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Mentre i sindacati si crogiolano in incontri col ministro del lavoro sulle fantomatiche riforme e il PCI si prepara a creare intorno ad esse e relativi decretoni il "cartello del sì", scendiamo dal mondo degli ingannevoli sogni, per ribadire il chiodo che la vera, la grande rivendicazione immediata degli operai è quella della riduzione della giornata (non della settimana) lavorativa; la sola, d'altra parte, che unisca i proletari di tuti i paesi al disopra delle "frontiere nazionali".

Una serie di articoli apparsi su "Problèmes économiques" analizza, dal punto di vista capitalistico, l'andamento dell'orario di lavoro nei più importanti paesi industrializzati del mondo e rende evidente come il metodo di rispondere alla pressione operaia con la riduzione della settimana lavorativa, lasciando ampio spazio al lavoro supplementare (o straordinario), sia adottato dovunque e in modo aderente alle necessità economiche dei vari paesi e dei vari settori produttivi, e come in generale l'orario di lavoro sia mantenuto dappertutto alla tensione massima. L'economista borghese che tratta la questione dichiara infatti che “gli imperativi economici prendono il sopravvento sulle rivendicazioni sociali”. È evidente che, in mancanza di lotte intense e generali dirette a rovesciare il rapporto di forze - unica condizione perché siano gli imperativi delle necessità operaie a prevalere - vincerà sempre la borghesia.

Sinché durerà una politica opportunistica dei partiti operai, sarà estremamente difficile modificare la linea di collaborazione di classe dei vertici della CGIL. Essa è in fase con quanto avviene nei partiti operai; il processo di socialdemocratizzazione investe l'insieme del movimento operaio italiano e caratterizza, in realtà, tutta l'Europa occidentale, per quanto attualmente vi siano molti importanti momenti di ripresa delle forze di sinistra marxiste.

Quest'ultima parte della "lettera aperta" è dedicata all'azione dei militanti di avanguardia nei sindacati. Ma gli autori di essa, prima di entrare nel merito di tale azione, intendono porre in guardia dall'illusione che sia sufficiente operare a livello sindacale per capovolgere la linea opportunistica della Confederazione; la lotta per il rinnovamento del movimento operaio italiano è un tutto unitario, che vede come terreno di intervento da parte dei militanti di avanguardia il PCI in primo luogo, i sindacati della CGIL, il PSIUP, le organizzazioni giovanili dei partiti di sinistra. Non spetta a questa "lettera aperta" indicare i compiti precisi dell'azione d'avanguardia nelle singole situazioni (che sono molto differenziate) e nei partiti e movimenti giovanili o verso di essi; qui va affermato semplicemente questo: che la lotta per una nuova politica della Confederazione è inscindibile dalla lotta per un nuovo grande partito operaio rivoluzionario.

Nella Confederazione, attualmente, vi sono avanguardie coscienti, militanti turbati da tanti fatti di cui intuiscono la causa essere in scelte di linea errate da parte dirigente, vi sono quadri sindacali che vedono magnifiche mobilitazioni proletarie venire sconfitte non solo e non tanto per le condizioni oggettive generali e la forza dell'avversario di classe, ma anche, spesso soprattutto, per la politica dei vertici sindacali. Questi militanti debbono porsi il problema di come operare per un'inversione della tendenza.

La lotta delle avanguardie coscienti per una ripresa dell'azione classista e rivoluzionaria del movimento operaio italiano si scontra oggi con forze quantitativamente assai superiori; ogni passo falso, ogni precipitazione permetteranno ai burocrati di destra di schiacciare gli oppositori. Occorre organizzare la lotta.

Vi è una parte di militanti, critici verso la linea attuale della CGIL, e sovente si tratta anche di funzionari e di dirigenti, che si colloca in una posizione di pura e semplice attesa di fronte agli avvenimenti. Essi spesso ritengono impossibile dare battaglia, perché questa non può essere vinta immediatamente. Ciò è sbagliato: talvolta, e oggi è così, la battaglia va data, nelle forme opportune, per convincere nuove forze ed allargare il fronte, ed in ciò consistono molte delle vittorie della "opposizione di sinistra." Altri temono di porsi sul terreno del "frazionismo", dimenticando che i frazionisti peggiori, nel movimento operaio, sono sempre stati e rimangono i burocrati di destra, ai quali va opposta un'azione organizzata se non vuol essere velleitaria e inutile. Altri ancora così ragionano per calcolo personale. Occorre conquistare gli attesisti ad una linea di lotta, nelle forme concrete in cui essa si può svolgere, anche tenendo conto del livello cui essi eventualmente operano nelle organizzazioni.

La battaglia, ovviamente, non si riduce alla dimensione interna al movimento operaio e sindacale. Anche allo scopo di evitare facili e interessate polemiche va detto che un militante operaio di sinistra non è tale, ma è un piccolo borghese estremista, un parolaio frustrato, se non accompagna alla sua critica alla linea dei dirigenti attuali del movimento operaio un'azione decisa, inflessibile e continua, nella fabbrica, sul luogo di lavoro, contro l'avversario di classe, nelle lotte sindacali e nella difesa quotidiana dei lavoratori dalla pressione e dall'iniziativa del capitale. Solamente in quest'azione il militante acquisisce prestigio in rapporto ai suoi compagni di lavoro, viene ad occupare una posizione nell'organizzazione sindacale tale che ben difficilmente il burocrate incallito potrà smantellare, può condurre con cognizione di causa e con piena legittimità la sua polemica contro gli opportunisti nel movimento operaio.

In più, spetta al militante avanzato operare, nella fabbrica e nell'organizzazione sindacale, perché le lotte concrete contro il padrone in cui è impegnato diano luogo ad esperienze che maturino politicamente i lavoratori e si ripercuotano nel sindacato con un effetto di conquista di coscienze ad una linea più corretta, di sinistra; tale azione è spesso più efficace di qualsiasi discorso. In tal senso, all'avanguardia nelle attuali e prossime lotte contrattuali o integrative, laddove operano in concreto, dovranno porsi i militanti di indirizzo critico nei confronti della linea attuale della Confederazione.

