Abbiamo lungamente combattuta l'opinione di quelli che intenderebbero dare al movimento giovanile socialista l'indirizzo di cultura. Abbiamo sostenuto che un tale indirizzo può corrispondere ad un'opera di preparazione democratica, ma non di preparazione rivoluzionaria.
Il nostro argomento teorico fondamentale è stato sempre quello che le opinioni politiche non sono frutto di idee astratte o di cognizioni filosofiche e scientifiche, ma dell'ambiente in cui si vive e delle necessità immediate di questo ambiente. E' la nostra tesi materialistica, nel senso in cui la intendeva Carlo Marx, contrapposta alle concezioni idealistiche di ogni natura e ben poco scossa dal revisionismo borghese e non borghese. Può non essere accettata da tutti i compagni, ma noi persistiamo a ritenere che al di fuori di essa non vi è possibilità di dare una base all'argine e alla mentalità socialista. Noi crediamo soprattutto che i fatti la vadano sempre più confermando, quando si sa esaminarli al di fuori delle falsificazioni della cultura borghese e senza trascendere a inutili schermaglie intellettualistiche.
Con questo titolo l'Unità del 17-2-54, commenta la morte di un operaio dell'O.M., deceduto sotto i colpi delle forze di repressione borghese. Ma c'è da chiedersi: responsabilità di chi? Del governo Scelba, afferma perentoriamente l'estensore dell'articolo in questione e, aggiunge, della borghesia italica. E perché, aggiungiamo noi, non anche dell' "opposizione parlamentare" di Sua Maestà la repubblica?
Che il capitalismo usi la violenza, se necessario, contro gli operai, che gli operai cadano nella lotta contro il capitalismo che difende la propria conservazione è un fatto normale della dinamica della lotta fra le classi, che viene a confermare l'analisi marxista della società borghese. È un fatto necessario anche se doloroso.
In regime fascista, quando le aziende industriali erano in difficoltà o fallivano, la procedura era semplice: in nome dei "superiori interessi" della Nazione (sempre gli interessi della classe dominante, quelli più apertamente di bottega, passano per superiori e identici a quelli della collettività nazionale), lo Stato corporativo accollava alla suddetta collettività l'onere finanziario dell'impresa in deficit: quando poi la situazione fallimentare investiva l'intera attrezzatura industriale, ci si buttava o in imprese militari esterne o all'autarchia, e le aziende zoppicanti venivano nell'uno o nell'altro caso – sempre a spese del contribuente e senza nessuna perdita per l'antico grande azionista – salvate dal tracollo, e la "pace sociale" era ristabilita. Il procedimento era chiaro e lampante: lo Stato agiva senza veli a difesa della classe padronale.
Come in tutte le altre manifestazioni della sua esistenza, il regime democratico persegue gli stessi fini ma con ipocrisia gesuitica; prima che lo Stato intervenga (e allora interviene fingendo di farlo contro voglia), è necessario tutto un lavorìo "dal basso" in cui le forze dell'opportunismo sono chiamate a velare e nascondere i bruti e palesi interessi della classe dominante, e il salvataggio delle aziende (cioè dei capitali investiti in esse e dei profitti che da quegli investimenti si attendevano) va presentato come rivendicazione degli operai (cioè di coloro che le aziende sfruttano) o come obbligo sociale, morale e via discorrendo, finché anche questi termini non bastano, e chiude la fanfara l'obbligo "patriottico", il motivetto fascista.
Piombino, ottobre
Quello che i lavoratori piombinesi si attendevano dopo mesi e mesi di lotta accanita e dopo i soliti sbandieramenti sindacali di trionfali vittorie non è avvenuto: l'accordo stipulato per la riapertura della Magona contempla infatti il riassorbimento di soli 800 licenziati sui 2600 dipendenti di prima, la corresponsione di un premio extra contrattuale ai licenziati pensionabili, una certa somma a compenso della produzione effettuata nel periodo dell'occupazione della fabbrica, e l'avvio degli altri lavoratori ai famosi corsi di qualificazione, a lavori pubblici ed altre beffe.
Crisi, miseria, disoccupazione.
Colpa del governo, che ha a sua disposizione una ricetta tanto semplice e non la vuole applicare: l'investimento.
Qui, tutta la politica e l'economia politica dei formidabili partiti che in Italia "rappresentano le classi operaie".
Investi, governo ladro! Ma quale governo? Quello che essi stessi hanno portato al potere nell'orgia antifascista e nel tripudio di benvenuto alle armate occidentali. E perché tal governo non vorrebbe investire? Semplice: per far piacere alle classi proletarie e monopolistiche! E come si può dare a tali classi il dispiacere di un investimento su larga scala, di una aumentata produttività e ricchezza nazionale? Ancora più semplice: votando contro i democristiani e mandando al governo socialisti dell'Avanti! e comunisti dell'Unità.
Le classi dominanti italiane e i loro signori di oltre frontiera possono sul serio gioire, se la preparazione politica della classe proletaria si è disciolta nel basso bigottismo e nella vietasuperstizione che da quei partiti e giornali viene diffusa. Addosso a chi si permetta di dubitare che azione operaia e socialismo non consistano nelle consegne di costoro: Democrazia! Popolo! Unità! Pace! Produzione! Investimento di capitale!
