Sul n. 13 del nostro giornale comparve un trafiletto con una citazione da un articolo dedicato alla questione del premio di produzione nel n. 23 di Mondo Economico, accompagnata da un brevissimo commento. La cosa avrebbe potuto fermarsi lì se, sulle colonne di Mondo Economico, non si fosse aperto un breve dibattito a causa dell'intervento di un esponente sindacale cislino, a cui l'estensore della precedente nota rispose tirando in ballo, fra l'altro, la nostra noterella. Questa serie di fatti ci offre l'occasione di precisare ancora una volta le nostre vedute sul premio di produzione e sul "salario legato alla produttività", e di giudicare l'atteggiamento delle centrali sindacali in merito ad esso.
Poiché i sindacati tendono a dare un sempre maggiore rilievo al premio di produzione, ad aumentare il suo incidere sul complesso delle retribuzioni operaie, a fissarne stabilmente i connotati nei contratti collettivi, se ne deduce che tale voce è destinata ad acquisire una sempre maggior importanza e che, a lungo andare, i sindacati tenderanno a imporre una struttura del salario ben diversa da quella tradizionale: cioè a sostituire a un salario relativamente uniforme per vasti strati operai un salario articolato e spezzettato al massimo nell'illusione vana e rinunciataria dì raggiungere l'ottimo "adattamento alla complessa situazione tecnico-produttiva", invece dell'effettivo risultato di un'ulteriore divisione dei proletari, di un 'aumentata concorrenza e di una crescente sospettosità reciproca fra di loro. La questione si è quindi di molto allargata, e investe l'insieme delle componenti il salario operaio.
L'aspetto positivo e indiscutibile dell'imponente sciopero degli elettromeccanici (che si avvia alla conclusione mentre scriviamo e purtroppo si sarà forse esaurito quando il giornale sarà uscito) è la magnifica combattività di cui gli operai hanno dato prova, conducendo l'agitazione in masse compatte e affrontando non solo i padroni, ma la polizia in episodi che i sindacati possono ben deplorare, perché non si accordano col loro legalitarismo, né col loro metodo di lotta in ordine sparso ed alla chetichella, ma che appunto perciò acquistano un sapore di sfida aperta alla politica conformista e codina dei bonzi bianchi, gialli e rosa, e dimostrano che lo sciopero, quando non è preventivamente limitato nel tempo e nelle modalità di sviluppo, trova schierati dietro di sé, senza defezioni, tutti i lavoratori.
Ma appunto questa splendida dimostrazione di combattività e di compattezza rende ancor più disgustoso l'atteggiamento di quelle organizzazioni sindacali cui spetterebbe di dirigere la lotta e di condurla fino in fondo. Esse hanno subito lo sciopero; hanno fatto l'impossibile per concluderlo al più presto: tutto hanno messo in opera per impedire che dilagasse e, quindi, desse i frutti che gli operai si attendevano. Gli elettromeccanici non potranno non tirarne le conseguenze per l'avvenire; la loro lotta ha rimesso sul tappeto qualcosa di più di rivendicazioni salariali o "normative"; ha riproposto i grandi, secolari temi della lotta di classe.
Se ne sente parlare spesso, in questo periodo, e un po' da tutte le organizzazioni sindacali.
Nel numero scorso abbiamo accennato che al CNEL (Consigli dell'Economia e del Lavoro) s'iniziò una discussione sull'art. 39 della Costituzione per realizzarne il contenuto e cioè per dare ai sindacati la cosiddetta "personalità giuridica". Ecco il testo dell'articolo:
"L'organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la registrazione presso gli uffici locali o centrali, secondo le norme stabilite dalla legge. È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica. I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce".
Al momento attuale sappiamo che una prima parte del dibattito riguardante "il principio dell'applicabilità" dell'articolo è terminato e con esito ad esso favorevole. Ora restano da vedere — sempre al CNEL — "le modalità di applicazione" dopo di che il disegno di legge sindacale passerà al parlamento per l'approvazione.
Abbiamo riassunto per sommi capi, nel numero scorso, i termini fondamentali delle "risoluzioni" uscite dal congresso della CGIL; ma il tema, dati anche gli sviluppi in sede legislativa che già si preannunziano, è destinato ad occuparci ancora per mesi.