Nella situazione politico-sindacale di oggi, gli autori di questa "lettera aperta" indicano, infine, nella lotta contro l'accordo quadro, all'interno e fuori della CGIL, uno dei problemi cruciali, suscettibile di frenare l'involuzione della politica della Confederazione e di affrettare il momento in cui prevarranno, nel movimento operaio italiano, nuovi orientamenti classisti e rivoluzionari. Lotta contro l'accordo quadro non è solo lotta contro la firma di esso da parte dei dirigenti della Confederazione; è anche, e soprattutto, lotta contro la politica che presuppone l'accordo quadro, cioè contro l'accettazione della politica di contenimento rivendicativo e di ingabbiamento dell'azione operaia, da parte dei dirigenti della Confederazione e dei grandi sindacati di categoria. In tal senso, essa è una lotta attuale da almeno due anni, e si è gravemente in ritardo nello svilupparla in ampiezza: la politica di collaborazione di classe ha provocato guasti terribili in molte lotte contrattuali.

Nella lotta contro l'accordo quadro, contro le piattaforme rivendicative arretrate, contro l'ingabbiamento e la frantumazione delle mobilitazioni del proletariato, contro la politica dei redditi, contro la liquidazione delle Commissioni Interne, si trascinino senza paura i più vasti strati di militanti e di lavoratori! Alla lotta per l'unificazione classista delle forze sindacali, per il rilancio della lotta di classe in Italia, contro ogni compromesso riformista! Alla lotta perché anche in Italia si avvii il processo che condurrà il proletariato alla conquista del potere!

 


Nella CGIL esistono oggi tre correnti principali, corrispondenti ai militanti, iscritti ai sindacati, di tre partiti: PCI, PSU, PSIUP. All'interno di queste tre correnti esistono posizioni sovente assai differenziate sui vari temi di politica sindacale; nondimeno è sulla base di accordi fra le tre correnti che si determina la linea politica e l'attività dei vari sindacati e della Confederazione. Meno che mai oggi questo tipo di correnti nel sindacato è atto a garantire la circolazione di idee e un processo genuinamente democratico di formazione delle decisioni e della linea. Il voto di astensione dei dirigenti comunisti e socialdemocratici della CGIL al Parlamento, sul piano Pieraccini, concordato tra i vertici supremi delle correnti di partito del PCI e del PSU, senza discussione nell'organizzazione, è solo un esempio; altri se ne potrebbero fare.9 La corrente comunista, quella di gran lunga più grande e dotata di quadri, registra oramai da tempo nella sua base i più vivaci fermenti critici verso la politica dei vertici della Confederazione, e vi si stanno formando posizioni politiche differenti. Per questo i burocrati che la inquadrano e dirigono hanno ridotto al minimo o a nulla le riunioni e le discussioni al suo interno. All'ultimo Congresso confederale essa non è mai stata riunita; le decisioni circa il suo comportamento vennero prese dai suoi maggiori dirigenti.

Tutto ciò tende a dare il quadro delle carenze profonde in materia di democrazia interna nella CGIL. Della struttura burocratica della Confederazione componente essenziale è il tipo di correnti, formate in base ad una tessera di partito e non a posizioni omogenee dei militanti del sindacato sulle varie questioni di cui quest'ultimo si occupa. Sicché, col pretesto della disciplina di partito, i vertici delle correnti (che sono parte integrante di più vasti vertici di partito) impongono una linea concordata al loro livello alla base sindacale. Premessa indispensabile ad un democratico sviluppo della vita e dell'attività della CGIL è quindi la liquidazione delle correnti di partito. Non è un caso che quanti oggi, ai vertici del movimento operaio, si sciacquano la bocca con la "autonomia" del sindacato e con discorsi sulla necessità di superare le correnti di partito, non abbiano mosso sinora un solo passo concreto in questa direzione, con l'eccezione parziale della tentennante corrente del PSIUP, sempre più costretta in minoranza nella Confederazione di fronte al consolidarsi del blocco PCI-PSU.

Ecco ora anche uno schizzo della collocazione nella CGIL delle correnti del PSU e del PSIUP.

Uno dei fattori fondamentali tra quanti spingono ad una unificazione sindacale che sposti a destra rispetto all'equilibrio attuale la nuova formazione unitaria che eventualmente si formerà, è dato dalla corrente socialdemocratica in seno alla CGIL, il cui ruolo pratico si è sempre meglio venuto caratterizzando negli ultimi tempi in un duplice senso: 1) agitare periodicamente e mai comunque sotterrare del tutto la minaccia di una scissione; attraverso ciò, strappare continue concessioni di ogni tipo; 2) giocare permanentemente un ruolo pompiere nelle più disparate vicende sindacali, ritardando le prese di posizione del sindacato quando vanno prese urgentemente, premendo per annacquare continuamente le piattaforme rivendicative, cercando di dilazionare e spezzettare le varie lotte ecc. Questo gioco in generale riesce. Il disegno generale consiste nell'utilizzo di ambo le strade accennate per stimolare il processo di integrazione della CGIL in una logica subalterna alle scelte generali del sistema capitalistico e dello Stato.

Il PSU è forte nel movimento sindacale. Ha un suo sindacato giallo, la UIL; dispone della seconda corrente, come forza d'apparato, nella CGIL. A questa forza non corrispondono affatto la presa e l'influenza socialdemocratiche in seno ai lavoratori. La UIL e la corrente socialdemocratica nella CGIL dispongono di pochi quadri e attivisti, di un'influenza tutt'al più generica su strati certo non trascurabili, ma neppure paragonabili a quelli sotto influenza comunista o cattolica nella classe operaia italiana. La UIL è sovente associata alle più squallide operazioni aziendali di piccolo cabotaggio ruffiano, ed in ciò ha "quadri."

La forza del PSU deriva essenzialmente dalla sua collocazione d'apparato, che gli è in ultima analisi garantita dalla politica del PCI, il quale ha una concezione dell'unità del movimento operaio che lo porta a continue concessioni d'ogni tipo a destra. Tale tipo di concezione unitaria è in armonia con la linea generale del Partito comunista italiano, riformista, che ha smarrito ogni concezione classista dello Stato e dei rapporti di produzione, che non intende più lo sfruttamento capitalistico come qualcosa di organicamente connaturato a strutture e rapporti da rovesciare insieme a tutto l'apparato di potere borghese. Le concezioni opportunistiche del PSU e del PCI, laddove anche formalmente coincidono, sono penetrate all'interno della CGIL e fanno ormai parte del suo discorso strategico d'assieme, mascherate in modo maldestro dal tentativo di farle passare come "discorsi nuovi" frutto di un'autonoma e "non-ideologica" (!) elaborazione.