Si sapeva che lo sciopero… caporale del 24-9, indetto in commovente accordo da tutti tre (o quattro!) i sindacati ufficiali, si sarebbe risolto nella solita truffa. Lo si sapeva – e l'avevamo denunciato in tempo – per la stessa direzione unitaria assicurata dalle grandi confederazioni asservite ai partiti politici della borghesia, per l'origine della sua iniziativa e per la conseguente sua impostazione, riguardosa dei centri più sensibili e dei gangli più vitali dell'economia nazionale, delle fabbriche dei padroni (parola d'ordine di non fermare i forni, le acciaierie, le produzioni a ciclo continuo, ecc.). Sappiamo che lo stesso avverrà della successiva ondata di agitazioni che le organizzazioni sindacali demo-libero-staliniste vanno già programmando al solito duplice scopo di dar sfogo al più che legittimo malcontento degli operai e di controllarne rigidamente gli sviluppi per mantenerli nell'ambito della legalità. D'altronde, basti pensare che, avendo la C.I.S.L. espresso qualche dubbio sulla convenienza di un'azione a scadenza vicina come – per non essere anche questa volta l'ultima venuta – la C.G.I.L. ventilava, Di Vittorio si è affrettato a moderare i suoi bollori in nome dell' "unità" finalmente raggiunta dai tre sindacati nel… fregare gli operai facendo finta di aiutarli.
Anche al Sud, come al Nord, la caduta del fascismo scatena le energie popolari; le manifestazioni di strada sfociano nella distruzione dei simboli del passato regime mentre la classe operaia campana si mobilita nell'intento di far cessare la guerra. Numerosi sono i casi, dalle Puglie agli Abruzzi, in cui le dimostrazioni colpiscono i simboli tradizionali dell'oppressione contadina, distruggendo i ruoli delle imposte e incendiando i municipi.
Anche qui, come al Nord, la repressione badogliana non si fa attendere molto [1]. Il 28 luglio a Bari, durante una manifestazione di piazza, la polizia uccide 23 lavoratori e ne ferisce 60. Il 16 agosto cinquecento lavoratori dell'Uva di Torre Annunziata formano un corteo e le forze dell'ordine tornano a sparare. A Portici vi è un'altra manifestazione il 29 agosto. A Castellammare di Stabia il 2 settembre un migliaio di operai dell'Avis Meccanica si muovono in corteo e chiedono "pace e pane". I carabinieri li disperdono con bombe a mano provocando 5 feriti e le SS collaborano arrestando 10 operai.
20 marzo 1997
Quella del "diritto al lavoro" non è mai stata parola d'ordine dei proletari comunisti, ma essa si rivela una vera stupidaggine nell'epoca in cui una massa consistente di ore di lavoro vengono eliminate per sempre dallo stesso capitalismo. Se siamo al punto in cui il Capitale dimostra di fare a meno dei lavoratori è evidente che risulta dimostrato anche l'inverso: i lavoratori possono benissimo fare a meno del Capitale.
Ogni piagnisteo sul "diritto al lavoro", nell'epoca della massima introduzione degli automi e dell'informatica è una pura idiozia.
Nella storia dell'umanità niente è stato più insensato dell'odierno culto del lavoro: abbiamo finalmente a disposizione i mezzi per essere liberi dalla necessità e invece questi mezzi ci dominano, ci abbrutiscono di lavoro, ci offrono una produttività così alta che la stragrande maggioranza della popolazione è "in esubero" rispetto alle esigenze della produzione. E non lavora affatto.
Caro Programma,
ti invio la presente nota nella certezza che sarai il solo giornale proletario disposto a pubblicarla.
Molto si è parlato sullo sciopero degli autofilotranvieri avvenuto in questi giorni a Trieste, ma nessuno ha osato rendere nota pubblicamente la verità.
Per ben due anni la vertenza sui turni-orari si era stiracchiata negli uffici dell'A.C.E.G.A.T. tra i dirigenti dell'Azienda stessa ed i rappresentanti sindacali, senza che si potesse venire ad una soluzione.
Finalmente il 6 agosto veniva esposto ed immediatamente attuato il nuovo turno-orario, debitamente approvato dai rappresentanti dei due Sindacati. Il nuovo turno, atteso per ben due anni dai dipendenti dell'A.C.E.G.A.T. che speravano in un energico intervento da parte dei loro rappresentanti sindacali, lasciò invece tutti indignati, poiché contemplava delle spezzature per cui un dipendente veniva a trovarsi fino a 17 ore a disposizione dell'Azienda.
A proposito dei grandi scioperi francesi avevamo osservato come essi denunciassero una situazione di crisi profonda che non era propria soltanto della Francia ma investiva tutta l'Europa. Lo sciopero generale in Italia lo conferma in un doppio senso: in quanto prova come siano estesi il malessere economico e l'inquietudine sociali, e in quanto tradisce la preoccupazione della classe dominante di prevenire lo scoppio di agitazioni incontrollate prendendone essa stessa, unitariamente, l'iniziativa.
In Francia, l'ordine di sciopero era partito, in origine, dai sindacati di affiliazione democristiana. In Italia, l'iniziativa, anch'essa ispirata dai sindacalisti della D.C., si è tradotta in un'organizzazione e direzione collegiale dello sciopero da parte delle tre centrali sindacali. Si ha cosi l'apparente paradosso di uno sciopero diretto congiuntamente dai sindacati che si muovono sotto l'influenza diretta del Partito di governo, rappresentante generale degli interessi della classe dominante, dai sindacati controllati da Partiti fiancheggiatori del governo, e dai sindacati che, per la loro affiliazione socialcomunista, dovrebbero rappresentare l'opposizione alla politica governativa.