Qual è stata, in fondo, la nota dominante del Congresso? Nulla di nuovo, d'accordo; nulla che ci stupisca dopo lunghi anni di precipizio verso il fondo di una palude senza avvenire; la riaffermazione, di anno in anno più esplicita, del chiodo ribadito con monotonia esasperante da gerarchi e gerarchetti, da rappresentanti "operai" e delegati governativi — il chiodo del "riconoscimento ufficiale" dei sindacati, non soltanto a parole, come "pilastri dell'ordinamento democratico", come tutori della carta costituzionale, come vestali dell'economia pubblica.
Viareggio
Nel grigiore in cui è immersa la lotta di classe in Italia, episodi anche piccoli vengono a confermare che, pur essendo il proletariato narcotizzato dalla legalità demo-piccolo-borghese, esso è vivo, può risvegliarsi, e lo fa quando si accorge che la soluzione dei suoi problemi non si trova né si potrà mai trovare nel "rispetto delle leggi".
Il grido lanciato a Viareggio da uno dei soliti segretari nazionali, il 1° Maggio: "i lavoratori sono disposti a far tutto ciò che la Costituzione permette per i loro diritti", grido lanciato ben sapendo che la Costituzione borghese non permette agli operai di fare nulla è caduto miseramente di fronte alla decisa azione degli addetti del calzaturificio Ippocampo, i quali hanno ancora una volta dimostrato a quei traditori che si scusano della loro ignavia addossandone la responsabilità ai proletari che questi non hanno perso il senso della strada giusta, l'unica valida che gli si apre davanti,"Gli operai non ci vengono dietro", si lamentano i sedicenti sindacalisti; ed è vero. Infatti gli operai, quando si muovono vanno avanti, mentre i dirigenti voltano loro le spalle per non vederli e piangono lacrime di coccodrillo sulle loro "intemperanze".
In tutta la storia del movimento operaio, lo sciopero è un atto di forza, e rivendicare un astratto "diritto di sciopero" non ha senso se il diritto non è tutt'uno con una manifestazione concreta di forza. Non è in nome di tavole del diritto che gli operai scioperano: scioperano se ed in quanto hanno la forza di scioperare e d'impedire che la classe dominante li metta, a sua volta con la forza, nell'impossibilità di farlo.
Per Di Vittorio e la C.G.I.L. (non parliamo della C.I.S.L. o dell'U.I.L. che sono esplicitamente e dichiaratamente estranee all'ideologia e alla pratica della lotta di classe), lo sciopero è invece materia di articoli di legge, e la legge non è l'espressione di necessità ed interessi della classe che detiene il potere economico e politico; è qualcosa di galleggiante al di sopra delle classi, proprietà collettiva di "tutti gli uomini", ed è – come sta scritto nei tribunali – uguale per tutti. Non meraviglia quindi che, nel discorso tenuto il 31-1 a Torino in difesa del diritto di sciopero, Peppino abbia toccato tutti i tasti dell'evangelismo predicatore e moralistico, del cristianesimo umanitario e fabiano. A leggerlo, par di essere tornati ai tempi in cui i pronipoti del peggior laburismo in Italia esclamavano, levando umidi occhi al cielo: "Educhiamo i nostri padroni!", ch'era il grande grido della debolezza, l'invito al capitalismo e ai suoi sgherri a bastonare gli operai.
È in corso a Trieste una vertenza che interessa un largo strato di operai: quella dei C. R. D. A. (Cantieri Riuniti dell'Adriatico). Quali le sue prospettive?
Non occorre, purtroppo, essere dei profeti per rispondere. Che cosa possono ottenere infatti gli operai finché la difesa dei loro interessi e la guida delle loro agitazioni sono in mano agli attuali organismi sindacali (C. d. L. - S. U.)? Sono gli stessi organismi che, nel più lungo e compatto sciopero svoltosi a Trieste in questo dopoguerra (febbraio 1950), tradirono l'esplicito mandato ricevuto dagli operai (in un comizio tenuto dopo 20 giorni di lotta) — estendere lo sciopero a tutta la città e provincia — comunicando per radio le decisioni di compromesso (le solite vittorie: "la vertenza rimane aperta") che ancor oggi paghiamo a rate. E citiamo solo quest'esempio perché è stato l'unico, dal 1945 a tale data, che tutta la classe operaia veramente sentisse e fosse disposta a condurre a fondo: ma, a conferma di quanto diciamo, basterebbe consultare il libro aperto di tutte le agitazioni condotte su scala nazionale (e non soltanto nazionale) dai sindacati di marca staliniana o riformista.
