La Fiat, forte dell’appoggio dei sindacati più esplicitamente collaborazionisti (Cisl, Uil, Ugl, etc.) ha sancito con gli accordi di Pomigliano e Mirafiori, confermati poi dai due referendum-ricatto, le regole ferree che faranno da guida a tutti gli altri accordi e contratti e che segneranno quindi i rapporti di classe in Italia negli anni a venire.
Dall’alto di un parlamento che somiglia sempre più non ad una "cupola" mafiosa, che è un’istituzione seria dove si prendono decisioni serie, ma ad un palcoscenico di infimo ordine a null’altro dedito se non al quotidiano vomitorium di pettegolezzi sfornati a getto continuo per distrarre l’attenzione delle turlupinate plebi dalla loro quotidiana miseria, la borghesia italica e la sua corte stipendiata di managers, sindacalisti, giornalisti, politici, preti ed "esperti" hanno salutato con gioia l’affermazione del "sì", inneggiando alla "svolta" ossia alla fine di un’epoca in cui la classe operaia, dedita -a parere di lorsignori- allo spreco ed all’orgia dei consumi, si sarebbe pigramente crogiolata nell’ozio.
Lo sciopero della settimana scorsa, organizzato da un gruppo di operai del MOF, per rispondere alle rappresaglie messe in atto dalla direziono dell'Oscar, costituisce anche la prima risposta operaia alla politica di collaborazione condotta da tutti i sindacati. Lo sciopero è stato organizzato da un gruppo di operai della FIOM, decisi a dare un taglio alla spirale di dominio dei capi aziendali e dal vergognoso asservimento dei burocrati sindacali a questa politica dell'azienda.
Alcuni si saranno chiesti il perchè di questa decisa rottura coi sindacati ed in particolare con la FIOM, qualche sindacalista andrà insinuando in mala fede che questa azione è stata dettata da gruppi estranei al sindacato; la risposta a queste domande e insinuazioni esce chiaramente dalla storia dei fatti precedenti questa azione di lotta.
Da "Collegamenti" n. 7 - giugno '75
La pressione per ridurre l'orario di lavoro è uno degli assi portanti della lotta di classe da più di un secolo.
La prima azione collettiva del proletariato di un'intera nazione fu la lotta degli operai inglesi contro il tentativo capitalista di estendere la durata del lavoro oltre le possibilità fisiche degli operai e di far lavorare in fabbrica i ragazzi. Su questo terreno iniziativa operaia e ristrutturazione capitalista si sono intrecciate strettamente in una lotta accanita.
L'impossibilità per i capitalisti di aumentare il plus-valore assoluto (derivante dall'estensione quantitativa della giornata di lavoro) li ha spinti ad aumentare quello relativo (sviluppando la produttività del lavoro). E per ottenere ciò il capitale è stato costretto ad accelerare il processo di meccanizzazione prima e di automazione poi della produzione.
L'introduzione della catena di montaggio è strettamente legata alla giornata di 8 ore, l'operaio non poteva ormai reggere per un periodo superiore alla tensione nervosa e all'usura fisica derivante dalla parcellizzazione del lavoro, dall'aumento dei ritmi, dalla nocività.
Gennaio 2011
Il capitalismo, vero, è quello di Marchionne, e lo sarà sempre ed ovunque.
La previsione marxista di un capitalismo destinato a cadere in crisi sempre più gravi e che si alimenta solo con la vita dei suoi schiavi salariati, è ogni giorno più confermata.
L’attacco della Fiat è quello che si verifica in tutti i paesi e in tutte le categorie e non è, come sostiene il sindacalismo di regime, e anche la sua sinistra, la Fiom, "scelta" di una particolare "cultura aziendale" e di un amministratore delegato "amerikano" e liberista.
L’intero capitalismo è afflitto da una generale crisi di sovraproduzione. Nell’auto si calcola che in Europa e in USA la sovracapacità produttiva oggi sia fra il 30 e il 40%. Questo processo, non voluto da nessuno ma risultato naturale e spontaneo delle leggi che regolano la produzione capitalistica, ha condotto ad una elevata concentrazione – altra classica previsione marxista – col passaggio a poche aziende sovranazionali in competizione per la vita o per la morte. Tutte le case costruttrici sono quindi costrette a sfruttare in modo parossistico i propri lavoratori; quelle che non l’hanno già fatto a fondo presto lo faranno.
Questi testi sono apparsi su un numero speciale di "Collegamenti" del giugno 1974 dedicato al movimento delle occupazioni di case. Non ripubblichiamo la cronaca della lotta anche nella misura in cui l'ulteriore sviluppo del movimento delle occupazioni nel 1975 renderebbe necessario un lavoro di valutazione assai più approfondito che non ci interessa sviluppare in questa sede e aggiungiamo un ultimo testo di "Lutte de classe" come stimolo a riprendere una discussione sulla quale manca, oggi un punto di vista comune fra i compagni che pure hanno partecipato a questo tipo di esperienza con intenti identici. (Tratto da "Crisi del capitale e esperienza autonoma di classe")
Circolo Rosa Luxemburg
Lunedì 20 Febbraio alle ore 21 DIBATTITO nella sede del circolo, Genova - Sampierdarena via Buranello 34/6
Nonostante la presenza di un forte schieramento di sinistra, il sindacato in Italia sta subendo la stessa trasformazione riscontrata negli altri paesi europei. Anche in Italia il Sindacato si subordina alla necessità del grande capitale di programmare il proprio sviluppo e con esso la componente principale, il salario, sì da mantenerlo ad un livello utile per lo sviluppo degli investimenti. In sostanza le forze capitalistiche chiamano tutte le altre forze sociali alla costruzione della "grande società" e il sindacato, in "rappresentanza" della classe operaia, aderisce a questo richiamo. Che cosa sia in prospettiva questa grande società lo si può vedere nella società americana e, immediatamente, negli accordi internazionali e nazionali, tendenti, a concentrare la grande industria europea.