Chiunque abbia un minimo di esperienza dell'azione sindacale sa quanto sia importante il ruolo degli apparati in ogni momento della stessa (elaborazione degli obiettivi, forme di lotta, allargamento o meno di quest'ultima, trattative ecc.); quindi quanto necessaria spesso sia la tempestività dell'intervento, e importante la forma del medesimo; quindi quanto, pur sbandierando le più belle volontà unitarie e di lotta, sia possibile in concreto frenare e sabotare le lotte... E' questo il prezzo reale che il PCI paga al PSU, cedendo alle pressioni e ai ricatti di questo.

La corrente del PSIUP richiede un discorso diverso: continuamente discriminata nella suddivisione degli incarichi dirigenti dalle due correnti principali, è spinta da questo e dalle ragioni che hanno condotto gli attuali socialisti unitari a costituirsi in partito a precisare una sua linea di opposizione al processo involutivo che investe la CGIL e tutto il movimento operaio in generale. Non ne va però sopravvalutato il peso nella base della Confederazione, ridotto in quanto i quadri combattivi di cui dispone non sono molti e sovrabbondano elementi opportunisti tra i suoi funzionari sindacali; potrà giocare un certo ruolo, accanto a forze più ampie, di provenienza comunista, che rifiutano la politica dei vertici della CGIL e che vengono attualmente precisando le loro posizioni critiche verso tale politica. In tal senso appaiono positive le intenzioni di Foa di agire perché nella Confederazione vengano seppellite per sempre le intenzioni di firmare un accordo quadro, com'è stato importante il suo voto contrario, in Parlamento, al piano capitalistico, per quanto motivato con taluni argomenti deboli ed equivoci (il che non stimola l'appoggio, alla sua azione, di una parte almeno della base della CGIL), accanto ad altri più validi.

Si comprende quindi come l'involuzione della politica della CGIL sia parte di un più ampio e organico processo di socialdemocratizzazione, al quale per ora si oppongono forze esigue e per altro divise. Gli autori di questa "lettera aperta," che si collocano come parte di tale nascente "opposizione di sinistra," intendono ribadire la propria convinzione che dallo sviluppo delle contraddizioni di classe potrà sorgere e forgiarsi una nuova formazione politica rivoluzionaria di massa, ad una condizione precisa e ineluttabile: che le avanguardie coscienti attuali operino attivamente per quest'obiettivo di fondo. Alla dimensione sindacale di quest'operare è dedicata l'ultima parte della "lettera aperta."

Gli autori di essa intendono inoltre manifestare la propria risoluta opposizione al tentativo messo in atto dai riformisti, oggi come ieri, in Italia come altrove, da parte dei quali, abbacinati dagli aspetti formali della democrazia borghese, la lotta del movimento operaio viene scissa e ridotta in due momenti limitati: quello dell'azione economico-rivendicativa (di pertinenza dei sindacati) e quello dell'azione politico-parlamentare (di pertinenza dei partiti)10. Gli autori di questa "lettera aperta" concepiscono la lotta di classe come lotta che investe tutti i momenti dell'attività sociale e richiede nuovi rapporti di potere: la lotta di classe è lotta politica per il potere proprio in quanto è complessiva. La lotta politica della classe operaia quindi necessita di sue dimensioni rivendicative e salariali, come di svilupparsi negli enti locali e nel Parlamento; ma necessita anche, e soprattutto, di azioni di massa per obiettivi politici di natura transitoria (per esempio: nazionalizzazione con controllo operaio), per la lotta contro l'imperialismo e i patti militari (per esempio: per l'uscita immediata dell'Italia dalla NATO); necessita di sviluppare la propaganda di solidarietà e l'aiuto pratico ai vari comparti della rivoluzione mondiale; come necessita di un'attività costante di elaborazione e di educazione ideologica e teorica dei militanti, ecc. È impossibile non vedere tutti questi momenti dell'attività del movimento operaio, e gli strumenti per le diverse attività, come strettamente uniti tra loro, e vederli invece scissi. Solo una visione unitaria dei vari problemi e delle lotte permette alla lotta di classe e di svilupparsi, sino a porre all'ordine del giorno il rovesciamento dei rapporti di potere e la distruzione dello Stato borghese, come compiti pratici immediati della lotta stessa. Nella lotta di classe per il socialismo l'azione economica e rivendicativa quindi costituisce un momento particolare della lotta politica, subordinato ad essa.[11]

Però, per quanto la lotta economica costituisca una dimensione particolare e limitata dell'attività del proletariato, cui spesso essa si riduce in lunghi periodi di tregua relativa nei rapporti di classe, questo, classe economicamente sfruttata, non può rinunciarvi senza retrocedere in tutti i campi e sul piano dei rapporti di forza con la borghesia.

Nel senso di quanto esposto si individua nel partito rivoluzionario lo strumento essenziale della lotta politica del proletariato. Ciò non significa affatto direzione del sindacato da parte del partito: significa semplicemente coscienza del ruolo parziale della lotta sindacale, ed esigenza di una collaborazione tra partito operaio e sindacato di classe in ordine a quei problemi dei quali naturalmente si occupa il sindacato; l'intervento del partito è necessario in funzione di sbocchi più ampi e obiettivi più avanzati, trascrescenti la dimensione economico-rivendicativa. Ciò significa semplicemente come il ruolo di direzione di un processo di rivoluzione sociale (che non significa dirigere burocraticamente le organizzazioni di massa, ma egemonizzarle, influenzarle dall'interno e dall'esterno) spetti al partito e non al sindacato.

Al tempo stesso il sindacato di classe è scuola di auto-educazione delle masse, luogo di formazione di coscienze socialiste a livello elementare; per questo e in questo modo un militante marxista considera l'autonomia necessaria alle organizzazioni sindacali. Va detto di più: e cioè solo un sindacato classista, ossia ligio fino in fondo alle esigenze e alle rivendicazioni del proletariato, può essere un organismo autonomo, al cui interno esiste una vivace democrazia; non potrà essere tale un sindacato di continuo pesantemente condizionato dalle esigenze contingenti e di fondo del sistema, costretto a subirne la politica dei redditi e a ingabbiare e dirottare ogni movimento rivendicativo di una certa ampiezza. Il sindacato riformista, integrato, neo-capitalistico non può essere altro che profondamente burocratizzato e subordinato a decisioni politiche prese all'esterno o ai vertici senza considerazione degli interessi e della coscienza degli organizzati e dei lavoratori, se non in via del tutto subordinata.

