9 novembre 2010
Siamo sicuri che i tecnici più illuminati del capitale apprezzerebbero questo documento sul lavoro flessibile. Il problema è che non possono però far marciare all'indietro la ruota della storia. Con la flessibilità totale il capitalismo non risolve la sua crisi ma trascina sempre più sé stesso verso l'assurdo e dimostra ora di essere in grado soltanto di scatenare energie autodistruttive. -Chicago86-
di Robert Kurz
Ormai da tempo non è più un mistero che il mondo occidentale all'apogeo dell'era industriale o perfino già "post–industriale" abbia imboccato la strada del cosiddetto Terzo Mondo. Non sono i paesi della periferia capitalistica ad approssimarsi al livello sociale delle democrazie del Welfare occidentali, ma al contrario è la depravazione sociale a diffondersi negli antichi centri capitalistici come un virus. I sistemi di sicurezza sociale vengono gradualmente smantellati, la disoccupazione di massa strutturale si accresce e non è tutto.
5 novembre 2010
L'economia italiana è in difficoltà, c'è un problema di crescita e di creazione di reddito, l'occupazione irregolare rimane diffusa, la competitività ridotta: un insieme di fattori che penalizza soprattutto i giovani. Lo rileva il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, secondo il quale, prima di tutto, "senza la prospettiva di una pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari" si hanno "effetti alla lunga negativi su produttività e profittabilità". Nel nostro Paese, dice Draghi, "rimane diffusa l'occupazione irregolare stimata dall'Istat in circa il 12 per cento del totale dell'unità di lavoro". D'accordo con il governatore della Banca d'Italia si è detto il segretario generale della Cgil, secondo la quale Draghi "rimette al centro i veri problemi del Paese". "Il futuro dei giovani passa dal lavoro - aggiunge il leader della Cgil - e i primi temi da affrontare sono quelli della stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari e della regolarizzazione dell'occupazione". Interessante ma non sorprendente questa affinità di idee tra Banca d'Italia e Cgil, curioso che sia Draghi a lanciare la palla in campo sindacale. Che miseria! Questi sindacati non sono utili nemmeno alla borghesia. Ci facciamo coraggio pubblicando un articolo degli anni '60 convinti che non è lontana la "ripresa delle lotte operaie e degli scioperi rivendicativi, accompagnati da manifestazioni di piazza e da più o meno aspri scontri fra scioperanti e custodi dell'ordine capitalistico." - Chicago86 -
Da «Il Programma Comunista», n. 3 del 10 febbraio 1961
È un fatto notorio che, dopo un lungo periodo di stasi, il 1960 ha segnato l'inizio di una ripresa delle lotte operaie e degli scioperi rivendicativi, accompagnati da manifestazioni di piazza e da più o meno aspri scontri fra scioperanti e custodi dell'ordine capitalistico.
Il rapporto sindacato-partito si pone - nell'ottica comunista - a partire dal processo di "sindacato unitario ». Il processo di sindacato unitario dovrebbe realizzare la delega effettiva espressa appunto in termini unitari. Il PCI quindi si confronta col sindacato soprattutto a partire dal processo unitario, che avrebbe la sua radice nella delega espressa dal "lavoratore". Il processo di sindacato unitario di solito però funziona effettivamente solo per emarginare anche fisicamente dalla fabbrica gli strati e comportamenti di forza lavoro che mettono in crisi l'immagine maggioritaria del sindacato. Per il resto non vi è nulla di unitario: ma il processo, specialmente nei casi in cui è necessario un intervento eccezionale contro l'autonomia operaia, funziona ed è accettato dalle varie correnti sindacali, dalle "forze" politiche, dai media. Al di là dell'intervento repressivo, il processo di sindacato unitario non è che una litania educativa per militanti sindacali. Inoltre questo processo deve continuamente confrontarsi con la concorrenza operaia, che si esprime in modo maggioritario su quei terreni non vincolati dalla contrattazione, nei quali quindi la delega non è stata ancora inventata. È appunto il confronto contro le forme maggioritarie di comportamento operaio non vincolate dalla contrattazione che sembra essere il fecondo terreno dello sviluppo futuro del sindacato unitario.