Da Il programma comunista, n. 19, 11 ottobre1972
Probabilmente, questo numero uscirà quando ormai il contratto dei chimici sarà stipulato grazie all'ennesimo compromesso, come lascia supporre la sospensione della manifestazione nazionale già decisa per il 10 e degli scioperi di "solidarietà" di ... 4 ore. L'articolo che pubblichiamo non ha tuttavia perso il suo interesse, a dimostrazione di come i "vertici" sindacali prendano le loro brave decisioni dopo di aver menato per il naso la corteggiatissima "base", e a documentazione della nostra battaglia nelle file della classe lavoratrice.
Le assemblee che si stanno svolgendo in questo periodo nelle fabbriche chimiche per il rinnovo del contratto (dopo già 150 ore di sciopero in quattro mesi) servono ai bonzi confederali (ora anzi, federati) per propinare agli operai, puntualmente come ad ogni scadenza contrattuale, le solite falsità e indorare una serie di pillole amare. Il prossimo contratto non apporterà infatti alcun miglioramento sostanziale, in quanto le ventimila lire (poi ridotte a 15 o 16) uguali per tutti richieste sono già abbondantemente assorbite dal rincaro del costo della vita, e la questione vitale, che è la riduzione dell'orario di lavoro, è posta in modo irrisorio; cioè si chiede l'attuazione delle quaranta ore concesse, sulla carta, tre anni fa!
di Pierre Bois
Lo sciopero della Renault, nell'aprile-maggio 1947, fu la prima grande manifestazione del proletariato industriale del dopoguerra. Fu finalmente l'occasione di riprendere la tradizione delle lotte operaie. Con esso tornò alla luce lo sciopero, che era stato vietato durante la guerra e l'occupazione, poi denunziato alla "Liberazione" dalla CGT in quanto "arma dei trusts". Fu del resto il preludio ad una serie di movimenti che toccarono tutti i settori della vita economica. Ugualmente importante è notare che segnò, nello stesso tempo, la fine di un periodo politico, quello della collaborazione di ministri comunisti al governo.
La spiegazione del successo, della portata e delle conseguenze dello sciopero Renault è interamente contenuta nella situazione politica eccezionale che la precedette: la partecipazione del PCF al governo.
La presenza di ministri "comunisti" in un governo dell'immediato dopoguerra può certo sorprendere. Il PCF non la deve soltanto al numero dei propri elettori. La impone De Gaulle nel 1944, sia alla borghesia francese che all'imperialismo americano. "L'alleanza" coi comunisti è uno dei più importanti elementi della sua politica d'indipendenza.
Settembre 2002
La Fiat sta agonizzando o ci troviamo di fronte ad una delle solite, ricorrenti, fisiologiche ristrutturazioni dell'industria? E se stesse agonizzando davvero, quali dovrebbero essere le reazioni del proletariato e delle sue organizzazioni immediate?
Partiamo dal presupposto che sia tutto vero ciò che dicono i dirigenti, il governo e i sindacati, cioè che la Fiat sia in una gravissima crisi dovuta a cattiva gestione, assuefazione all'aiuto di stato, errata politica dei modelli, arroganza monopolistica e bassa qualità dei prodotti. Non c'è dubbio che per gli apologeti del mercato una fabbrica del genere dovrebbe chiudere: i dirigenti dovrebbero essere mandati a spasso, gli operai licenziati e il governo pensare agli ammortizzatori sociali. I sindacati sarebbero presi in castagna per la loro politica corporativa. Essendo nello stesso tempo apologeti del mercato, responsabili verso l'economia nazionale e sedicenti difensori delle condizioni dei lavoratori, non saprebbero che fare.
In realtà di apologeti del mercato ce ne sono solo a parole. Super-capitalisti monopolistici come quelli della Fiat fanno i liberisti unicamente se conviene e per questo non entrano mai in contraddizione: intascano privatamente quando c'è guadagno, reclamano la socializzazione delle perdite quando c'è crisi.
In questo quarto anno di crisi economica la situazione è di estrema gravità per la classe borghese e per il suo Stato: l’economia nazionale perde colpi, la produzione si contrae, le entrate fiscali diminuiscono. Ma è ben più grave per i lavoratori. Sono sempre più numerose le fabbriche che rischiano la chiusura. Una parte significativa degli operai ha già perso il lavoro o è in pericolo di perderlo: una volta esaurita la cassa integrazione si ritrovano senza salario.
Nei fatti la vicenda si presenta così.
Quando il padrone annuncia la sua decisione di chiudere la fabbrica, ovvero di trasferirla in un altro paese, i suoi dipendenti si rivolgono ai sindacati nella speranza di una qualche difesa. Il sindacalismo confederale intraprende allora una strategia ed una mobilitazione che si fondano sul salvataggio "dei posti di lavoro", cioè della fabbrica, e sul mantenimento della sua continuità produttiva e commerciale.