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giugno76-disoccupatiUN PERCORSO DI ORGANIZZAZIONE PER IL COMUNISMO

Nel numero precedente del giornale abbiamo tentato di cogliere la TENDENZA PRINCIPALE che si afferma nei processi di modificazione del mercato della forza lavoro, attraverso una lettura politica della crisi.
Individuati i contorni oggettivi dell'area del lavoro precario come terreno di organizzazione per il Capitale di un «nuovo modo di lavorare», vogliamo ora ripercorrere le articolazioni ed i passaggi di tale progetto. C'è l'esigenza di metterne a nudo i meccanismi di controllo, di anticipare le nuove forme di comando sulla classe, di rovesciare l'oggettività della nuova composizione di classe che così si determina nella soggettività organizzata di un progetto politico comunista che attraversi per linee interne il territorio della forza-lavoro.

giugno76-fuori-dell-acquaIl discorso di questo numero di «Lavoro Zero» affronta le condizioni dello scontro di classe nella fase di chiusura dei contratti. Il problema preliminare è di fare chiarezza, dicendo che è primario il livello di classe, è secondaria la vicenda elettorale. Quali sono state le condizioni dei padroni per la chiusura dei contratti? Innanzitutto ha pesato la direttiva imperialistica di estrarre più lavoro a buon mercato dalla classe operaia in Italia. Questo era e rimane l'obiettivo. La sostanza delle manovre internazionali sulla lira è appunto questa. Restano confermate le linee-guida annunciate nell'ottobre del 1974 dal cancelliere tedesco Schmidt, kommissario-kapo dell'imperialismo USA per l'Europa: «Noi non dobbiamo salvare l'Italia, ma darle solo quel tanto di aiuto che le consenta di stare con la testa fuori dell'acqua, non sulla spiaggia. L'industria italiana deve rafforzarsi senza rincorrere il miraggio della diversificazione produttiva, perché in Europa dobbiamo realizzare una precisa divisione del lavoro».

Sarà bene dire subito che i contratti si giocheranno sul terreno del lavoro da garantire ai padroni. Per questo lo spauracchio dei licenziamenti e della cassa integrazione viene usato con tanta abbondanza. Per gli operai si tratta allora di verificare quali obiettivi e quale lotta potranno gestire per rifiutare ingabbiamenti sia sulla quantità che sulla qualità del lavoro.

Al primo posto c'è l'orario. ORARIO vuol dire quantità di lavoro, produttività e qualità della produzione. Forse per questo le bozze di piattaforme sindacali ne parlano poco, anzi di riduzione vera e propria non se ne parla. Nelle fabbriche invece la riduzione di almeno un'ora al giorno (le ormai note 35 ore in cinque giorni pagate 40) per i giornalieri e il salto al turno di 6 ore per chi è inserito nel ciclo continuo (con 6 persone addette per turno e per posto di lavoro) sono obiettivi precisi, realizzabili, da usare dentro e fuori la fabbrica.

lavorozero-febb76-marghera-4GIOVEDI', 20 NOVEMBRE 1975. NOTTE.
Nei diversi reparti del Petrolchimico di Porto Marghera le produzioni sono in progressiva diminuzione per arrivare con gli impianti fermi allo sciopero di otto ore del giorno 21. Lo sciopero per i turnisti inizia alle ore 6 di venerdì e termina alle ore 14. Lo stato degli impianti all'inizio e durante lo sciopero è sempre stato di fondamentale importanza: la posizione dei lavoratori, inizialmente chiara e compatta, sulla necessità di fermare completamente gli impianti durante gli scioperi nel corso di esperienze diverse susseguitesi dal '68 in poi, deve di volta in volta misurarsi sulla omogeneità interna di ciascun reparto e, soprattutto, con la disponibilità delle strutture sindacali di fabbrica, per evitare l'isolamento di fronte alle rappresaglie che regolarmente la direzione MONTEDISON mette in atto quando una lotta le crea qualche difficoltà (è nota a tutti la manovra repressiva fondata sulla «messa in libertà» del personale in quei reparti dove la direzione ritiene non esistenti le condizioni richieste di PRODUTTIVITÀ dopo o durante uno sciopero).

