senz'altro affermare è che la richiesta di democrazia operaia non è fine a se stessa: il CUB la chiede con l'unico scopo che la gestione della lotta sia nelle mani degli operai, e che possa crescere la coscienza di classe attraverso la discussione comune in fabbrica, da dove far sparire la figura del comiziante di professione. Ma questo rimane un grosso problema. Gli stessi operai della Pirelli, orgogliosi del carattere autonomo e democratico della loro lotta, arrivavano a proporre che il CUB —che era stato accettato anche perché contro la delega e la burocrazia — diventasse delegato rappresentativo. "Perché non andate voi a trattare? noi vi diamo la delega. Proclamate voi lo sciopero noi lo facciamo. Presentatevi alle elezioni della Commissione interna: voteremo per voi", così, spesso, gli operai militanti del Comitato si sentivano dire dai compagni. Naturalmente quelle richieste furono sempre rifiutate, non per modestia dei militanti, ma per loro fedeltà alla linea. Le richieste erano, in ogni caso, un sintomo della fiducia operaia per il CUB e le chiarificazioni sono state pertanto ancora più efficaci. Gli attivisti sindacali, che tentavano di accusare gli operai del Comitato di arrivismo e mania di dirigenza, hanno così presto perduto e le argomentazioni e gli ascoltatori.
Il documento iniziale indica ancora come necessario il COLLEGAMENTO attraverso la lotta con le altre fabbriche, uscendo dalla prospettiva aziendale:
"La Pirelli infatti non è un'isola particolare bensì è inserita nel contesto sociale generale. I padroni della Pirelli sono estremamente uniti con i padroni delle altre fabbriche; sono loro che controllano e dirigono la vita economica e politica attraverso il governo e lo Stato. Quindi anche gli operai devono essere uniti nella lotta".
Discorso questo da sviluppare, ma già avviato in alcuni incontri con operai di numerose fabbriche. Non ne sono, però, ancora uscite indicazioni precise sui metodi e gli strumenti per realizzare efficacemente il collegamento. È apparsa comunque l'importanza della componente studentesca, soprattutto ai fini organizzativi.
Il documento distribuito in fabbrica, dagli studenti e dagli operai stessi, ebbe immediata risonanza e fu oggetto di lunghi discussioni in fabbrica e fuori.
In primavera, Pirelli e i sindacati sono in trattative, aperte tempo addietro, per la revisione del sistema di assistenza aziendale. L'intervento del CUB su questo problema offre alla CGIL l'occasione per un volantino di attacco al Comitato, il primo che resterà anche l'ultimo: le accuse di spontaneismo, demagogia e confusione, non fanno presa e vengono respinte dagli operai della fabbrica. Ma quel che più conta è che l'attacco della CGIL costringe il CUB a una chiarificazione definitiva della propria funzione e dei propri rapporti con il sindacato, il quale, non potendo più ripetere il primo fallimentare tentativo di opposizione frontale, è costretto ad accettarne l'esistenza. L'azione del Comitato non vuol ridursi alla distribuzione di volantini agli operai, ma procedere subito a suscitare il dibattito tra questi. Per ciò i militanti fanno in modo di stabilire contatti, all'uscita dei turni, sui marciapiedi e nei bar all'intorno. Sono numerosi gli operai che sostano per discutere dei problemi della fabbrica e dei modi per risolverli. In particolare quelli del reparto 32, nel quale c'era, lasciato in sospeso dal contratto, il problema del passaggio di categoria degli addetti alle trafile plastiche. Dopo aver discusso dono di tentare per via "normale": della cosa viene interessata la Commissione Interna che porta alla Direzione la richiesta del passaggio di categoria. La risposta è negativa. Sperimentata l'inutilità della prassi sindacale, non resta che rinunciare o lottare direttamente. Si sceglie per la lotta e a metà giugno otto lavoratori del primo turno escono due ore prima dichiarando ai capisquadra che intendevano fare sciopero per la mancata soluzione del problema delle qualifiche. Non era questo un problema generale, ma di un gruppo ristretto; era però un punto di conflitto già aperto, donde la decisione del CUB di farne un punto di partenza, perché anche altri più generali problemi venissero fuori con la stessa forza, e la volontà di lotta si allargasse. Il primo passo fu di collegare la questione delle qualifiche con la lotta della tipografia che si trascinava da mesi senza sbocchi, e con il problema delle grosse differenze salariali rispetto ai lavoratori della CEAT e della Michelin di Torino. L'effetto fu di trasformare il gesto quasi simbolico dei primi otto (al secondo turno erano solo due e nessuno a quello della notte) in una prima azione di lotta: qualche giorno dopo