L'accordo quadro, che il gruppo dirigente della CGIL vuol far suo come cornice dell'azione rivendicativa, non imprigionerà il sindacato in una dimensione economicistica in astratto. Questa è la collocazione normale e il limite naturale, in una situazione di democrazia borghese, delle organizzazioni sindacali, quale che ne sia la linea ideologica. L'accordo quadro significherà ancorare tutto il movimento sindacale italiano ad una linea economicistica estremamente arretrata, conseguenza e causa a sua volta dell'atomizzazione del proletariato, al di sotto delle più elementari esigenze e rivendicazioni dei lavoratori e tale da non permettere mobilitazioni di massa per obiettivi più ampi, che mettano sul tappeto la questione del potere proletario.

Note

[9] La Conferenza nazionale consultiva della CGIL, tenutasi ad Ariccia, tanto propagandata come esempio di consultazione democratica della base, è stata in realtà un'assemblea prevalentemente di funzionari, che nessun congresso o assemblea o istanza di base aveva eletto come delegati; grazie ai risultati dei lavori di quest'assemblea che nessuno ha eletto gli organismi dirigenti nazionali della CGIL avranno un alibi "democratico" per prendere decisioni importanti di rilancio di azioni rivendicative e della politica di unità sindacale, (che la base dei sindacati non ha discusso prima della Conferenza) secondo la linea verticistica e opportunistica che gli autori di questa "lettera aperta" criticano.

[10] Ecco perché il discorso di Ingrao non è solo di retroguardia, ma anche riformista, quando propone il falso problema dello svincolo da cariche partitiche e incarichi parlamentari da parte dei dirigenti sindacali, come problema centrale dell'autonomia dei sindacati dai partiti. È di Ingrao, come di tutto il gruppo dirigente del PCI, una visione non classista dello Stato italiano e dei suoi organi: di qui tutta una concezione errata ed estremamente pericolosa sulla politica e la collocazione del movimento sindacale in rapporto allo Stato stesso.

[11] Nel quadro esemplificativo qui fornito gli autori della "lettera aperta" si sono riferiti a situazioni di democrazia borghese, quali quelle dell'Europa occidentale.

 


Negli ultimi tempi, in una serie di sedi sindacali, si è sentito fare spesso più o meno questo discorso, da parte di dirigenti e membri dell'apparato incaricati di far deglutire gradatamente la pillola della nuova linea circa l'accordo quadro ai militanti di base: "la CISL ha la più ferma intenzione di firmare col padronato un accordo quadro, sola o con le altre Confederazioni; la CGIL si trova costretta a scegliere tra un irrigidimento dei rapporti unitari con la CISL, molto migliorati negli ultimi anni, con notevole vantaggio per i lavoratori, e una modifica della propria tradizionale posizione, contraria pregiudizialmente all'accordo quadro."

Si riflette nei discorsi di questo tipo una concezione verticista e burocratica della questione dell'unità sindacale, vista come una formula magica in grado di per sé, in qualunque modo conseguita, di guarire ogni male. È invece convinzione di coloro che hanno steso questa "lettera aperta" che l'unità sindacale debba essere la risultante di un lungo processo democratico, nel quale la parte determinante debba essere giocata dal rafforzarsi nelle lotte dell'unità tra i lavoratori, grazie ad una corretta politica della CGIL, senza concessioni sostanziali alle direzioni delle altre Confederazioni, le cui preoccupazioni politiche di fondo si legano alla sopravvivenza e allo sviluppo del sistema capitalistico. Ciò non esclude in alcun modo accordi ad ogni livello; ciò semplicemente esclude che nella pratica delle lotte e nel suo atteggiamento di fronte al capitalismo la CGIL faccia sua la linea politica della CISL; nel momento attuale è per esempio importante che la CGIL ricerchi l'unità d'azione con le altre organizzazioni sindacali, ma mantenga appieno la propria autonomia sul terreno rivendicativo, e questo per porre le proprie rivendicazioni nel più stretto contatto con i lavoratori: non c'è altro modo per poter raggiungere l'unità d'azione su avanzati livelli di lotta e, per poter influire sulla linea rivendicativa delle altre organizzazioni sindacali, stimolandone le contraddizioni interne. Nella misura in cui ai lavoratori vengono proposte dalla CGIL corrette piattaforme di lotta, che si saldano alle loro esigenze reali, si creano più stretti livelli di unità alla base tra tutti i lavoratori e viene scossa l'egemonia che su certi strati hanno i burocrati della CISL e della UIL; nella misura in cui maturano, in vasti settori non solo di base della CISL nuovi orientamenti confusamente anticapitalistici, solo una politica molto ferma sul piano dei principi da parte della CGIL, e molto elastica sul piano tattico, è suscettibile di accelerare fenomeni di tendenziale crisi e disgregazione in seno al sindacato cattolico, nella prospettiva di una unificazione sindacale all'insegna del rilancio classista, che riduca ai minimi termini le forze legate al capitalismo, tanto cattoliche che socialdemocratiche. Entrare nella logica dell'accordo quadro, da parte della CGIL, è quanto più è necessario ai vertici della CISL per mantenere la presa sulla propria organizzazione e ridimensionarvi e sconfiggervi le nuove tendenze di sinistra; entrare in tale logica significa contribuire in maniera fondamentale a dare un segno preciso al processo di unificazione sindacale in atto in Italia: quello della marcia verso il sindacato integrato nello Stato borghese, che non ha attributi di classe anticapitalistici.

Questa è la linea di tendenza prevalente: si marcia a tappe forzate verso l'accettazione del sistema capitalistico come cornice invalicabile da parte dell'azione sindacale; verso un sempre maggior incanalamento delle lotte operaie, con i loro obiettivi, tempi e forme, in una prospettiva subalterna al sistema, che esclude che vengano messe in discussione e intaccate le strutture del profitto e dello sfruttamento (col necessario intervento dei partiti operai d'avanguardia) una prospettiva che si pone su un terreno permanentemente difensivo, con obiettivi meramente economici e per di più essi stessi assai limitati e arretrati (altrimenti il passaggio a più ampi obiettivi diverrebbe necessario). Nell'Occidente capitalistico non mancano "grandi esempi" atti a illustrare la prospettiva nella quale si inserisce, ad opera dei vertici del movimento operaio e sindacale, il nostro paese: gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Germania.

