Quando la cosiddetta stampa operaia sostiene oggi che ogni attentato al diritto di organizzazione sindacale e di sciopero è un attentato ai principii della democrazia e che lo si combatte difendendo la costituzionalità dei presenti regimi parlamentari, l'impostazione di questa vitale questione dell'azione di classe è semplicemente rovesciata, con la abituale conseguenza di disorientamento e disfattismo della preparazione proletaria.
I regimi borghesi parlamentari alla loro origine si opposero con ogni energia al diritto di coalizione operaia e agli scioperi, con feroci leggi criminali. Solo nel 1871 il parlamento inglese, che aveva secoli di vita, soppresse le leggi che consideravano reato la costituzione dei sindacati di lavoratori, delle trade unions, senza per questo cessare di essere, come Marx dice, una trade union di capitalisti. La rivoluzione francese con una legge del 1791 vieta e punisce le associazioni di operai. Nel pensiero liberale classico queste fanno rinascere le feudali corporazioni eliminate dalla rivoluzione borghese.
In un silenzio quasi generale, Piombino continua ad essere teatro di lotte e agitazioni violente. Sciopero di 48 ore il 19 febbraio, scontri fra dimostranti e polizia il 21, con feriti e contusi, arresto il 22 degli otto operai licenziati, arresti ancora nei giorni successivi. La catena continua.
È evidente che la situazione del grande centro siderurgico non può risolversi localmente, perché è legata a tutto il problema della siderurgia italiana e, di là da questo, al problema della politica economica della classe dominante. Ora la C.G.I.L. non può né portare la lotta sul piano nazionale né impostarla su un piano di classe e di rivendicazioni socialiste: se lo facesse, romperebbe il blocco locale "di tutti gli strati cittadini" e rinuncerebbe (e non può rinunciarvi) alla sua politica generale di unione nazionale, di difesa della "nostra" industria e di legalità democratica.
Gli opportunisti e i traditori del movimento operaio, passati dal terreno di classe a quello della conciliazione fra le classi prima, e dell'asservimento diretto alla classe opposta poi, sono inesorabilmente costretti a riflettere, nelle loro posizioni "di battaglia", le contraddizioni e le perplessità del meccanismo capitalistico. Esprimono anzi, meglio ancora dei rappresentanti espliciti della classe dominante, i contrasti interni del sistema.
Prendete per esempio l'atteggiamento degli stalinisti di fronte al Piano Schuman, da noi commentato in esaurienti articoli sulla siderurgia. Affittatisi alla difesa dell'industria nazionale, essi hanno dovuto, per logica conseguenza, far propria la causa della siderurgia e abbracciarne la classiche tesi autarchiche, protezionistiche e succhione: nella fattispecie, opporsi alla creazione di un mercato unico europeo, danneggiante gli interessi di una industria fondata sullo sfruttamento di un mercato interno irto di barriere doganali. Già qui la contraddittorietà della loro posizione appariva chiara: pretendevano, difendendo l'attuale impianto della siderurgia italiana, di difendere il lavoro di centinaia di migliaia di lavoratori; nello stesso tempo, ne invocavano la razionalizzazione e si facevano banditori dell'aumento della produttività, con la conseguenza di restringere le possibilità di lavoro appunto degli operai siderurgici.
Come è avvenuto e avviene a rotazione in tutte le categorie operaie, i lavoratori del marmo, dopo le interminabili trattative condotte dalle diverse organizzazioni sindacali su scala provinciale e nazionale, erano scesi in lotta aperta con uno sciopero generale ad oltranza per ottenere il rinnovo del contratto nazionale e un aumento del 10% sul salario (del tutto insufficiente per fronteggiare il continuo rialzo del costo della vita) e migliorare le loro poco invidiabili condizioni di vita.
La dichiarazione di sciopero generale, accolta con entusiasmo da tutti i cavatori d'Italia, è stata particolarmente sentita nei bacini marmiferi di Carrara e della Versilia, dove questi proletari hanno una tradizione di lotte memorabili condotte sempre con vigoria ed accanimento. Sopraluoghi fatti da noi a Carrara, Querceta, Pietrasanta, Seravezza, La Spezia, ci hanno permesso di constatare la riuscita completa dello sciopero e la volontà indomabile degli operai di strappare una nuova vittoria contro i "baronetti del marmo" nella stagione in cui essi vanno a villeggiare nelle comode spiagge versiliesi e fanno i bagni d'acqua e di sole, mentre i cavatori non conoscono che interminabili bagni di sudore.
