Da "Lotta Continua", anno IV Numero 2 del 2 Febbraio 1972 - Quindicinale
Alla fine dell'anno scadono i contratti per tre milioni di operai. Ma già nei prossimi mesi ci sarà un grosso sviluppo delle lotte nelle fabbriche, nelle piazze, nelle campagne, nelle scuole. La crisi unifica le condizioni di vita di tutti i proletari; e la repressione che il padrone ci scatena contro rende necessario rispondere con una lotta sempre più generale. D'altronde già oggi nelle lotte che ci sono, gli operai e i proletari vedono chiaro che i problemi che ci troviamo di fronte non possono venire risolti, e nemmeno affrontati, con una lotta particolare, di una sola fabbrica, di un solo quartiere, di una sola scuola, anche se molto dura. La risposta giusta all'attacco del padrone è sempre l'estensione e la generalizzazione della lotta, e oggi questo è tanto più urgente quanto più la crisi e la repressione sono dure e generali. Prepararsi ai contratti, vuol dire organizzarsi in vista di una lotta generale che coinvolge tutto il proletariato: gli operai, i disoccupati, i braccianti, gli studenti e le donne proletarie, le masse sfruttate del nord e del meridione.
Così riproduciamo il dominio del capitale su noi stessi
"Lavorando noi operai..." è un documento del Comitato operaio di Porto Marghera, confluito poi nell'assemblea autonoma. Ha avuto nel periodo in cui uscì una grossa diffusione come stimolo alla tematica del "rifiuto del lavoro".
Cosa significa distruggere il potere dei padroni? Chi sono e cosa vogliono i padroni?
Sembrano domande stupide, ma in realtà sono fondamentali al fine di stabilire quella che deve essere la nostra linea politica contro di loro.
Quello che dobbiamo prima di tutto dire è che è falso il luogo comune che i padroni sfruttino gli operai per arricchirsi. Quest'aspetto senz'altro esiste, ma la ricchezza dei padroni non è per nulla proporzionale al loro potere.
Mezzo secolo fa, nel 1960, il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi conferì l'incarico di formare il nuovo governo a Fernando Tambroni, un personaggio secondario della sinistra democristiana. È un momento di stallo della politica italiana rigorosamente filo-atlantica: ci sono trattative con il Partito Socialista, ma esso ha al proprio interno correnti di sinistra non disponibili al compromesso governativo (si scinderanno nel 1964 fondando il PSIUP). Sostenitori della svolta sono Pietro Nenni e Aldo Moro, il primo notissimo, il secondo quasi sconosciuto. Il governo Tambroni nasce quindi con spinte di centro-sinistra, ma non riesce ad avere una maggioranza: passerà con il "sostegno esterno" dei fascisti e dei monarchici. Tre ministri (Sullo, Bo e Pastore) si dimettono aprendo la crisi. Gronchi minaccia un "governo del presidente", Fanfani spinge per una soluzione di tipo presidenziale alla francese per limitare l'influenza dei socialisti. Alla fine si costituisce un governo di soli democristiani filo-atlantici (si scoprirà che alcuni facevano parte del partito trasversale "Gladio", clandestino e golpista).
Intervista ad uno dei membri del gruppo Resistenza dei lavoratori McDonald'sLibcom.org intervista uno dei membri fondatori del gruppo di impiegati de "la Resistenza dei Lavoratori McDonalds" (il nome originale in inglese era "McDonalds Workers Resistance") sulle esperienze e lezioni apprese durante uno dei più importanti tentativi di organizzazione libertaria avvenuti negli ultimi anni nel Regno Unito.
Questo sciopero mi ha fatto pensare a tutta la merda retorica su casa e famiglia. Siamo fuori a fare due o tre lavori. Cinque o sei lavori in due, capisci? E in nero. E i ragazzi a casa vengono su da soli. A volte senti dire: ma guarda questi, hanno un lavoro, ormai tutti hanno un lavoro così. Sicuro, lavorare, arrivare a casa ed essere contenti, tutto qui. Invece siamo sempre incazzati. Alla UPS noi a part-time avevamo 11 dollari all'ora. Abbiamo due ragazzi grandi che vanno a scuola. Tutti i lavori così? Beh, allora vuol dire che tutti devono essere incazzati. Molti non sono contenti di quello che abbiamo ottenuto. Dicono che è niente in confronto a uno sciopero così. Può darsi. Ma abbiamo fatto vedere che si può. Un mucchio di gente era con noi. Perché sono come noi. Abbiamo avuto il loro supporto, i soldi, la solidarietà, il boicottaggio alle compagnie.
