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Introduzione del 1891 di Friedrich Engels

Lo scritto che segue apparve come serie di articoli editoriali nella Neue Rheinische Zeitung, a partire dal 4 aprile 1849. Base di esso sono le conferenze che Marx tenne nel 1847 alla Associazione degli operai tedeschi di Bruxelles. La sua pubblicazione fu interrotta; il "continua", che si trova alla fine dell'articolo pubblicato nel numero 269, non ebbe alcun seguito a causa del precipitare degli avvenimenti, della marcia dei russi in Ungheria, delle insurrezioni di Dresda, di Iserlohn, di Elberfeld, del Palatinato e del Baden, che portarono alla soppressione del giornale (19 maggio 1849). Il manoscritto del seguito non è stato trovato tra le carte lasciate da Marx [1].

Lavoro salariato e capitale è stato pubblicato parecchie volte come opuscolo; l'ultima volta nel 1884, Hottingen-Zürich, Tipografia cooperativa svizzera. Tutte queste edizioni riproducevano, sinora, il testo esatto dell'originale. Ma poiché l'attuale ristampa dovrà essere diffusa come opuscolo di propaganda e avrà una tiratura non inferiore alle 10.000 copie, mi si è posta la questione se, in queste condizioni, Marx stesso avrebbe permesso una riproduzione integrale dell'originale.

Il "caso" dei ventidue minatori di Seddas Moddizis in Sardegna, che per cinque giorni hanno fatto lo sciopero della fame in fondo a un pozzo di calamina perché infine le "autorità" si decidessero a pagargli il salario, è veramente simbolico.

I 25 erano rimasti senza salario non da una settimana, non da un mese, ma dal luglio dell'anno scorso: in tutto questo periodo, si sono indebitati prima verso lo spaccio aziendale (il famigerato truck-system), poi — quando questo si era limitato a vendere pane e sapone, prodotti simbolici l'uno della guardina, l'altro della forca — si sono caricati di debiti verso i negozianti locali; infine, hanno deciso di chiudersi in un pozzo e non mangiare addirittura, essi che da tempo non mangiavano già più quasi nulla. Sette mesi: che cos'hanno fatto nel frattempo le organizzazioni sindacali, cosiddette protettrici degli interessi operai? Hanno presentato piani di riorganizzazione delle miniere, hanno speso tempo in trattative interminabili, non hanno risolto nulla: gli operai intanto morivano di fame. Che cos'ha fatto lo Stato, cosiddetto tutore di tutti i cittadini, a qualunque classe appartengano? Quello che facevano i sindacati, cioè nulla. I 25 operai abbandonati dalle loro organizzazioni, soli con la loro fame, si sono chiusi nel pozzo. Era già amaro pensare ai minatori del Borinage costretti a difendere i loro "pozzi della morte": che dire dei 25 affamati cronici costretti a tapparvisi dentro e a non mangiare addirittura perché, se no, nessuno se ne accorge?

Torre Annunziata

Erano anni, si può dirlo senza esagerare, che non si vedeva nella nostra città, che pure vanta belle tradizioni classiste, uno sciopero come quello dei lavoratori della A.G.I.T.A. Questi compagni sono riusciti a resuscitare un morto: lo sciopero ad oltranza. Sia onore a loro e al loro coraggio. Le confederazioni sindacali che si disputano il controllo del mercato del lavoro, da anni lavorano a cancellare qualsiasi memoria di un'arma gloriosa del proletariato, anzi dell'unica arma che nelle infami condizioni borghesi permetta ai lavoratori di piegare la prepotenza padronale. Da quanti anni dura la sconsolante esperienza dello "sciopero" a tempo, che scade come una cambiale! Rompendo l'invisibile reticolato di filo spinato che frena le azioni rivendicative dei salariati, spazzando le ragnatele pazientemente tessute dai bonzi sindacali, i lavoratori della Agita hanno condotto lo sciopero vero, lo sciopero che fa ballare di paura tutto quanto il vile apparecchio di repressione che lo Stato borghese mantiene per opprimere gli operai.