Il "compromesso storico" non è una formula governativa ma una ipotesi di trasformazione organica del sistema politico. Esso presuppone quindi numerose modificazioni strutturali nei principali sistemi di rapporti su cui si fonda ed articola un sistema politico. In un paese come l'Italia, ormai da sei anni ininterrottamente travagliato dalla "questione operaia" - che oltre ad essere il problema nazionale costituisce il connotato più specifico del "caso italiano" -, uno dei compiti fondamentali del nuovo assetto è quello di ristrutturare e razionalizzare il sistema di rapporti sindacali: struttura competenze e contenuti della contrattazione collettiva, legislazione del lavoro, ruolo dello stato, ruolo del sindacato e distribuzione di potere al suo interno (dalle confederazioni ai consigli di fabbrica). In sintesi quello che gli specialisti chiamano sistema di relazioni industriali, dovrebbe subire una profonda riorganizzazione al fine di ricostituire il controllo ormai perso della relazione produttività/salari che è la variabile chiave dell'intero equilibrio economico capitalistico.
I problema dell'organizzazione del lavoro non può essere, oggi, considerato scorrelato dalla crisi, crisi complessiva dell'assetto capitalistico e delle sue istituzioni sul piano nazionale e internazionale.
Organizzazione del lavoro come specificità del presentarsi del comando del lavoro morto sul lavoro vivo, ma specificità conseguente e complementare all'attuarsi della coercizione al plusvaloro che è saltata per l'azione operaia, e che perdurando a non darsi, ha determinato la crisi, e continua a determinarla. In tale contesto, nonostante la schematicità a cui ci costringe lo spazio, appare chiara la mistificazione dei "nuovi modi di produrre", del "job enlargement", della "ricomposizione delle mansioni", e, in più in generale, delle filosofìe del "job redesign". Mistificazione perché? E quali ipotesi sottostanti a tale mistificazione si presentano per il capitale e per i riformisti?
La somma di due numeri interi è sempre un numero intero, come la somma di un qualsivoglia numeri interi è sempre un numerò intero; cosi a meno di non volerci rifare a certi meccanismi deterministici engelsiani per cui la quantità diverrebbe qualità nuova, i nuovi modi di produrre restano somma di mansioni, senza che in tal modo a partire solo da essi la forma del comando del lavoro morto sul lavoro vivo venga effettivamente intaccata. Ma dietro tali filosofie ci sta ben altro.
I riformisti di tutte le gradazioni insistono sulla pretesa eccezionalità delle istituzioni del "movimento operaio" in Italia rispetto a quello degli altri paesi industrializzati, sulla loro "vitalità" democratica ed antifascista sulla loro capacità di "guida" di tutta la sinistra. Certo, bisogna fare uno sforzo non da poco per scambiare il vertice dell'FLM con i metalmeccanici torinesi in lotta oppure i capi della FULC con i compagni di Porto Marghera. L'enorme combattività della base operaia in Italia ha permesso ai vertici istituzionali del sindacato di ergersi a paladini della classe operaia, indirizzando le lotte verso gli sbocchi istituzionali - con il guanto di velluto per poco che sotto si sentisse la mano di ferro dello Stato.
Grazie dunque a questo rapporto "organico" tra la classe ed i suoi istituti storici, oggi in Italia - per dirla con Giorgio Amendola - si mangerebbe meglio e si godrebbe di maggior libertà che in qualsiasi periodo della "nostra" storia. A chi dir grazie? :
Poiché qui non siamo socialdemocratici tedeschi e poiché non abbiamo mai visto un dollaro di petroliere, ci sono alcune istituzioni su cui la classe operia potrà sempre contare, prima di tutto il sindacato.