I partiti cosiddetti di sinistra hanno diffuso tra gli operai la convinzione che i saturnali schedaioli del 7 giugno abbiano segnato una travolgente vittoria… proletaria, e chi vive in fabbrica sa l'euforia da cui, sotto il martellamento della propaganda, molti lavoratori sono stati presi.
Ben altra lezione ne hanno tratta, tuttavia, gli industriali. A Torino, la direzione della R.I.V., con foglio istruzioni 0140, ha annunciato il licenziamento di operai in base "alla fedeltà e attaccamento alla azienda", ai "precedenti disciplinari", al "buon rendimento", alla maggiore o minore assenza dal lavoro e ad "ogni elemento di informazione" di cui essa disponga, e ha proceduto a sollecitare, per intanto, le "volontarie" dimissioni di elementi ammalati.
La commissione interna protesta.
"I lavoratori della R.I.V. – scrive 11 il '7B' – vedono che la Ditta non tiene conto della nuova [!] situazione generata dal voto popolare del 7 giugno, che ha sconfitto il governo delle leggi antisindacali, polivalente e della truffa; essi vogliono perciò che la Direzione si adegui [sic!] alle nuove prospettive e non accetteranno che si instauri una specie di legge polivalente alla R.I.V. come sarebbe lo schedamento dei dipendenti e la minaccia per tutti gli indesiderati".
Già, già: vittoria del voto popolare di cui la Direzione… non tiene conto. Strano, vero? Non solo la classe padronale non si tiene sconfitta, ma procede spedita per la sua strada. I vincitori s'inchinano ai… vinti.
L'agitazione dei ferrovieri è stata così intimamente confusa con il problema della "riforma di struttura" dell'azienda, che non si può parlare dell'una senza accennare all'altra, a nuova dimostrazione del ruolo controrivoluzionario che i sindacati sempre più svolgono nel quadro del moderno ordinamento borghese-democratico. È questo che si propone nel seguente articolo "Il ferroviere".
A chi serve una riforma?
Le ferrovie sono, prima che un'industria per il trasporto merci o passeggeri, un indispensabile accessorio del modo di produzione della grande industria capitalistica; e poiché tale accessorio non aggiunge nulla al valore dei prodotti, ma ha il solo fine di accelerarne la circolazione, è interesse dell'intera classe dominante avere a sua disposizione ferrovie moderne, veloci, e che offrano servizi a basso prezzo. Siccome, in una società divisa in classi, nessuna riforma può essere fatta "nell'interesse di tutta la collettività", come a bocca piena dicono i bonzi della CGIL e degli altri sindacati, essa può servire oggi ad una sola causa: la causa della conservazione. Ed è qui che si inserisce il ruolo controrivoluzionario dei bonzi. Che cosa significa infatti riforma democratica dell'azienda ferroviaria, per i sindacati? Significa rimodernare la struttura e l'organizzazione della azienda, renderla più agile, più adeguata alle moderne esigenze del capitale decentrando il potere direzionale in modo da conferire maggiori e più dirette responsabilità ai dirigenti periferici, ma tutto questo deve avvenire non solo col beneplacito bensì anche con l'inserimento diretto dei sindacati centrali (e loro istanze periferiche) nella élite dirigente della nazione, facendone un vero e proprio strato privilegiato come nella democratica repubblica delle stelle e strisce.
La direzione dell'Ansaldo-S. Giorgio, di Sestri Ponente, ha proclamato la sua intenzione di licenziare 38 lavoratori e di declassarne altri 150. Un manifestino della C.I. protesta perché la direzione ha voluto arrivare a questi estremi
"ignorando ogni iniziativa di collaborazione da parte dei lavoratori"
e denuncia l'avvenuto licenziamento, in cinque anni, di 33.367 lavoratori, e diverse migliaia di sospensioni o riduzioni d'orario in provincia di Genova.