scende in sciopero per le qualifiche un'intera sezione di operai, alcuni perché direttamente interessati, altri per solidarietà. Gli incontri in mensa avevano preparato questa decisione comune. L'altro passo fu di sollevare, in un clima che andava scaldandosi, i due problemi maggiori degli operai alla Pirelli, il cottimo e il taglio dei tempi. Il CUB insiste particolarmente e svolge un'azione di sensibilizzazione su questi che sono problemi capaci di coinvolgere tutta la fabbrica. Nei reparti la discussione si sviluppa, di generale e produce molto rapidamente una volontà di lotta che si traduce in fermate improvvise e autonome di alcuni reparti, con riunioni di operai sul luogo di lavoro o in mensa. I sindacati, che non hanno organizzato niente, sentono che la lotta si avvia senza il loro controllo. La C.I. fa pressioni perché non ci siano scioperi; CISL e UIL condannano ufficialmente le fermate. Così, almeno all'inizio, le rivendicazioni per cui si effettuano le fermate nemmeno vengono presentate al padrone. Le fermate sono numerose, ma i sindacati ancora non riprendono i contenuti di lotta. La CGIL, per non perdere i contatti con gli operai e, insieme, per non portare offesa all'unità sindacale, è alla ricerca di una piattaforma rivendicativa comune. I tempi stringono, perché intanto la lotta si estende a macchia d'olio e raggiunge i reparti che sono il cuore della produzione: il lavoro viene interrotto per due ore, a volte per quattro, ma sempre all'improvviso. L'unità nei reparti è la forza decisiva.
I volantini distribuiti dal CUB la prima settimana di luglio oltre a pubblicizzare la lotta dei reparti e ad affermare la possibilità di generalizzarla sui contenuti già emersi, contengono delle precise indicazioni di metodo: lotta improvvisa, decisa dalla base operaia; lotta continua, senza interruzione per le trattative, che non sono da intendere come conclusione della lotta, ma solo come accordi parziali in seguito ai quali non si deve smobilitare; lotta come dimostrazione della combattività operaia.
Il discorso è per subito ma anche per il dopo. La proposta immediata su cui il Comitato insiste è quella della democrazia diretta e della gestione operaia della lotta:
"...dobbiamo gestire la nostra lotta: i contenuti delle trattative. prima di essere sottoscritti (e non importa da quale Sindacato) devono essere discussi ed accettati dai lavoratori, e non dobbiamo rinunciare alla lotta sino a che le rivendicazioni portate avanti dalle assemblee non siano state accolte e realizzate integralmente. L'assemblea all'uscita del turno è senza dubbio una forma di democrazia decisionale avanzata, ma non basta, poiché molti lavoratori non possono trattenersi per la rapida partenza dei mezzi di trasporto. Dobbiamo lottare per avere la libertà di discutere dei nostri problemi in fabbrica interrompendo il lavoro. Questo metodo è già una consuetudine in altre fabbriche, e solo con le assemblee in fabbrica si ha la partecipazione reale di tutti i lavoratori" (volantino dell'8 luglio).
Intanto il clima creatosi in fabbrica induce la CGIL a rompere gli indugi e a presentare, il 10 luglio le richieste per i reparti in lotta, quali sono emerse dalle assemblee operaie. L'interruzione rappresentata dalle ferie non riduce affatto la tensione, e la ripresa del lavoro si fa in un clima di accesa combattività. In settembre i sindacati fanno di tutto per prendere in mano la direzione e il controllo della lotta, con fermate di reparto programmate di due ore, impiegate in un susseguirsi di assemblee che si svolgono nelle sezioni sindacali o sul marciapiede. Ed è durante queste assemblee che vengono fuori evidenti le divergenze tra la concezione burocratico-sindacale della lotta e l'idea che invece hanno in mente gli operai. Il compito del Comitato in questo periodo è di estendere la lotta al maggior numero di reparti, e va detto che in ciò esso è aiutato da un buon numero di attivisti della CGIL, che non sopportano l'attendismo del sindacato, quando ormai la lotta apre buone prospettive di allargarsi e generalizzarsi. Gli scioperi articolati per reparto e improvvisi continuano; CISL e UIL negano la loro legalità e si oppongono. La CGIL, invece, consente, ma a condizione che 1'80% degli operai del reparto siano d'accordo: "scendere in lotta (2 ore per turno)" quando almeno 1'80% degli operai è convinto.
Nelle assemblee di marciapiede sono ormai presenti e attivi anche i sindacalisti della CGIL, che le promuovono, visti i risultati conseguiti con questo metodo dal Comitato.
Il 13 settembre i reparti in sciopero sono 11, per un totale di 1.900 operai; pochi giorni dopo i reparti che si fermano sono 17, poi 20: mezza fabbrica è in sciopero.