La storia delle più recenti lotte sindacali in Italia è allarmante: era possibile unificare e concentrare lo sforzo della gran parte del proletariato contro un padronato caparbio, tutto proteso ad incentivare i propri profitti nel quadro di un processo di concentrazione internazionale del capitale, e invece lo si è atomizzato in mille rivoli ognuno dei quali lottava separato dagli altri; lo sforzo di unificazione è stato esercitato contro il proletariato, da parte delle burocrazie sindacali, imponendo ai vari settori di lottare, separati, per obiettivi simili e ridicolmente limitati nelle varie vertenze contrattuali. Ma vi è di più: lo sforzo immenso e i sacrifici dei lavoratori italiani vengono utilizzati dalle burocrazie sindacali per premere nei confronti del capitale e dello Stato borghese, perché questi concedano ad esse più ampi spazi di potere. Così le burocrazie sindacali, voltando le spalle ai lavoratori, si affacciano sulla soglia della stanza dei bottoni, laddove a loro giudizio si "programma" l'economia del paese; cosi le burocrazie sindacali tendono a porsi con un ruolo mediatorio nel conflitto di classe e nei vari conflitti sociali parziali, contribuendo al tempo stesso a risolverli, a dirottarli e a smorzarli, trasformando in tal modo quel loro ruolo originario ch'era stato di rappresentanza e di direzione delle più genuine spinte ed esigenze operaie.

Da quanto sin qui scritto appare come gli autori di questa "lettera aperta" ritengano l'azione, da parte dei militanti operai e d'avanguardia, per arrestare e capovolgere il processo involutivo che investe la CGIL, assai dura e difficile. Non esiste nessuna garanzia in partenza che tale azione venga ad avere esito positivo in uno spazio di tempo, breve o lungo che sia; alcuni successi parziali sono comunque già possibili: per esempio, sembra in questo momento che per un certo periodo probabilmente nella Confederazione non si parlerà di firmare un accordo quadro. La parzialità molto limitata di una vittoria di questo tipo è però evidente: la politica opportunistica dei dirigenti della Confederazione può continuare, e presumibilmente proseguirà, senza nessun accordo quadro firmato (almeno per un certo tempo).

L'azione e la lotta dei militanti d'avanguardia devono però ugualmente mirare ad ottenere vittorie limitate sin da ora, che significano preparare o facilitare vittorie fondamentali e accelerare i tempi che riporteranno la Confederazione ad una politica sindacale di classe, anticapitalistica.

Date le difficoltà enormi di tale lotta, non c'è da aspettarsi una facile vittoria definitiva in poco tempo. Ma prima di entrare nel merito di quali si ritengano essere i compiti pratici delle forze d'avanguardia nella CGIL, perché vengano utilizzate tutte le possibilità e si giunga a capovolgere il processo che porta a destra la Confederazione, vanno chiarite alcune cose sul rapporto tra sviluppi della politica della CGIL e sviluppi della politica dei partiti operai, senza di che è impossibile comprendere a fondo i primi ed operare correttamente nei sindacati.

 


Una nota a margine del discorso sin qui svolto sul tema dell'accordo quadro merita la politica del gruppo dirigente nazionale della FIOM — il più grande sindacato di categoria — in grado di paragonarsi in prestigio, autorità e statura ai dirigenti della Confederazione. Vi è un mito da sfatare: che il vertice della FIOM sia un oppositore della linea di destra dei dirigenti della CGIL. Senza alcun dubbio si sono a più riprese manifestate frizioni tra le direzioni nazionali della FIOM e della CGIL, in ordine a vari problemi; più in generale, il vertice della FIOM è sottoposto, essendo a capo del sindacato di una categoria numerosa, assai combattiva e cosciente, ad una pressione di base più forte di quanto non sia per il vertice della CGIL: di qui la tendenza a fare concessioni più ampie a ciò che sentono gli operai, se non altro per conservare un certo prestigio tra essi. Non si va più in là di queste motivazioni, e la riprova sta nel ruolo del gruppo dirigente della FIOM nella vertenza contrattuale: nel fatto che esso, e non i dirigenti della Confederazione, ha impostato una piattaforma rivendicativa unitaria con la FIM e la UILM, scartando le rivendicazioni provenienti dai lavoratori e presenti nelle elaborazioni dei sindacati provinciali; nel fatto che non ha premuto per far convergere i metalmeccanici con i lavoratori di altre categorie in lotta per motivi identici; nel fatto che ha subito le direttive del gruppo dirigente della CGIL, senza contrapporgli l'indignazione della massa degli attivisti sindacali metalmeccanici, quando le Confederazioni hanno bloccato la lotta contrattuale (sarebbe stata una facile vittoria); infine, nel fatto che il vertice della FIOM si pone all'interno del discorso di Novella,8 non respinge la proposta di accordo quadro che parte dalle Confederazioni, ma propone un suo schema di accordo quadro.

Come giudicare tutto ciò? Come dimenticare l'importanza determinante della lotta contrattuale dei metalmeccanici, con le sue rivendicazioni monche, la sua tattica di spezzettamento della mobilitazione di massa, la demoralizzazione in autunno dei lavoratori, gli esiti contrattuali negativi, dal punto di vista degli esiti di tutte le altre lotte contrattuali, moltissime intorno allo stesso periodo, dal punto di vista dell'interesse generale del proletariato italiano? Come non concludere che il medesimo ruolo di punta, ai fini della concretizzazione di una politica capitolarda sul piano generale, assunto dalla direzione nazionale della FIOM in occasione delle battaglie contrattuali, oggi questa esercita nella Confederazione per condurla a porsi sul terreno dell'accordo quadro? Come vedere un dissenso di strategia tra la CGIL e la FIOM? Chi volesse a questo punto, col bilancino del farmacista, sottolineare questa o quella frase in cui l'accordo quadro proposto dalla FIOM nazionale si differenzia da quello proposto dalla CISL, altro non farebbe che cadere nella trappola tesa dal vertice della FIOM, il cui ruolo di punta in un'operazione opportunistica di carattere generale ha bisogno, come in precedenti frangenti, di sostenersi con più o meno abili mistificazioni formali.

Note

[8] Relazione del 21 marzo 1967, citata nella "lettera aperta."