Da quando, per somma virtù dello stalinismo e del post-stalinismo, le agitazioni operaie sono organizzate in modo da non scandalizzare nessuno, meno che mai l'onesta coscienza dei piccoli-borghesi, e possibilmente da entusiasmare per conformismo e ardore patriottico i bottegai e i baciapile, da quando sono qualcosa di cui gli operai devono, in certo modo, arrossire, si è arrivati a chiedere mercé al gran pubblico della dolorosa necessità in cui si trovano i dirigenti sindacali "operai" di avanzare rivendicazioni per conto degli iscritti, e a preoccuparsi di mettersi in bella vista come i più umili e sottomessi sfruttati dal Capitale. Ci si fa pecore, pur di mendicare il presunto appoggio dei filistei — che poi, come sempre, va a farsi benedire.

"Occupy the world together" (Occupiamo il mondo insieme). Titolo di una pagina su Facebook, di un sito sindacale canadese, di una manifestazione di Occupy Budapest, di molti filmati su YouTube… e di altre 12.000 ricorrenze su Google.

"Ci hanno buttato fuori dalle nostre case. Ci hanno costretti a scegliere tra mangiare o pagare l'affitto. Ci è negata l'assistenza medica. Soffriamo per l'inquinamento. Quando un lavoro l'abbiamo, facciamo orari impossibili per paghe basse e nessun diritto. Siamo il 99 per cento e non abbiamo niente, mentre l'altro 1% ha tutto". (Testo di apertura del sito web "We are 99%", dedicato a migliaia di brevissimi scorci di vita pubblicati da anonimi aderenti al movimento Occupy Wall Street).

"L'unica soluzione è la rivoluzione mondiale" (Conclusione dello statement nella Home page del sito Occupy Wall Street).

"Gli operai vinceranno se capiranno che nessuno deve venire. L'attesa del Messia e il culto del genio, spiegabili per Pietro e per Carlyle, sono per un marxista solo misere coperture di impotenza. La Rivoluzione si rialzerà tremenda, ma anonima" (PCInt., 1953).

Ravenna, novembre

Un gesto che va segnalato ad onore degli operai e a vergogna dei cosiddetti "rappresentanti sindacali dei lavoratori" è quello dei lavoranti del legno, scesi in sciopero contro il parere dei sindacati per la rivendicazione di un aumento di salario di L. 15 orarie, e rimasti compatti sulla breccia per 15 giorni malgrado le pressioni dei soliti pompieri. La risposta a questo gesto "inconsulto" fu, da parte sindacale, l'affermazione che i contratti nazionali (alla cui elaborazione gli operai non hanno partecipato, e che i funzionari delle varie centrali sindacali hanno loro imposto) dovevano essere rispettati perché non ancora giunti a scadenza: lo sciopero, per lor signori, era quindi illegale, e male avevano fatto i lavoratori a violare la maestà suprema della legge per difendere le loro ragioni di vita.

Abbandonati a se stessi, i lavoranti del legno hanno infine dovuto cedere alle manovre delle molteplici Camere del Lavoro, e tornare in fabbrica contro la promessa di un aumento di L. 7 a partire dal 1958. Esattamente meno della metà della loro richiesta, e a data da… venire! Per chi non fosse ancora convinto, dopo tante esperienze, della funzione anti-operaia e rompi-sciopero di questi organismi che si vantano proletari, è sperabile che almeno quest'ultima lezione serva ad aprire gli occhi. Si stupiranno essi che, piangendo la morte del super-bonzo sindacale don Peppino Di Vittorio, Luigi Einaudi abbia reso omaggio al fatto che egli patrocinasse "la causa dei lavoratori non solo nell'interesse di questi ma anche in quello della comunità nazionale"?

Quando si lavora anche nell'interesse della comunità nazionale, si va contro quello degli operai: è l'abc della lotta di classe!