In un volantino del 25 settembre il CUB lancia la parola d'ordine: "GENERALIZZIAMO LA LOTTA" a tutta la fabbrica, poiché il cottimo è il problema di tutta la fabbrica. Si chiede non lo sciopero a oltranza o l'occupazione, ma che un'azione di lotta, anche minima, come una o due ore di fermata, sia di tutti gli operai:
"Lo sciopero generale di tutta la Pirelli si impone oggi come necessario. Necessario per piegare la direzione sui contenuti che i singoli reparti hanno individuato necessario per collegarci in modo attivo con le altre fabbriche del gruppo Pirelli che sono già in lotta necessario per sviluppare tra di noi le forme e i contenuti di una lotta anticapitalistica, seguendo il metodo della democrazia diretta, cioè della partecipazione della classe operaia alle decisioni. Ma lo sciopero generale è oggi anche possibile. Diciassette reparti già in lotta indicano la volontà reale degli operai, danno una misura della situazione in fabbrica."
I sindacati si scagliano contro la proposta, giudicandola assurda, troppo precoce, giacché, a loro avviso, la fabbrica non sarebbe matura per una prova di forza così impegnativa.
In questo periodo gli operai e gli studenti del CUB intensificano la loro presenza davanti alla fabbrica e nelle assemblee. Date le caratteristiche degli scioperi e delle fermate, non sempre i militanti operai del Comitato possono essere presenti alle assemblee di tutti i turni; sono allora gli studenti a partecipare alle assemblee, dove intervengono in qualità di membri del Comitato, riconosciuti e accettati dagli operai. La presenza alle assemblee vuol dire anche la notte in bianco; l'assemblea del turno di notte si costituisce non più tardi delle quattro del mattino.
Il 1° ottobre Pirelli opera un taglio dei tempi di produzione per un reparto, che reagisce immediatamente e si ferma. Per tutta risposta il padrone fa la serrata in cinque reparti, la cui produzione dipende dal reparto in sciopero. La provocazione padronale non divide, ma unisce i lavoratori: moltissime sono le fermate di solidarietà. Il 2 sera, al turno di notte, la fabbrica è del tutto ferma e si svolge la prima grande assemblea di fabbrica del turno di notte. Solo a tarda sera, quando gli operai avevano bloccato la fabbrica e fatta l'assemblea, non diretta dai sindacalisti, questi espongono i cartelli unitari: CISL, UIL, CGIL sciopero generale, per 24 ore, ma solo a partire dalle sei del mattino dell'indomani, mentre di fatto lo sciopero era già iniziato la notte. Alla giornata di sciopero generale seguiranno ancora le fermate di due ore programmate dai sindacati, ma ormai gli operai trovano che due ore non bastano, considerato che il padrone si organizza per soddisfare nelle rimanenti sei ore tutte le esigenze della produzione.
Dopo lo "sciopero del Comitato di Base" i sindacati sono in allarme e si pongono decisamente sulla strada del recupero. Il giorno stesso in cui esce il volantino del CUB, il 14 ottobre, c'è l'incontro con il padrone, il quale però non vuol sentir parlare di una revisione della normativa del cottimo e dei ritmi. L'intransigenza padronale su questi punti e la consapevolezza della situazione in fabbrica sono più che sufficienti per provocare la rottura delle trattative e quindi la costituzione dell'unità sindacale, che non esisteva sui contenuti concreti delle rivendicazioni portati alle trattative. La fase di recupero si inaugura con la proclamazione di uno sciopero di 24 ore a partire dalle 22 di lunedì 14 ottobre, nonché con la distribuzione, il giorno seguente, di un volantino che annuncia una serie di scioperi delle due ultime ore di turno, ma anche uno sciopero "a sorpresa" (e si capisce il perché: la fabbrica aveva manifestato la sua opposizione agli scioperi programmati). Il compromesso è trasparente, in quel proporre gli ormai scontati scioperi programmati delle due ultime ore, ma anche lo sciopero a sorpresa, con cui si accetta a metà il principio della lotta improvvisa. Il compromesso, per chi vuole un recupero della lotta in termini puramente sindacali, è anche inevitabile, esistendo in fabbrica ormai un potenziale di consapevolezza politica che non si può ignorare.