 


Come si è venuta ponendo nell'ultimo periodo la CGIL di fronte alla questione dell'accordo quadro? Di dove le preoccupazioni degli autori di questa "lettera aperta"?5

Nella sua relazione al Consiglio Generale della CGIL del 21-23 marzo 1967 Novella si poneva di fronte alle posizioni prese il mese precedente dalla CISL in maniera ambigua. Si cita dalla sua relazione:

"... Desidero esprimere a questo punto alcune opinioni relative ad alcuni problemi di coordinamento delle scelte rivendicative in funzione di una visione generale dello sviluppo economico e del miglioramento delle condizioni delle classi lavoratrici. In questo senso, abbiamo già avuto modo di ribadire che noi siamo favorevoli ad una maggiore assunzione di responsabilità da parte delle Confederazioni sul piano dell'orientamento generale. Ciò non può però significare, in alcun modo, una limitazione dell'autonomia delle diverse categorie, che è, tra l'altro, una condizione essenziale del rapporto democratico con i lavoratori. Decisioni come quelle prese dall'ultimo Consiglio Generale della CISL vanno invece nella direzione opposta, quella della centralizzazione della contrattazione. Diciamo con tutta franchezza, che noi non abbiamo mutato il nostro atteggiamento di fronte alle primitive posizioni della CISL in materia di accordo quadro... Ci sembra indispensabile che su queste questioni venga approfondito rapidamente il dibattito interno interessando largamente il quadro sindacale e che debba essere portata avanti una verifica a livello delle esperienze e delle nuove situazioni in cui si svolge l'azione sindacale. Ciò deve essere fatto con urgenza, tanto più che proprio in queste ultime 24 ore siamo stati formalmente informati di posizioni della CISL sull'accordo quadro che segnano a nostro avviso una involuzione rispetto a quelle emerse durante alcuni precedenti incontri ed un ritorno alle posizioni primitive..."

Perché sono ambigue tali posizioni? In primo luogo perché non si vede come "una maggiore assunzione di responsabilità da parte delle Confederazioni sul piano dell'orientamento generale" "delle scelte rivendicative in funzione di una visione generale dello sviluppo economico e del miglioramento delle classi lavoratrici" possa non portare necessariamente ad una più ampia centralizzazione della contrattazione. Si rifletta al riguardo sugli interventi delle tre Confederazioni ai danni dell'autonomia dei sindacati dei metalmeccanici, in tutta la fase centrale e finale dell'ultima vertenza contrattuale, con danno gravissimo per i lavoratori che hanno visto spezzare la propria mobilitazione nel momento decisivo (5 maggio 1966). Già, oggi, nell'attuale situazione politica e sindacale, entrare nell'ordine di idee di "una maggiore assunzione di responsabilità da parte delle Confederazioni ecc." significa fare una concessione sostanziale alla CISL e al suo modo di intendere tale maggiore responsabilità (centralizzazione della contrattazione, riduzione dei sindacati di categoria a meri esecutori della linea confederale).

In secondo luogo, nonostante Novella ritenga le posizioni più recenti della CISL addirittura involutive rispetto alle precedenti, egli non respinge formalmente — come sempre la CGIL aveva fatto in passato — la proposta di accordo quadro, ma afferma di ritenere "indispensabile che su queste questioni venga approfondito rapidamente il dibattito interno interessando largamente il quadro sindacale e che debba essere portata avanti una verifica a livello delle esperienze e delle nuove situazioni in cui si svolge l'azione sindacale." Cioè il dibattito sull'accordo quadro si imporrebbe, secondo Novella, in quanto è maturata una nuova situazione sindacale generale ed è su tale base necessaria una presa di posizione diversa, da parte della CGIL, su quel tema? Non è questa, come a taluno potrebbe apparire, un'interpretazione forzata e tendenziosa del suo discorso; nell'aprile 1967 il Comitato Centrale della FIOM approva un documento nel quale tra l'altro si afferma: "Il Comitato Centrale della FIOM rileva che anche l'esperienza dell'ultima lotta contrattuale ha contribuito a mettere in luce l'importanza di un coordinamento confederale delle politiche rivendicative il quale, senza indebolire l'autonomia contrattuale delle categorie e senza ignorare l'insostituibile apporto delle esperienze rivendicative di fabbrica, favorisca tutte le necessarie convergenze fra gli obiettivi rivendicativi e contrattuali dei lavoratori dei diversi settori e categorie e assicuri nel 1967 un generale rilancio della contrattazione articolata."

"Uno sviluppo ulteriore di questo coordinamento, che non ha nulla a che fare con un livellamento o una 'armonizzazione' quantitativa delle richieste dei vari sindacati, come ha recentemente ribadito il Consiglio Generale della CGIL, dovrà necessariamente comportare, con la repulsa di ogni politica di centralizzazione contrattuale, una più chiara definizione dei terreni rispettivi di intervento o di contrattazione delle Confederazioni e dei sindacati di categoria."

"Il C.C. della FIOM è consapevole che questa esigenza costituisce uno dei più rilevanti obiettivi che le organizzazioni sindacali, e la CGIL in particolare, saranno chiamate a realizzare nel corso dei prossimi mesi e dei prossimi anni. Alla sua più chiara determinazione esso intende dare il proprio contributo, promuovendo in tutte le istanze della Federazione un appropriato dibattito."

E più avanti:

"Per quanto attiene, d'altra parte, all'impegno assunto dalla CGIL di ricercare con le altre Confederazioni sindacali una possibile base di intesa su di un eventuale 'accordo quadro' interconfederale, il C.C. della FIOM, mentre si riserva di presentare alla CGIL alcune sue proposte più elaborate, cosi come esso è stato sollecitato a fare, esprime sin da ora l'opinione che un eventuale 'accordo quadro' da stipularsi con le Confederazioni imprenditoriali dell'industria dovrebbe, in primo luogo, caratterizzarsi per la definizione di una più chiara distinzione fra le prerogative delle Confederazioni e quelle delle organizzazioni di categoria, in modo da evitare il determinarsi di 'zone di ambiguità' che potrebbero essere facilmente utilizzate dalle organizzazioni padronali al fine di rilanciare una loro politica di centralizzazione."

"Il C.C. della FIOM esprime in modo particolare il proprio dissenso con l'orientamento recentemente emesso dal Consiglio Generale della CISL il quale rischia di offrire alle controparti, e in modo particolare alla Confindustria, un terreno propizio ai loro dichiarati intenti di ridurre o di paralizzare l'iniziativa rivendicativa dei sindacati di categoria, a partire da quella nei luoghi di lavoro. Esso ritiene quindi essenziale — prima di avviare qualsiasi negoziato e per valutare la loro stessa opportunità — giungere alla definizione di chiare e comuni posizioni delle organizzazioni sindacali e all'accertamento pubblico delle posizioni delle controparti in ordine alla necessità di non insidiare, con meccanismi procedurali calati dall'alto, non più modificabili dai sindacati di categoria, l'autonomia della contrattazione di categoria, di settore e di azienda."