"GLI OPERAI NELLA FABBRICA NON VANNO PER FARE LE INCHIESTE, MA PERCHE' CI SONO COSTRETTI. IL LAVORO NON E' UN MODO DI VIVERE, MA L'OBBLIGO DI VENDERSI PER VIVERE. ED E' LOTTANDO CONTRO IL LAVORO, CONTRO QUESTA VENDITA FORZATA DI SE STESSI CHE SI SCONTRANO CONTRO LE REGOLE DELLA SOCIETA'. ED E' LOTTANDO PER LAVORARE MENO, PER NON VENIRE PIU' AVVELENATI DAL LAVORO CHE LOTTANO ANCHE CONTRO LA NOCIVITA'. PERCHE' NOCIVO E' ALZARSI TUTTE LE MATTINE PER ANDARE A LAVORARE, NOCIVO E' SEGUIRE I RITMI, I MODI DELLA PRODUZIONE, NOCIVO E' FARE I TURNI, NOCIVO E' ANDARSENE A CASA CON UN SALARIO CHE TI COSTRINGE IL GIORNO DOPO A TORNARE IN FABBRICA . .
(ASSEMBLEA AUTONOMA DI P.MARGHERA. 1974)

Siamo ormai sommersi da una marea di discorsi che santificano le lotte di questi ultimi anni, che celebrano riti appartenuti al passato. La giusta esaltazione, a volte settaria, che in alcuni punti del percorso fatto ha distinto il comportamento operaio non deve farci unire al coro di chi oggi, magari senza averne completa coscienza, tenta di trasformare il passato in presente.

lavorozeroluglio75_51Apriamo con questo articolo un dibattito sul ruolo ed il significato politico delle imprese multinazionali dentro il quadro internazionale della crisi.
La complessità e l'articolazione dei problemi politici che un simile argomento pone al momento dell'analisi teorica, ci costringe ad un'esposizione forzatamente settoriale e frammentaria, che si svilupperà in una serie di articoli, nel tentativo di ripercorrere gli aspetti principali di quello schema socio-economico che prende il nome di imperialismo.
Il punto di vista che intendiamo assumere è quello dell'operaio multinazionale, delle sue lotte nei paesi metropolitani, della composizione politica.
Crisi energetica, crisi del ciclo dell'auto, distruzione della rete internazionale dell'emigrazione, ed in prospettiva ricomposizione del comando internazionale a partire da nuove basi del processo di accumulazione capitalistica: settore energetico, settore chimico, settore della telefonia; queste sono le coordinate che definiscono l'attuale quadro delle tendenze e del programma imperialista.
La rigidità delle attuali lotte operaie internazionali, come documenteremo in seguito, non ammette una interpretazione "oggettiva" ed unilaterale di queste tendenze.
Ciò non di meno esporremo in questo primo articolo, quelle condizioni che nel progetto politico delle imprese multinazionali si presentano come irrinunciabili per una ripresa del controllo sulla classe e sui suoi comportamenti.

1. LA MINORANZA RUMOROSA

Guerre produttive img1Sono molti quelli che tentano di farci credere che ciascu no di noi è solo e che comunque si è troppo pochi per abbattere il sistema di fabbrica. In Italia, "su 56 milioni solo 8 milioni di cittadini tra operai e tecnici contribuiscono al processo produttivo, mentre si è gonfiata la occupazione nei servizi. Gravano oggi pesantemente sui costi d'impresa non solo il costo del lavoro, su cui pesa l'onere dei servizi pubblici e assistenziali tanto costosi quanto inefficienti, ma anche la struttura del credito..." (1) ...Non dobbiamo mai dimenticare che agli operai in fabbrica questo discorso della "minoranza che lavora" e che mantiene tutti viene riproposto di continuo oltre che dai capi — come necessaria giustificazione della loro ideologia che pone la tecnica di produzione come gerarchia oggettiva sugli uomini — anche da partiti e sindacati che individuano NELLA GERARCHIA DEL LAVORO LA RAPPRESENTAZIONE POLITICA DEL LORO POTERE.

Presentazione img1Questa nuova serie di "LAVORO ZERO" APRE UNA PARENTESI sul problema dell'iniziativa di classe a livello internazionale. La nostra proposta di 'costruzione' di un circuito d'informazione e di comunicazione tra lotte autonome a livello Europeo, inizia con una CRITICA alle CATEGORIE politiche e teoriche che hanno fino ad ora 'rimosso' i contenuti rivoluzionari espressi dai soggetti in lotta per l'abolizione del 'tempo di lavoro' (quello che noi chiamiamo PROGETTO COMUNISTA).