Il fatto nuovo, in questa ultima fase, è la massiccia adesione degli impiegati, che il CUB interpreta come l'effetto diretto della rapida politicizzazione derivante dalla qualità della lotta, dell'azione continua dei militanti del CUB, e infine anche dell'intervento della CGIL con un patetico "Appello agli impiegati", che sanciva da solo la pretestuosità della tradizionale linea sindacale, volta a distinguere obiettivi, interessi e azione per operai e impiegati. I limiti del recupero sindacale si rivelano in pieno in occasione dello sciopero "improvviso" che i sindacati proclamano il 22 ottobre e che avrebbe dovuto essere più incisivo per il corteo che era stato chiesto con insistenza dalle assemblee. Ma fin dalla settimana precedente, la data dello sciopero era nota alla direzione, che in circolari "riservate" ne informava i dirigenti, affinché questi potessero regolarsi; in fabbrica corrono le voci più diverse su quella data e i lavoratori sono in gran parte disorientati. Con alcuni giorni di anticipo il percorso del corteo viene concordato con la polizia e la manifestazione riceve regolare autorizzazione. Non si potrebbe far meglio per uno sciopero detto improvviso... Al mattino del 22 ottobre circa 3.000 sono i componenti del corteo, che vien fatto sfilare sotto il grattacielo Pirelli c poi guidato in una grande piazza della periferia, rallegrata da un gentile giardinetto, dove i rimanenti membri del corteo si vedono propinare ben sette comizi successivi, a conclusione dell'"esaltante giornata". Per un momento il disegno dei sindacalisti rischia di andare in malora, quando un gruppo di operai e studenti cerca di deviare il corteo verso il centro, contro gli accordi presi tra sindacati e polizia. L'intervento dei sindacalisti, che vedono turbata la "loro manifestazione" è violentissimo sorprendendo gli operai. È' soltanto un'anticipazione di quello che si vedrà il giorno del corteo del 3 dicembre dopo i fatti di Avola.
Ma i sindacalisti si illudono se credono d'aver la situazione in mano. L'indomani, 23 ottobre, all'imposizione di una nuova tabella di produzione al reparto 8655, i lavoratori si fermano e girano per la fabbrica dando la notizia della nuova provocazione padronale. In breve la fabbrica è ferma, lo sciopero in bianco permette di tenere assemblee all'interno, nel corso delle quali molto si discute delle torme di lotta. È generale la critica allo sciopero programmato delle due ore all'inizio o al termine del turno, perché inefficace. Si fa strada l'idea che occorre radicalizzare la lotta. Le proposte sono diverse: alcuni chiedono lo sciopero a oltranza oppure l'occupazione della fabbrica, altri le fermate improvvise e la ulteriore riduzione dei punti. I sindacati insistono nel chiedere la fiducia nell'azione programmata e organizzata. Nelle assemblee sul marciapiede e in quelle interne il CUB sottopone a critica la proposta dello sciopero a oltranza: sembra infatti un'arma dura, ma è una trappola. Il primo a cedere è l'operaio. Al padrone non mancano i mezzi per resistere. Anche l'occupazione ha dei rischi grossi, nella ,~misura in cui viene usata come strumento di pressione per le trattative; usata a questi fini, infatti, comporta lo svuotamento e l'isolamento. La sua funzione propria è di affermare che la fabbrica appartiene agli operai e non al padrone; dunque, un tatto importante e decisivo, che non può esser bruciato Per giungere al semplice rialzo delle trattative. Perciò è preferibile la riduzione dei punti, che provoca all'operaio un lieve danno economico e uno grosso al padrone, perché porta a una notevole riduzione della produzione. Anche lo sciopero di due sole ore, purché improvviso e tatto dentro la fabbrica, c uno strumento efficace, sia perché danneggia sensibilmente il padrone senza sfiancare la resistenza degli operai, sia perché mette questi in condizione di controllare continuamente l'andamento delle trattative.
Nelle assemblee interne la discussione era vivacissima. Gli attivisti sindacali premevano sulla necessità di seguire i programmi. Nel comunicato distribuito il 24 novembre, contenente la programmazione degli scioperi, i sindacati dicevano infatti: "Lavoratori, non raccogliete provocazioni, respingete i tentativi di portarvi nelle linee diverse da quelle da voi stessi approvate e indicate dai vostri sindacati". I programmi prevedevano fermate di due ore combinate in modo (al termine o all'inizio del turno) da permettere le assemblee operaie fuori della fabbrica, dove era possibile il controllo della discussione e delle decisioni da parte dei sindacati. L'esperienza aveva già mostrato che le decisioni prese nelle discussioni tra operai diventavano confuse o generiche una volta portate nelle sedi sindacali. Per questo i sindacati, all'inizio, si oppongono alle assemblee interne, che lasciano loro soltanto il ruolo di "esecutori", e non più di "gestori".