"Con quest'ordine di preoccupazioni un 'accordo quadro' potrebbe utilmente definire le materie, vecchie e nuove, che dovranno costituire l'oggetto di una specifica (e in alcuni casi esclusiva) intesa interconfederale e di una azione sindacale corrispondente. E fra le nuove materie potrebbe trovare posto, ad avviso del C.C. della FIOM, oltre a quella del salario previdenziale, anche quella dei diritti sindacali, i quali costituiscono, per loro natura, degli obiettivi comuni a tutti i lavoratori e sostanzialmente omogenei in tutte le categorie dell'industria."

"Potrebbero in tal modo risultare più chiaramente delimitate ma anche chiaramente ribadite le prerogative delle organizzazioni di categoria e in modo particolare il loro autonomo diritto di regolamentare, attraverso la stipula dei contratti nazionali di lavoro, le procedure della contrattazione articolata e, ovviamente, gli istituti sui quali questa contrattazione dovrà esercitarsi."

Su tali prese di posizione vanno ripetuti i rilievi già fatti alla relazione di Novella; in più va aggiunto che in tutta l'ondata di lotte contrattuali che ha caratterizzato gli ultimi due anni, si è assistito di fatto — senza alcun accordo quadro in vigore, ma grazie alla politica condotta dalle tre Confederazioni — a "un livellamento o 'armonizzazione' quantitativa delle richieste dei vari sindacati" delle diverse categorie, nel quadro di una adesione generale agli indirizzi della politica di piano promossa dallo Stato. Quindi una precisa, rigorosa e spietata politica di centralizzazione contrattuale: per esempio gli aumenti retributivi delle principali categorie non superano il 5%, le riduzioni d'orario di lavoro sono ridicolmente ridotte e scaglionate nel tempo, ecc.

Ed ancora: la linea dei comitati tecnici paritetici è stata proposta — od imposta — in ogni categoria, con ciò tendendo a paralizzare non tanto genericamente "l'iniziativa rivendicativa dei sindacati di categoria, a partire da quella dei luoghi di lavoro" ma, in concreto, l'iniziativa dei lavoratori, attraverso soprattutto le Commissioni Interne.

Immediatamente dopo il Comitato Centrale della FIOM dell'aprile 1967, a conferma di come l'apertura del dibattito nella Confederazione sull'accordo quadro altro non significasse che disponibilità della CGIL ad una discussione con la CISL prima e con la controparte padronale dopo su quel tema, viene elaborato e messo in circolazione un documento dal titolo "Proposte del Comitato Esecutivo della FIOM nazionale per un eventuale schema di accordo per la regolamentazione dei rapporti sindacali nell'industria (accordo quadro)," in 7 punti, di cui ecco di seguito alcune parti:

1) Principi generali

  • "a) le parti — soggetti della contrattazione specificati al punto 2° — si impegnano a trattare in via negoziale, nelle sedi e secondo le modalità previste per quanto riguarda le materie di loro rispettiva competenza negli accordi interconfederali e nei contratti di categoria, tutti i problemi che insorgono nei loro rapporti."
    "Pertanto ogni richiesta avanzata da una delle parti all'altra dovrà essere esaminata congiuntamente entro termini di tempo da convenirsi nelle sedi competenti, in relazione alla natura della materia, prima di ricorrere all'azione diretta e di modificare unilateralmente la situazione preesistente."6
  • "b) le parti si impegnano a non ricorrere all'azione diretta e non turbare con iniziative unilaterali le trattative sindacali fino a quando sono in corso discussioni bilaterali e una delle parti non abbia dichiarato di volerle interrompere; e, in caso di rottura delle trattative stesse, le parti si impegnano a riprendere le discussioni su invito di una di esse o delle autorità di governo senza pregiudizio per le azioni in corso."

2) Struttura e soggetti della contrattazione

  • ...
  • "b) i soggetti della contrattazione collettiva sono in ogni grado e livello le organizzazioni sindacali."
    "La contrattazione interconfederale è di competenza delle Confederazioni nazionali. La contrattazione di categoria è di competenza delle Federazioni e dei sindacati nazionali di categoria."

"Le parti convengono in relazione alla esigenza di dare piena applicazione a tale principio di procedere al riesame dell'accordo interconfederale sui compiti e le funzioni delle Commissioni Interne."7

Il terzo punto, intitolato "Diritti sindacali," contiene quanto è già nel documento della CISL (febbraio 1967) precedentemente riassunto, e poco più. Gli altri punti riguardano i temi seguenti: occupazione; collocamento; formazione e addestramento professionali; salario previdenziale e coordinamento degli istituti contrattuali sulla malattia, gli infortuni e l'anzianità.

"Non turbare con iniziative unilaterali le trattative sindacali fino a quando sono in corso discussioni bilaterali e una delle parti non abbia dichiarato di volerle interrompere; e, in caso di rottura delle trattative stesse, le parti si impegnano a riprendere le discussioni su invito di una di esse o delle autorità di governo senza pregiudizio per le azioni in corso": l'esperienza concreta della recente lotta contrattuale dei metalmeccanici chiarisce cosa significhino tali frasi: mobilitazioni di massa spezzate a metà; tregue continue per aderire agli "inviti a trattare" di questa o quella "autorità," magari fatti nei momenti di maggior difficoltà per i padroni e senza aver niente da dire; in sostanza, direzione burocratica dell'intera vertenza, demoralizzazione degli operai, alla fine sconfitta contrattuale; e cioè, nella sua sola forma attualmente possibile, "centralizzazione" della contrattazione e limitazione delle prerogative tradizionali dei sindacati di categoria da parte delle Confederazioni.

Note

[5] Per ciò che riguarda le eventuali posizioni successive alla Conferenza di Ariccia, si veda la nota 1.

[6] Ciò significa, nella pratica, creare procedure secondo le quali, prima di entrare nel merito delle vertenze, occorrono discussioni tra le parti circa la loro competenza in materia e circa i tempi necessari all'esame della stessa. Quanto ciò si presti a rinviare alle calende greche la soluzione delle vertenze ognuno può costatare.

[7] Per le Commissioni Interne, come si vede, e secondo una vecchia aspirazione della CISL e della destra socialista, è in preparazione un funerale di terza classe. Non si comprende, infatti, quale potrà esserne il ruolo, con i comitati paritetici in vigore nelle aziende, i quali ne assorbiranno, distorte, gran parte delle funzioni. Le Commissioni Interne sono strettamente radicate nelle tradizioni di lotta e nella coscienza del proletariato italiano: per i lavoratori è divenuto naturale rivolgersi ad esse. Sono inoltre rappresentative di tutti i lavoratori, e non dei soli iscritti ai sindacati (in Italia una netta minoranza). La loro liquidazione (od esautorazione totale) creerà un vuoto politico nelle fabbriche e danneggerà i lavoratori sotto tutti i punti di vista; nessun altro organismo sindacale periferico, soprattutto se introdotto in fabbrica con metodi burocratici e una linea di collaborazione di classe, potrà prenderne il posto nella stima e nella coscienza dei lavoratori.