La verità è che, se gli industriali agiscono con la spregiudicatezza ben nota, non è perché ignorino, ma anzi proprio perché conoscono la "volontà di collaborazione" che i sindacalisti opportunisti hanno insegnato agli operai a dimostrare. Dal momento che gli organi di "difesa dei lavoratori", invece di lottare contro la direzione, si sbracciano a collaborare, perché la direzione dovrebbe avere degli scrupoli? A nemico che fugge ponti d'oro: il ponte del licenziamento!
Questo ottimo articolo di un giovane compagno merita l'attenzione di tutti i lettori, i quali vi troveranno la critica dei moderni sviluppi della tecnica produttiva e dell'automazione e della loro acerba critica, rilevando da sé che la stessa va messa in rapporto alle fondamentali posizioni di Marx sull'incremento della pena di lavoro, dell'intensità di lavoro, e della produttività del lavoro anche considerata come fatto sociale, tutte cose che ogni vero comunista rivoluzionario deve detestare e disprezzare come infamie fino a quando rimane la vergogna del potere politico negli artigli sanguinolenti del capitalismo borghese e democratico.
In questi ultimi mesi i maggiori organi di stampa, gli uomini politici più rappresentativi, gli intellettuali più impegnati hanno ansiosamente seguito lo svilupparsi della congiuntura ed auscultato con attenzione il cuore della malata economia nazionale. Già in questa molteplice concordia di interessi possiamo constatare come di fronte al comune pericolo (costituito dal timore della diminuzione dei loro mal guadagnati proventi) tensioni antiche, dibattiti, differenti opinioni si siano taciute tutte di fronte all'imperativa necessità di trovare una cura adeguata. E la cura c'è, è saltata fuori, non per le virtù intellettuali, o per la chiara diagnosi, di un qualche insigne studioso: ma perché insita nelle leggi stesse del capitalismo.
Nel giro di sei mesi, Giappone e Germania, gangli vitali del capitalismo mondiale, sono stati teatro di grandi scioperi, mirabili per compattezza e spirito di battaglia, anche se – come da prevedere – sabotati dall'organizzazione sindacale a fondo riformista. Sono due Paesi che l'onda della ricostruzione postbellica ha "risanato" fruttando alla classe capitalista utili di eccezione e costringendo la classe operaia a stringere ancor più la cinghia. Beniamini del capitalismo occidentale, non sembra che lo siano agli occhi dei rispettivi lavoratori.
Lo sciopero giapponese, durato dal 17 ottobre al 17 dicembre e interessante l'industria mineraria ed elettrica, coinvolse 400.000 operai e, sebbene la situazione fosse estremamente critica per gli scioperanti (fattori stagionali, difficoltà di approvvigionamento, ecc.), riuscì assolutamente compatto, paralizzando non soltanto le industrie direttamente colpite ma l'insieme dell'apparato produttivo.
L'unità sindacale, intorno a cui i sindacati della collaborazione di classe non si stancano di chiacchierare per meglio nascondere come la sabotano, può essere solo il risultato di una lunga lotta di classe in cui le armi di ognuno degli avversari siano ben definite.
Le leggi economiche del capitalismo sono le armi più efficaci di cui dispongano i padroni, prima fra tutte la legge del valore che esige che la forza-lavoro dell'operaio sia pagata come qualunque altra merce, che la massa dei salariati sia divisa all'infinito mediante un pulviscolo di categorie professionali e di sottodivisioni all'interno di ognuna. L'arma dei salariati è invece l'organizzazione che nasce dalla concentrazione industriale e che permette loro di coalizzarsi, di scatenare scioperi improvvisi e massicci, di superare con la violenza e l'estensione di questi moti la divisione creata dal gioco della legge del valore. Perciò gli agenti del padronato mascherati da dirigenti sindacali incoraggiano la divisione in categorie, la molteplicità delle mercedi, le rivendicazioni diverse da un'azienda all'altra, mentre i militanti rivoluzionari lottano contro la gerarchia dei salari e per rivendicazioni uniformi, per movimenti estesi a più settori della produzione. Da un lato, la divisione fisica degli operai che è il portato naturale della società capitalistica e della funesta collaborazione fra sindacati e padronato; dall'altro, la lotta per l'unificazione POLITICA, condotta dall'avanguardia rivoluzionaria del proletariato.