Il 25 ottobre il padrone emette un comunicato in cui denuncia gli scioperi "svoltisi anche al di fuori delle agitazioni ufficialmente proclamate dai sindacati" e definisce come "violenza di pochi (la fabbrica era ferma, n.d.r.) la decisione degli operai d'impedire qualsiasi attività degli uffici e dei dirigenti". Forse "la violenza dei pochi" allude a~un paio d'episodi: un dirigente, per sfuggire al controllo degli operai, s'era rifugiato nelle docce, da dove era stato t'atto uscire da alcune operaie, in mutande e gocciolante (perché per esser verosimile la doccia se la stava proprio facendo alle 8 di mattina); altri dirigenti, per lo stesso motivo, si erano rinchiusi nella camera oscura, e di lì stanati, per il loro bene, d'altronde, perché potevano anche asfissiarsi. Il procedimento era di far scortare i dirigenti, man mano che uscivano, da un picchetto che li consegnava al picchetto esterno. In una delle consociate, la SAPSA, di fronte all'ostinazione di tutti gli impiegati che non volevano uscire, gli operai decidevano di sbarrare le uscite: "se volete restare, ci resterete finché decideremo diversamente". Finalmente, li lasciavano uscire, per le insistenze dei sindacalisti.
In questa fase l'agitazione è di tre tipi: adesione agli scioperi programmati; fermate improvvise in risposta alle rappresaglie padronali; riduzione dei punti.
Davanti a questa situazione, Pirelli muove i grossi calibri della mediazione e così, in seguito alla " autorevole mediazione del signor prefetto" la direzione comunica che è disposta ad incontrarsi, 1'8 novembre, con i sindacati, purché cessi ogni forma di agitazione in fabbrica. Più volte le assemblee hanno espresso la decisione di non interrompere la lotta durante le trattative. I sindacalisti lo sanno e devono neutralizzare l'ostacolo, che mette in pericolo la possibilità di incontrarsi con il padrone. Allo scopo convocano le assemblee all'uscita dei turni, per discutere la cosa, e nel corso di quella del primo turno giocano tutte le loro carte, tanno parlare gli attivisti, e riescono, aiutati dalla debole presenza di militanti del CUB, a far votare per l'annullamento dello sciopero previsto per l'indomani. Agli operai del normale, a loro volta riuniti, si dà il fatto compiuto, ma le reazioni sono violente, pesantissime le accuse ai sindacati, unanime il rifiuto della tregua. Allora si decide di rimandare la decisione definitiva alle altre due assemblee (secondo turno e notte). Intanto però viene ciclostilato il comunicato in cui i sindacati dichiarano di "soprassedere allo sciopero di due ore già proclamato per venerdì 8 c.m." e danno notizia dell'incontro con la direzione. Le assemblee successive ricevono semplicemente la comunicazione che è sospeso lo sciopero del giorno successivo per dar modo ai sindacati d'incontrarsi ecc. ecc.
L'incontro ha luogo , sulla normatività del cottimo, ma il padrone è rigido e i sindacati rompono le trattative. La fabbrica si ferma immediatamente, nessuno lavora, si riformano i picchetti esterni e il giorno dopo gli operai, invece di fermarsi le due ultime ore, fanno la fermata al mattino, così il ciclo produttivo, aderendo alla proposta già avanzata da operai nelle assemblee. Dopo il fallimento della mediazione del prefetto, all'azienda, per salvare la taccia, non resta che il ricorso alla mediazione del ministro del lavoro, il quale "riesce" a combinare un incontro tra le due parti per lunedì 18 novembre. Ma durante gli incontri con il signor ministro, i sindacati di nuovo ignorano la precisa volontà degli operai, che non si interrompano le agitazioni per le trattative. Questa volta, non volendo di nuovo arrischiare l'assemblea, combineranno un programma di agitazioni che non prevede niente in coincidenza con gli incontri suddetti. La sera stessa del 18 si aprono le trattative. La direzione chiede ai sindacati la piattaforma rivendicativa. Questi si dicono "colti di sorpresa" (...); non hanno piattaforma rivendicativa e l'incontro è rinviato all'indomani. Intanto si fermano prima due reparti, poi, tra le ore 18 e 22, tutto il secondo turno, mentre i sindacati sono spariti. Alla sera i militanti del CUB, che hanno seguito le trattative, si recano alle portinerie per dar notizia del loro andamento. Vivissimo è il malcontento tra gli operai che entrano.
L'indomani la fabbrica è in fermento e impaziente di sapere come vanno le cose; le lungaggini irritano. Nel pomeriggio per decisione autonoma, gli operai si fermano; alle 18 la fabbrica è bloccata. Il turno della notte esce il 20 mattina alle ore 4. Il primo turno e il normale bloccano internamente la fabbrica dalle 7.30 alle 10, occupano la portineria degli impiegati e formano picchetti interni ed esterni. Lo stesso giorno, 20 novembre, la direzione comunica che non intende condurre le trattative con un clima simile e non si presenta all'incontro fissato con i sindacati per le ore 11. La notizia arriva agli operai, che senza esitare fermano tutta la fabbrica tra le 12 e le 13. I sindacati, nell'impossibilità di esercitare il loro controllo, t'anno riunioni su riunioni. Intanto, in vari punti della fabbrica si radunano assemblee, si discutono i termini e i modi della lotta; è ormai impossibile distinguere tra i militanti del CUB e gli altri, che hanno fatto propria la sua linea. È questo il momento di più intenso rapporto politico tra il CUB e la fabbrica.