La proposta è concreta: assumiamo i PUNTINI DI SOSPENSIONE delle diverse forme di 'liberazione dal tempo di lavoro' che si ORGANIZZANO in altrettante forme di 'cooperazione sociale' per il comunismo (quello che noi chiamiamo CONTRO POTERE PROLETARIO) oggetto e soggetto al tempo dei materiali d'analisi e di rassegna internazionale.

La rassegna internazionale come strumento quindi: iniziamo a farla funzionare sul problema del Taglio della spesa pubblica.


E' per questo che pubblichiamo oggi la traduzione dell'opuscolo inglese "Guilding the Ghetto": le affinità con la situazione italiana (patto sociale con le organizzazioni del Movimento Operaio; taglio della spesa pubblica; ristrutturazione industriale ed allungamento della giornata lavorativa) sono puramente casuali!

Ah! Dimenticavamo: non siamo ancora capaci di 'valorizzare' la nostra attività di traduttori, dattilografi, compositori ed intellettuali, perciò non state a contare gli errori, le dimenticanze e le difficoltà di espressione.

Se la cosa vi interessa, scriveteci a C.P. 667 VE, vogliamo infatti, dopo la verifica di questo numero di prova, organizzare l'attività per Settembre.

Lavoro Zero, numero 7/8 luglio 1978 dicembre 1975

Altri articoli da Lavoro Zero, giornale dal Veneto

lavorozero-giugno76-primadicopertina
4 dicembre 1976
LAVORO ZERO - GIORNALE COMUNISTA DAL VENETO

Che il problema energetico come pure quello dell'alimentazione ed altri siano diventati oggetto di dibattito non solo ma possano diventare anche terreno di iniziativa e di lotta, non siamo noi ad affermarlo. E il comportamento di classe ad imporlo.

La lotta quotidiana per il mantenimento del livello di vita, le iniziative anche individuali per sottrarsi alla rete di restrizioni che si tenta di stendere su ogni aspetto della vita, (mangiare meno carne, consumare meno benzina ed energia, divertirsi di meno,...) andrebbero attentamente analizzate ma sono riscontrabili ad occhio nudo nel comportamento proletario. La stampa borghese ha più volte rilevato il fenomeno ed ha tentato subito di esorcizzarlo — sia pure con un filo di inquietudine — definendolo "il tipico modo di arrangiarsi degli italiani".

Per quanto ci riguarda abbiamo la tendenza ad assumere qualsiasi comportamento proletario nel suo senso più politico. Nessuna meraviglia quindi se individuiamo in questo atteggiamento proletario non solo il rifiuto tenace ad ogni tentativo di intensificazione dello sfruttamento, ma anche la volontà di sottrarsi ai ricatti continui che vengono presentati come necessità oggettive, sotto forma di passivo della bilancia commerciale, di scarsità delle risorse, ecc. ed il rifiuto di accettare passivamente i discorsi degli "esperti" sull'impossibilità di sfuggire alle ferree leggi dell'economia capitalistica.

Con questo articolo intendiamo aprire un dibattito sui rapporti tra soggettività e movimento di classe. Siamo convinti che la problematica del soggetto è parte integrante e fondamentale del discorso di classe che andiamo svolgendo su questo giornale. Perciò, a questo primo intervento, di carattere prevalentemente teorico, ne seguiranno altri che siano in grado di offrire ai compagni un quadro sufficientemente ampio del problema, sia sul livello della teoria sia su quello, pia specifico, di esperienze concrete maturate dentro al movimento.

Dalla lotta sul salario img1"Non appena il direttore di gioco si tramuta in dirigente, il principio gerarchico salva la pelle, la rivoluzione si impaluda per presiedere al massacro dei rivoluzionari. Bisogna rammentarlo senza tregua; il progetto insurrezionale non appartiene che alle masse, il regista lo rinforza, il capo lo tradisce. E' tra questo organizzatore di nuovo tipo e il capo che si svolge dapprima la lotta autentica". (Raoul Vaneigem, Trattato, pp. 47-47, Vallecchi 1973)

Non ci interessa aprire un dibattito sulla soggettività in termini astratti ed ideologici, slegati cioè da una interpretazione politica della qualità dello scontro di classe oggi in atto nel paese. Fare questo significherebbe, ancora una volta, giustificare la separazione tra vissuto e pratica politica: questa separazione il movimento la vive spesso sulla propria pelle, talora al prezzo di una paralisi della fantasia e dell'immaginazione, di una regressione al privato che diventa, per molti compagni, crisi dell'identità politica, perdita della propria capacità di lotta.