Con la stessa faccia tosta di chi presenta la situazione della classe operaia nei paesi a più avanzato sfruttamento come se fosse insieme privilegiata senza possibilità di lotta, si viene poi a dire che meglio di così in Italia è difficile vivere - allo stato attuale dei rapporti internazionali. È vero non ci sono i neri, ci sono solo le donne, i minorenni, i meridionali. È vero, non c'è lo sviluppo "giapponese"; c'è solo il lavoro disperso e diffuso che coinvolge certamente più di 10 milioni di persone in Italia con buona pace del Sindacato.
È vero non c'è il pericolo imminente del golpe c'è una struttura di fabbrica tra le più antiegalitarie, gerarchizzate ed autoritarie dei paesi industrializzati, nonostante il '69 e dintorni.
Quando poi si vuole andare a colpo sicuro in questo falso confronto da autocompiacimento il paragone con gli USA è d'obbligo. Il movimento operaio sarebbe "corrotto" negli USA mentre in Italia sarebbe "sano", lì ci sarebbero i neri che lottano con poche altre "minoranze oppresse", ma la pratica dell'imperialismo USA di una distribuzione di massa di briciole all'interno sarebbe pur sempre un successo.
Non contano le lotte formidabili che contro il capitale più forte del mondo la classe operaia negli USA ha sviluppato in questi anni; né conta il fatto che qualche distinzione tra vertici e rappresentanti sindacali da un lato e base che ne è sfruttata dall'altra dovrebbe essere messa in chiaro.
In realtà, per i sindacati non c'è scelta. Il sindacalismo all'"americana" è all'ordine del giorno: non nel senso ovvio che il sindacalismo yankee è anche capace di foraggiare come ha foraggiato la CISL nel secondo dopoguerra né che l'ombrello militar-politico degli USA delimita gli spazi entro i quali la lotta di classe è "libera" di muoversi; ma nel senso che la "democrazia" di fabbrica o di "ghetto", la rappresentanza sindacale in tutte le sue applicazioni non possono reggere e di fatto non reggono all'usura dell'incessante, continua lotta di classe sul tessuto della contrattazione a tutti i livelli.
Alla lunga i rappresentanti di tutte le risme ne escono bruciati come già dimostrava da par suo Martin Glaberman, militante a Detroit negli anni '50: "Il delegato è l'elemento chiave per far rispettare il contratto e per mantenere la sciplina di fabbrica... Magari un delegato dirà ad un capo che gli converrebbe fare qualche concessione al sindacato dal momento che egli, senza di esso, non è in grado di far funzionare la produzione... Spesso gli operai hanno detto che quello che vogliono sapere dai loro delegati è ciò che essi possono fare non quello che non possono fare" (Martin GLABERMAN, Classe Operaia, imperialismo e rivoluzione negli USA, a cura di Bruno Cartosio, Musolini, Torino p. 39)
Quando il sindacato segue una politica economica che il capitale propugna nella crisi - e in una crisi puntata contro la combattività operaia - il più è fatto. A quel punto per il sindacalista comincia la lunga marcia nel buio del tunnel. Come dice Glaberman, sono gli operai che lo costringono a sentirsi estraneo. "Senti di non far parte di loro. Sono loro che non ti permettono di esserlo". La violenza diretta ed indiretta del sindacato come istituzione scatta a partire da questo meccanismo di esclusione. È un meccanismo che comincia ad ingranare mica male, anche da queste parti.