Il Gruppo Krisis, la critica del lavoro e il "primato civile degli italiani"
Anselm Jappe
Nella società del lavoro, il lavoro sta diventando raro come l'aria respirabile nella città. Eppure si esige da tutti di lavorare, se vogliono vivere. Ogni giorno vengono lanciate nuove proposte su come si potrebbe ritornare al pieno impiego. Nessuna ha mai funzionato, né potrà mai funzionare. Né la licenza all'illimitato sfruttamento della forza-lavoro, né il tentativo di sottomettere il capitale globalizzato alla ferula dello Stato riescono a invertire questa tendenza. Altri hanno preso atto dell'impossibilità di ricostituire la società del lavoro di una volta e cercano di salvare le condizioni di vita attuali anche per coloro che non trovano più lavoro. Vogliono fare buon viso a cattiva sorte. Quasi nessuno mette in dubbio il lavoro come principio fondante della società in cui viviamo. Cosa che fa invece il gruppo tedesco Krisis nel Manifesto contro il lavoro. Ma qual è il punto di vista da cui parte una critica così radicale?
L'aumento delle richieste di cassa integrazione straordinaria e dei licenziamenti, il mancato rinnovo dei contratti precari (interinali, a tempo determinato), le ristrutturazioni e l'erosione dei livelli salariali, sono le misure che il capitalismo sta adottando per affrontare la profonda crisi strutturale in cui versa, che non è evidentemente spiegabile con spiegazioni riguardanti fumose “congiunture negative” di mercato o con una cattiva gestione della finanza ad opera di speculatori senza scrupoli come vogliono farci credere.

È stato questo l’urlo di rivendicazione lanciato da un manipolo di studenti universitari contro la “Riforma Gelmini”, ovvero contro i previsti tagli a scuola e università; un urlo lanciato nel corso di una ben strana forma di “protesta”. Se una volta si occupavano scuole e università e si scendeva per strada, oggi si pratica un “flash mob” – moderna amenità di un triste presente – facendosi riprendere dalle telecamere, ligi alle direttive della società dello spettacolo.
Quaderni Giovanetalpa, Milano 2002
Questo opuscolo è curato e redatto da i compagni del CRAC sono presenti a Milano, Bologna, Napoli e in qualsiasi posto che si manifesti la passione comunista.
In copertina: Una stampa di Bonhomme che rappresenta l'interno delle miniere del Creusot (1865) e una foto di una operaia americana che esce dal lavoro. Sul sacchetto è stampata la scritta "XXI secolo".
Cade la barriera tra occupati e disoccupati, tra salariati e senza-salario; cade non solo in qualche paese ma sul piano internazionale; e cade nel pieno di una crisi che è destinata a durare tanto a lungo quanto durerà questo braccio di ferro tra classe operaia e capitale. Al di là del fumo della « ripresa » di questi mesi negli USA, gli anni a venire non vanno nel senso dello sviluppo né tantomeno dell'occupazione. La disoccupazione nei paesi sviluppati e nella maggioranza di quelli del secondo e del terzo mondo è destinata ad aumentare, non a diminuire. La dimensione del calo dell'occupazione non salta agli occhi se si guarda soltanto alle cifre camuffate della disoccupazione. In realtà, oggi la percentuale degli occupati rispetto alla popolazione in età di lavoro diminuisce nei paesi industrializzati, seguendo l'esempio della maggioranza dei paesi con un passato coloniale dove diminuisce da almeno un ventennio. Non si tratta di un calo che durerà solo qualche mese. Al contrario, si tratta di una tendenza legata al tentativo capitalistico di fare a meno di larghe quote di classe operaia dei paesi industrializzati, di affidarsi ad un macchinario più moderno ed efficiente e di spostare fabbriche e capitali nei cosiddetti secondo e terzo mondo.