La frattura tra sindacati e operai è nettissima. Militanti e iscritti della CISL e UIL si rivoltano contro i sindacalisti, che scompaiono dalla circolazione,} vita dura hanno anche certi attivisti della CGIL e del PCI. Nelle assemblee viene duramente denunciata la debolezza dei sindacati, ancora divisi tra loro e ancora intenti nei loro giochi politici di vertice, davanti a quella prova d'unità della classe operaia. Nel tardo pomeriggio, per la forte pressione degli attivisti della CGIL, le acque sembrano calmarsi. Ma ancora il giorno 21 il normale e il primo turno scioperano per due ore, al 100Sc; alcuni reparti del secondo si fermano autonomamente alle ore 16, nel mezzo dell'orario di lavoro. Nella stessa giornata non mancano aspetti comici: gli impiegati di Segnanino, incerti sull'atteggiamento da prendere riguardo agli scioperi, si riuniscono in mensa, dove li trova, inorridito, il direttore: "che fate! non sapete che gli operai sono in lotta anche per l'assemblea in fabbrica, e voi la mettete in atto!". Oppure: il Gazzettino Padano della RAI annuncia quel giorno che la direzione della Pirelli non ha potuto proseguire le trattative perché "il Comitato di Base ha iniziato gli scioperi in fabbrica". Un'altra: mentre già tutta la fabbrica sta uscendo in sciopero non programmato, al reparto 8655 i tre membri del "Comitato di reparto", lanciato in fabbrica da PCI e PSIUP, erano fermi in panchina per discutere se far uscire o no il "proprio" reparto. Riguardo i "comitati di reparto", che si vorrebbero come il punto più avanzato e democratico dell'organizzazione operaia, il giudizio del CUB, sostenuto anche dai fatti, è negativo. Essi sono un fatto organizzativo, che non si forma nella volontà di lotta e stenta ad assimilarne i contenuti. Per la loro stessa struttura, che precede l'unità della base, non arrivano ad esprimerla, al punto, come nel caso visto sopra, da porsi come alternativa alla decisione realmente unitaria, del reparto. Sono, quindi, una forma di burocrazia interna alla fabbrica, che sarebbe solo di freno o ritardo, ricostituendo all'interno una forma di autoritarismo e di controllo. In breve, a giudizio del CUB, i comitati sono una trasposizione in fabbrica delle burocrazie verticistiche. In Pirelli, nonostante gli sforzi dispiegati dal PCI e dal PSIUP, non hanno praticamente seguito.
Dopo un'ennesima rottura tra sindacati e Pirelli (26 novembre), un'altra fase della lotta, che avrà il suo punto focale nello sciopero generale e nel corteo del 3 dicembre, si apre con la programmazione sindacale di una serie di scioperi di due ore (per 27 ore complessive), da realizzarsi dal 27 novembre al 7 dicembre. In questo programma c'è da notare il recupero sindacale delle fermate di due ore durante l'orario di lavoro, per il 1 turno, in coincidenza con lo sciopero delle prime due ore del turno normale. Tentativo di recupero immediatamente ridimensionato dai lavoratori del 1° turno, che decidono di tenere un'assemblea generale dentro la fabbrica, e a questo scopo occupano la mensa impiegati. Arrivata la notizia all'esterno, i lavoratori del normale che si trovano fuori dei cancelli in attesa di terminare le loro due ore di sciopero, decidono di entrare per partecipare all'assemblea, e a nulla valgono i tentativi dei funzionari dei tre sindacati e del PCI, che strombazzano che lo sciopero dei lavoratori del turno normale deve tenersi fuori della fabbrica, cercando così d'impedire l'assemblea generale comune, e in fabbrica, dei lavoratori di due turni diversi. I lavoratori che stanno scioperando fuori della fabbrica entrano e si uniscono in assemblea ai compagni. Gli interventi della C.I. al completo sono massicci, e praticamente impediscono agli operai d'intervenire. Un solo militante del CUB riesce a prendere la parola, e sottolinea soprattutto che l'assemblea, per essere veramente tale, deve dare la possibilità a tutti d'intervenire.