Rosso, giornale dentro al movimento - pagine 28

Pubblichiamo una serie di articoli apparsi su "Rosso" (Giornale dentro il movimento) del giugno 1976. Curiosa l'analisi del rapporto sindacato-PCI-stato e la conseguente messa a fuoco del comportamento di rottura esercitato dalla classe operaia in quel frangente. Rottura che si esplicita anche e soprattutto nel riconoscimento del ruolo castrante esercitato dal sistema della delega:
"Quindi il processo di sindacato unitario non trova il suo limite nella politica rivendicativa, ma nel rapporto di delega. È proprio il terreno della delega ad essere inadatto ad essere praticato ed utilizzato in funzione della crescita della organizzazione operaia. Anche per questo motivo il sindacato si sforza in tutti i modi di consolidare la delega della "base" e di realizzare su tutti i terreni dei centri di formazione della "volontà collettiva" che siano in grado di agire in qualità di rappresentanti operai e di trasformare i conflitti diretti ed aperti in rivendicazioni negoziabili."
Purtroppo, manca una lettura retrospettiva sul perché il più grande “partito comunista” occidentale sia diventato motore di conservazione sociale. Questa è la pecca che inficia l'intera lettura dei complessi rapporti sociali dell'epoca. Ci sembra comunque utile, anche se il PCI è scomparso e la CGIL arranca, rispolverare dei documenti che ricordano come il sindacato sia diventato parte integrante dei processi di valorizzazione. Oggi come allora, la denuncia della micidiale "rete di interessi" che lega le centrali sindacali al capitale deve andare di pari passo alla lotta contro il lavoro.
18 ottobre 2010
Sabato 16 ottobre, Roma. Al centro della piazza, il solito palco da primo maggio. Il corteo è arrivato fitto ed entusiasta. Le parole d'ordine: lavoro, democrazia, diritti, dignità e giustizia. Niente per cui esultare. Sul palco si sono susseguite le proteste accese dei lavoratori, molti non erano abituati a parlare alle "masse". Il sentimento diffuso era quello dell'indignazione per la perdita dei diritti. Il motivo, condiviso, la cattiva gestione delle risorse economiche oppure la disonestà dei politici al governo… e la sinistra che non si oppone. Dai metalmeccanici si è alzata forte la richiesta dello sciopero generale! A tal proposito, ci sembra utile rispolverare questo articolo del 1921.
Da "L'Ordine Nuovo" del 30 settembre 1921
Il Comitato Esecutivo Sindacale del PC al proletariato d'Italia!
La situazione precipita. Oggi la Federazione Operai chimici è stata trascinata allo sciopero generale.
Domani sarà la Federazione metallurgica.
Così inevitabilmente tutte le categorie saranno costrette, a una ad una, ad accettare la battaglia sul terreno imposto dall'offensiva borghese.
Da anni il mercato dell'auto è in caduta libera. La concorrenza tra le varie case automobilistiche è diventata spasmodica. E' in atto una guerra, di cui la vicenda-Fiat è solo un'ulteriore tappa che dovrà stabilire chi sopravvivrà all'interno di un mercato sempre più stagnante e soggetto sempre più a "crescite" congiunturali tanto improvvise quanto effimere. Proprio perché l'intero comparto è in condizioni comatose già da decenni, nonostante i generosi "interventi" di capitale pubblico a salvaguardia delle perdite accumulate, l'esplosione generalizzata della crisi alla fine del 2008 gli ha assestato un colpo pressoché mortale, determinando fallimenti a catena o, nei casi migliori, condizioni di estrema sofferenza.

Da Comontismo - Edizioni - Milano (primi anni '70)
"Siamo così poco presuntuosi che vorremmo essere conosciuti da tutta la terra, anche da coloro che verranno quando noi non ci saremo più. Siamo così poco vanitosi, che la stima di cinque persone, mettiamo sei, ci rallegra, ci onora"
(Lautréamont - Poesie)
Ciò che ci proponiamo in questo breve testo non è nient'altro che tentare, in relazione allo scadere dei contratti di lavoro, un'analisi a proposito di quanto si sta producendo nei rapporti di forza tra le classi (o in quanto di esse resta), e dunque circa quello che è possibile aspettarsi per il prossimo futuro, ed un contributo per la riscoperta e la reinvenzione della teoria pratica della lotta di classe nei suoi termini moderni.