Con vivo compiacimento pubblichiamo i volantini che nostri compagni di un centro della Versiglia hanno lanciato nel corso della loro attivissima partecipazione all'agitazione degli operai alimentaristi di una cooperativa di consumo e che possono servir di modello ad altre iniziative analoghe.
Nell'ultima riunione del personale di banco della Cooperativa di Consumo si è avuta una chiara visione di come la C.G.I.L., tradizionale organo di lotta della classe operaia, sia oggi dominata da opportunisti che con la loro politica tradiscono quotidianamente i lavoratori.
Gli operai della Cooperativa hanno riferito ai funzionari sindacali la loro situazione ed hanno manifestato il proposito di battersi a fondo per le loro rivendicazioni. I sindacalisti hanno risposto che la Cooperativa non è una azienda come tutte le altre e che gli operai devono ridurre le loro rivendicazioni per non incidere troppo sul suo bilancio. Per questi signori la Cooperativa è un ente morale benemerito, creato dai consumatori e dagli operai stessi. Gli operai sanno invece che da moltissimi anni la Cooperativa li truffa non solo giocando sulle qualifiche, ma rubando sugli inventari, sui pesi delle merci, sugli orari di lavoro, sulla gestione degli spacci; impone multe esose sugli orari e sui bollini; instaura nell'azienda un vero regime di polizia mandando ispettori fidati al posto di quelli locali, assume e licenzia a suo piacimento. A questa situazione i signori col sindacato credono di rimediare collaborando con il consiglio d'amministrazione e proclamando l'identità di interessi tra operai e datori di lavoro.
Se lo sciopero degli operai siderurgici americani è finito grazie al "paterno intervento di Nixon" - il quale, essendo candidato alla presidenza, aveva l'urgente interesse di guadagnarsi l'Oscar della conciliazione (l'accordo si è concluso con una parziale vittoria degli scioperanti: gli industriali pagano la prospettiva di avere un "presidente di destra", ma specializzato nei sorrisi a Kruscev), - i minatori del rame dell'International Union of Mine, Mill and Smelter Workers sono tornali al lavoro dopo uno sciopero che durava dalla metà di agosto, e durante il quale - lo ammette l'Economist - non una libbra di minerale è stata estratta, o, in altri termini, non v'è stato neppure un crumiro. Qui, i vantaggi salariali e contrattuali ottenuti sono il frutto non della calata dal cielo di un politicante o della "volontà di finirla" degli organizzatori, ma alla decisa volontà di lotta di "leader" e gregari insieme. Si è osservato che lo sciopero, scaturito da ragioni economiche, si incrociava con la agitazione in difesa di 14 organizzatori accusati di aver giurato il falso dichiarando di non far parte del partito comunista: questo processo, finito con un certo numero di condanne (la democrazia vale il fascismo), mirava in realtà a colpire attraverso una serie di intimidazioni il sindacato, ma la stessa rivista inglese riconosce che "dopo dieci anni di lotta per la vita contro altre organizzazioni [evidentemente più 'soffici', come dicono in America] che la credevano pronta a sfasciarsi, la Mine Mill conserva almeno i tre quarti dei 100.000 iscritti del 1950".
La classe operaia italiana ha ragione di gloriarsi di uno sciopero come quello che, per più di un mese, ha visto schierata su un fronte unitario di lotta l'intera categoria dei marittimi, e che ha suscitato intorno a sé, perfino in Australia e nel Nord America, grandiosi episodi di attiva solidarietà internazionale. Centoventi navi bloccate in tutti i porti del mondo; una lotta inflessibile condotta malgrado le insidie del reclutamento di personale avventizio e, soprattutto, malgrado l'isolamento in cui (portuali a parte) le organizzazioni sindacali hanno tenuto gli scioperanti; un interesse di classe che batte clamorosamente in breccia il cosiddetto spirito di nazionalità e l'onor di bandiera - tanto cari agli armatori e al loro governo: tutto questo è sufficiente a scrivere pagine di gloria negli annali della marineria proletaria, non solo italiana. I marittimi hanno lanciato agli operai di tutte le categorie un monito che non deve andare perduto.