Il Corrispondente

Il programma comunista n°22 del 1957

Ravenna, novembre


Un gesto che va segnalato ad onore degli operai e a vergogna dei cosiddetti "rappresentanti sindacali dei lavoratori" è quello dei lavoranti del legno, scesi in sciopero contro il parere dei sindacati per la rivendicazione di un aumento di salario di L. 15 orarie, e rimasti compatti sulla breccia per 15 giorni malgrado le pressioni dei soliti pompieri. La risposta a questo gesto "inconsulto" fu, da parte sindacale, l'affermazione che i contratti nazionali (alla cui elaborazione gli operai non hanno partecipato, e che i funzionari delle varie centrali sindacali hanno loro imposto) dovevano essere rispettati perché non ancora giunti a scadenza: lo sciopero, per lor signori, era quindi illegale, e male avevano fatto i lavoratori a violare la maestà suprema della legge per difendere le loro ragioni di vita.


Abbandonati a se stessi, i lavoranti del legno hanno infine dovuto cedere alle manovre delle molteplici Camere del Lavoro, e tornare in fabbrica contro la promessa di un aumento di L. 7 a partire dal 1958. Esattamente meno della metà della loro richiesta, e a data da… venire! Per chi non fosse ancora convinto, dopo tante esperienze, della funzione anti-operaia e rompi-sciopero di questi organismi che si vantano proletari, è sperabile che almeno quest'ultima lezione serva ad aprire gli occhi. Si stupiranno essi che, piangendo la morte del super-bonzo sindacale don Peppino Di Vittorio, Luigi Einaudi abbia reso omaggio al fatto che egli patrocinasse


"la causa dei lavoratori non solo nell'interesse di questi ma anche in quello della comunità nazionale"?


Quando si lavora anche nell'interesse della comunità nazionale, si va contro quello degli operai: è l'abc della lotta di classe!


Il Corrispondente

A suprema onta dei dirigenti sindacali che la stampa borghese chiama "rossi", gli operai della industria meccanica e navale dello Schleswig-Holstein – pur inquadrati sindacalmente in organizzazioni social-democratiche – non hanno ancora la teoria degli scioperi a singhiozzo, a cronometro, a settore, e, iniziato uno sciopero generale compatto senza esclusione di categorie, tre mesi fa (altro che scioperi di 20 minuti debitamente preannunciati alla parte!), l'hanno sospeso soltanto dopo aver messo a soqquadro tutta la repubblica federale, ottenuto vittoria. Circa trentacinquemila meccanici che abbandonano per tre mesi il lavoro, non preoccupandosi della paralisi di una delle regioni ricche della Germania, ecco un "fenomeno" che non sarebbe apparso nuovo e strabiliante trentacinque o trenta anni fa, che sarebbe anzi sembrato normale, il solo giustificabile, e che ci "riporta" con la mente agli operai cantieri e ai marinai delle basi navali di Kiel, spina dorsale delle grandi battaglie dell'altro dopoguerra tedesco e, possiamo dire, europeo.

Vada agli operai dell'industria meccanica del nord il saluto dei confratelli Italiani che non hanno ancora imparato a singhiozzare e che attendono l'incandescente ripresa delle tradizioni di lotta dei proletari del sud, nella certezza che l'opera corruttrice dei bonzi politici e sindacali può ben assopirle temporaneamente, mai distruggerle.