In un volantino distribuito il 2 dicembre dal CUB, i punti più importanti proposti, sono: un rifiuto degli scioperi programmati, e l'attuazione generale della riduzione della produzione, vale a dire il rifiuto dei ritmi imposti dalla direzione. Ancora, si sottolinea il legame tra le lotte della Pirelli e le lotte degli operai in tutta Italia. Dopo questo volantino, ed un solo intervento in assemblea generale, la fabbrica adotta come linea la proposta del CUB, costituendo, al termine dell'assemblea generale, assemblee in quasi tutti i reparti per decidere di quanti punti ridurre la produzione. Con ciò si porta un attacco diretto allo sfruttamento, si ha la decisione autonoma delle forme di lotta e la loro gestione, col rifiuto, o il metterla in secondo piano, della lotta programmata; e contemporaneamente, la lotta rivendicativa assume un carattere superiore ed un taglio più prettamente politico.
Tanto è efficace la decisione presa dagli operai, che immediata ed intimidatoria è la reazione padronale: alle 15,30 viene affisso un manifesto che minaccia tre ore di multa a tutti coloro che riducono la produzione. Gli operai si fermano immediatamente. Mentre i sindacati compiono dei "passi" presso il prefetto per far togliere il manifesto, in fabbrica si tiene l'assemblea generale, in cui si decide di far entrare in fabbrica i sindacalisti per metterli di fronte alle decisioni operaie e farle loro accettare. Ma i dirigenti sindacali rifiutano l'invito. I lavoratori, tenuto fermo che nessuna minaccia di Pirelli li avrebbe fatti desistere dalla decisione di produrre al ritmo da loro stessi deciso, escono dalla fabbrica e bloccano viale Sarca. Si arriva così alla sera, all'ora di entrata del turno di notte. I sindacalisti sono tutti sul marciapiede, ed ai lavoratori che entrano chiedono di attenersi ai programmi sindacali, lavorare cioè fino alle quattro del mattino, scioperare le ultime due ore, e restare per i picchetti, dato che l'indomani era stato programmato da tempo come giorno di sciopero generale e di un corteo. I militanti del CUB sono anche numerosi sul marciapiede, e informano dei fatti avvenuti in giornata, della decisione presa in assemblea di ridurre la produzione in tutta la fabbrica. I sindacalisti non vogliono dare notizia con l'altoparlante dei morti di Avola, gli operai e gli studenti che ne sono a conoscenza lo comunicano agli altri, tanto che infine anche l'altoparlante è costretto a darne notizia (a malincuore, poiché i fatti "non interessano direttamente gli operai Pirelli").
Il turno di notte entra, e la sua decisione è immediata: ridurre la produzione a 100 punti (in luogo dei 450 previsti dal padrone). Ma la rabbia e la tensione sono troppo t'orti i reparti decidono di fermarsi del tutto, e alle 24 nessuno lavora. Si ripetono i cortei, si canta "bandiera rossa", si erigono barr)cate interne alle portinerie, trasportando materiale raccolto nei viali della fabbrica. Dopo tante fatiche, gli operai decidono che hanno bisogno di nutrirsi, e senza chiedere autorizzazioni (d'altronde, a chi avrebbero dovuto rivolgersi, visto che superiori e guardie erano scomparsi dalla circolazione?) vanno in dispensa e si servono senza complimenti. Arriva il momento di uscire per i picchetti, vengono fermati pullman dove degli operai erano saliti per tornarsene a casa, e i compagni li convincono che devono tutti restare per partecipare al corteo. Alle sei del mattino, metà turno della notte si reca al grattacielo e lo circonda per impedire l'ingresso a quanti vi lavorano. Alla luce di due grandi fuochi fronteggiano la polizia, immobile e infreddolita sul marciapiede opposto.
Intanto alla Bicocca c'è grande fermento: in risposta alla lotta dei lavoratori, Pirelli ha operato la serrata. La notizia giunge immediatamente al grattacielo, la rabbia e la durezza dei picchetti aumenta, e inutilmente, verso le otto la polizia tenta di occupare i marciapiedi del grattacielo per liberare gli ingressi, viene respinta coi tizzoni accesi da un numero di operai inferiore della metà ai poliziotti. Verso le nove arriva il corteo dalla Bicocca, numerosissimo, e la coscienza della propria forza e l'entusiasmo sono altissimi tra i lavoratori, che con questa dimostrazione non vogliono assolutamente ripetere la processione del corteo precedente, ma farne un momento culmine della lotta. Non appena il corteo della Bicocca si unisce ai picchetti del grattacielo, al grido unanime di "Assassini!", gli operai entrano in contatto con due plotoni di poliziotti che sono costretti ad abbandonare precipitosamente il marciapiede e a ritirarsi. A questo punto si scatenano i sindacalisti, che trovano il più genuino momento di unità: a braccetto, fanno cordone per difendere i poliziotti, si scagliano contro gli operai e gli studenti che avevano più rabbia in corpo e quindi più decisi a far allontanare la polizia; arrivano a colpire, volano botte tra sindacalisti e operai. Nella realizzazione di questa unità sindacale, si mettono in luce, per buona volontà, soprattutto funzionari CGIL e PCI. Un esponente molto conosciuto del PCI strappa l'Unità con la notizia dell'eccidio, dalle mani di un operaio che l'alzava sulla testa, e come se non bastasse, gli urla come un forsennato: " Provocatore ! " .
Numerosissimi sono gli episodi di questo tipo, e di fronte a simili fatti inevitabilmente si crea disorientamento nella massa degli operai, i funzionari e gli attivisti delle organizzazioni hanno buon gioco e riescono nell'intento di creare fratture tra gli operai, parte dei quali si allontanano dal luogo di scontro tra sindacalisti — polizia — squadra politica, da una parte, e operai e qualche studente dall'altra. Magra soddisfazione dà la cattura di qualche berretto dei P.S., che viene ridotto a brandelli, tranne uno che, salvato da un solerte galoppino sindacale, viene restituito ai poliziotti. Il corteo riprende, con continui appelli dei funzionari dei vari sindacati, che, alternandosi al microfono installato sul furgoncino della UIL, chiedono agli operai di evitare le provocazioni, ed isolare i provocatori (!). Salve di urla e fischi accolgono questi inviti, ma nulla più; i sindacati riescono ad imbrigliare la manifestazione, che tuttavia è imponente, anche per il continuo inserirsi nel corteo di gruppi e cortei studenteschi. A Piazza Duomo, si tengono i comizi e il corteo dovrebbe concludersi, ma si ha un ultimo sussulto di volontà operaia: si decide di recarsi a protestare sotto la RAI, contro la parzialità e la scarsità delle notizie sullo sciopero.I sindacati si guardano bene dall'opporsi, si mettono, anzi, alla testa del corteo, e così davanti alla RAI dopo qualche fischio la manifestazione si scioglie.
Il giorno successivo (4 dicembre) nell'assemblea generale in mensa, contro l'esaltazione t'atta dai membri di commissione interna dell'ordine e della legalità in cui si è svolto il corteo, sono forti le proteste operaie contro i sindacati e il loro comportamento, e, come atto positivo di affermazione della volontà operaia, all'unanimità si decide una ulteriore riduzione della produzione: da 300 a 200 punti. I sindacalisti impazziscono, la direzione fa nuovamente affiggere i manifesti con l'annuncio delle multe.La fabbrica di nuovo si ferma immediatamente, operai ed impiegati si riversano in mensa per l'assemblea. Nella confusione generale metà dei lavoratori decidono di riprendere il lavoro, l'altra metà resta ferma.
Unanime però è il rifiuto del ricatto padronale: "producete a ritmo normale e io toglierò le multe".
La determinazione nel rifiuto di ripristinare la "normalità produttiva" e la "leale collaborazione", caratterizza quest'ultima fase della lotta, in cui i sindacati t'anno la voce grossa col padrone, mantengono gli scioperi programmati di 2 ore e minacciano uno sciopero generale della provincia di Milano in solidarietà con la Pirelli, al solo scopo di giungere ad un rialzo delle trattative. In fabbrica gli operai attendono i risultati degli incontri sindacati-padrone, con la consapevolezza che se anche i termini degli accordi non ci sono, tuttavia, ormai in linea di massima l'accordo c'è. L'attesa per conoscere i contenuti dell'accordo è molto viva, viene registrato un ulteriore punto a favore dei sindacati nel momento in cui questi accettano senza esitare la proposta del padrone di condurre le trattative a delegazioni ristrette. Fino a quel momento, infatti, la presenza e la partecipazione alle trattative di un notevole numero di lavoratori della Pirelli (che quindi controllavano il comportamento delle delegazioni padronali e sindacali) avevano dato molto fastidio sia al padrone che ai sindacati, che si sentivano oggetto di "pressioni".Infine le basi per l'intesa tra sindacati e padroni si precisano e in assemblee tenute in fabbrica — con il permesso del padrone — nei giorni 10 e 11 dicembre, i lavoratori danno mandato ai sindacati di concludere l'accordo sulle basi prospettate.
Ci si rende conto che molte aspettative sono eluse, che le possibilità reali di contestare i ritmi imposti dalla direzione, saranno minime con gli strumenti normativi che l'accordo mette a disposizione dei sindacati. Se la massa degli operai, nelle affrettate assemblee, non ha la possibilità di accorgersi che anche le conquiste salariali sono relative, ciò è ben presente in un buon numero di operai che hanno formato l'avanguardia della lotta. Tuttavia non sembra opportuno spingere alla lotta per il rifiuto dell'accordo, si sente bisogno di una pausa di riflessione, la necessità di un periodo per rinsaldare, nella fabbrica, I'unità reale e la coscienza che la classe operaia della Pirelli ha ritrovate.