Il programma comunista n°3 del 1957

Genova, fine agosto

Ecco un episodio che fa onore ai proletari genovesi. Avendo il Comune di Genova annunziato il licenziamento di 70 netturbini perché affetti da malattie derivanti da un regime di sfruttamento intensivo e da un sistema di ritiro dei rifiuti completamente anti-igienico, la categoria quasi al completo deliberava il 21 agosto la proclamazione immediata di uno sciopero di solidarietà a tempo indeterminato, chiedendo la pensione per i veramente ammalati e il ritorno al lavoro di tutti gli altri, e completando le rivendicazioni con una serie di richieste di carattere economico ed amministrativo. Val la pena di osservare che lo sciopero è stato dichiarato dalla C.I., contro il parere dei sindacati: iniziatosi il lunedì, esso vedeva aderire all'agitazione la CGIL e la CISL solo il giovedì, ma si trattava di un'adesione chiaramente diretta a strappare il movimento all'iniziativa operaia per condurlo sulla via del compromesso; lo stesso giorno, ad una riunione collegiale, i netturbini sventano la manovra, e lo sciopero continua. Ma i cagnozzi sindacali sono all'opera: ad una successiva riunione sono presenti la C.I. e le organizzazioni sindacali, ma non i proletari; i bonzi aprono trattative col sindaco; le conversazioni (e i rinfreschi) durano fino alla mattina del sabato in una "atmosfera di reciproca comprensione" (come dice il comunicato trasmesso per radio alle ore 14, e noi non ne dubitiamo) e si concludono con l'invito ai proletari di riprendere il lavoro.

La conclusione è la solita, né poteva essere diversa: ma vada la manifestazione della nostra solidarietà a proletari che hanno saputo impostare e condurre per diversi giorni, da soli, uno sciopero veramente di classe, e sfidare a viso aperto il fronte unito dei padroni e dei bonzi sindacali. La lezione non andrà perduta, ne siamo certi.

Il corrispondente

Il programma comunista n°17 1957

Una delle conquiste operaie dell'altro dopoguerra era stata la avocazione ai sindacati di categoria, nell'industria come nell'agricoltura e attraverso appositi uffici, del collocamento della mano d'opera. Distrutta violentemente dal fascismo l'organizzazione sindacale, il collocamento divenne funzione corporativa, legata direttamente allo Stato e quindi subordinata agli interessi della classe dominante.

La democrazia ha ora ereditato, in questo come nel resto, il metodo fascista: l'ufficio di collocamento è passato alle dirette dipendenze del Ministero del Lavoro e quindi svincolato dalla organizzazione sindacale. Di più, questi uffici — specie nelle zone agricole — sono, agli effetti del collocamento, svuotati di ogni funzione reale e ridotti a compiti statistici, mentre l'operaio che cerca lavoro deve rivolgersi perlopiù o ad agenzie di collocamento a struttura commerciale o direttamente agli agenti fiduciari del datore di lavoro, e ripetere l'antica trafila delle operazioni di compravendita della forza-lavoro.

La classe dominante ha così raggiunto due obiettivi: ribadire il sistema fascista dell'ufficio statale — non sindacale — di collocamento; ristabilire, sotto la copertura di questo sistema, la situazione pre 1919; e l'operaio che ha il sommo bene di vivere in regime ultrademocratico è, come trentacinque anni fa, alla mercé degli ingaggiatori privati di carne umana. Altro esempio dì democrazia progressiva…

Da Il programma comunista n. 4 del 1952

Non abbiamo particolari tene­rezze per le ricorrenze solenni, per le celebrazioni a data fissa. Il movimento proletario è fatto di lavoro oscuro, impersonale e quotidiano, non di esibizioni sal­tuarie e di parate. E tuttavia, ogni anno lo spettacolo del rosso Primo Maggio vestito in tricolore e avvolto in nuvole d'incenso ci rimescola il sangue.

I cinque impiccati di Chicago combatterono nel maggio 1886, e caddero, in una lotta che non co­nosceva frontiere; il loro sacrificio non appartiene ad un proletariato nazionale, meno che mai ad una "nazione", ma al prole­tariato di tutti i Paesi. Erano membri attivi di un'organizzazio­ne rivoluzionaria, ideologicamen­te ancora gracile ma genuinamente e gagliardamente classista, erano antiriformisti ed antischedaioli. Non si appellavano a co­stituzioni solenni o a codici scrit­ti e non scritti; sapevano di vio­larli, prevedevano di tirarseli ad­dosso in tutta la pompa dei loro articoli-capestro.