 


In questa analisi del problema, si partirà da un esame delle posizioni della CISL. Non a caso: è di qui che provengono sollecitazioni sempre più pressanti alla CGIL affinché modifichi la propria tradizionale posizione nei confronti dell'accordo quadro.

Ecco ciò che sostanzialmente si dice nella bozza di accordo quadro della CISL cui è stato accennato nella premessa:

"Le organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori sopra indicate, considerato che la struttura della contrattazione collettiva in atto basata essenzialmente sui livelli nazionali intercategoriali e categoriali si è rivelata inadeguata a soddisfare le esigenze fondamentali, sia dei lavoratori che degli imprenditori, nella nuova situazione determinata dal progresso tecnologico, dalle nuove tecniche organizzative adottate dalle imprese, dalla evoluzione economica, nonché dalle nuove condizioni del mercato del lavoro, valutate positivamente le esperienze innovative in atto in numerose importanti categorie dell'industria, concordano su alcuni principi concernenti l'articolazione della contrattazione collettiva, l'applicazione delle norme contrattuali e le relative controversie, il risparmio contrattuale dei lavoratori e le relazioni sindacali."

"Art. 1 - Il contratto nazionale di categoria disciplinerà quegli aspetti del rapporto di lavoro per i quali le parti non raggiungeranno la opportunità del rinvio ad una regolamentazione a livello di settore omogeneo e di azienda."

"Si potranno pertanto individuare nel contratto nazionale di categoria determinati istituti o materie che, per la loro natura, o comunque per accordo delle parti, dovranno essere regolamentati ai livelli sopra indicati di settore o di azienda."

"Art. 2 - I soggetti della contrattazione collettiva saranno in ogni grado da una parte le organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dall'altra le organizzazioni sindacali dei lavoratori."

"La contrattazione nazionale di categoria e quella integrativa di settore saranno di competenza delle federazioni e dei sindacati nazionali di categoria di ciascuna delle parti."

"Competenti per la contrattazione collettiva a livello di azienda saranno da una parte i sindacati provinciali di categoria dei lavoratori, dall'altra le direzioni aziendali assistite dalle organizzazioni territoriali degli industriali, salve le ipotesi previste nei contratti per l'intervento delle organizzazioni sindacali."

"Art. 3 - Le clausole del contratto collettivo nazionale prevederanno i principi generali, i termini, le modalità secondo i quali le associazioni competenti per la contrattazione a livello di settore e di azienda dovranno procedere alla stipulazione degli accordi relativi alle materie che hanno formato oggetto di rinvio ai detti livelli."

"Per quanto riguarda in particolare la contrattazione aziendale, sarà obbligo delle parti, in caso di mancato accordo nei termini prefissati, prevedere il ricorso alle organizzazioni di livello superiore, territoriale o categoriale, per l'ulteriore esame della controversia da esaurirsi entro un periodo di tempo prestabilito."

"Art. 4 - Per la risoluzione delle controversie collettive riguardanti l'interpretazione delle norme dei contratti nazionali, di settore o aziendali le parti contraenti si impegnano a costituire o a far costituire, a livello nazionale, di settore e aziendale, apposite commissioni conciliative, formate da rappresentanti dei sindacati stipulanti. Le parti si impegnano ad accettare e ad osservare, quale espressione della loro volontà contrattuale, quanto sarà stabilito dalle suddette commissioni... "

"Le parti si impegnano a non promuovere, a non partecipare o a far cessare ogni azione diretta prima e durante il corso della procedura conciliativa o arbitrale, sopra prevista."2

"Per la risoluzione delle controversie individuali, relative all'applicazione dei contratti collettivi nazionali, di settore e aziendali, le parti stipulanti il presente accordo, al fine di creare mezzi rapidi e convenienti di composizione, senza escludere il ricorso a quelli esistenti, si impegnano ad inserire, o a far inserire nei contratti nazionali, di settore o aziendali apposite clausole che prevedano procedure di conciliazione, articolate in una o più fasi, con la partecipazione di rappresentanti dei sindacati stipulanti..."3

"Le parti contraenti si impegnano altresì a costituire o a far costituire, a livello di settore o di azienda, commissioni o collegi, incaricati dell'accertamento di controversie relative a materie di particolare contenuto tecnico."

"Art. 7 - Le parti consapevoli che il nuovo sistema contrattuale crea esigenze nuove di funzionalità sindacale ed organizzativa e convinte che il miglioramento continuo delle relazioni sindacali costituisce condizione necessaria per il buon funzionamento del nuovo sistema contrattuale, concordano quanto segue..."

Il documento prosegue con una elencazione di diritti sindacali, quali: l'albo all'ingresso degli stabilimenti a disposizione delle organizzazioni sindacali provinciali firmatarie dell'accordo quadro; locali nell'azienda a disposizione delle medesime organizzazioni per riunioni; la trattenuta dei contributi sindacali da parte delle amministrazioni aziendali; i permessi retribuiti per i lavoratori membri di organismi sindacali, nell'occasione di riunioni di questi ultimi; l'aspettativa per l'adempimento di funzioni sindacali da parte di lavoratori.

Nello stesso periodo in cui la CISL elaborava la bozza di accordo quadro qui ampiamente riprodotta, il Consiglio Generale della CISL approvava alcuni documenti sulla politica generale della Confederazione, nei quali si rivendicano "una autonoma competenza" delle Confederazioni sindacali "a trattare i problemi e le materie di carattere generale che riguardano un grande settore o più grandi settori"; "l'assistenza e il coordinamento dell'attività" con riferimento particolare "alla contrattazione nazionale di categoria, per garantire la necessaria omogeneità di indirizzi e di strategie, l'equilibrio e la coerenza del disegno rivendicativo generale e la sua conformità alle nostre politiche"; "l'aggiornamento e l'elaborazione delle linee fondamentali delle politiche salariali."

Segue poi un'elencazione delle prerogative delle Federazioni nazionali di categoria, dei sindacati provinciali di categoria e delle Unioni provinciali. Successivamente si entra nel merito di cosiddette "regole di comportamento nella preparazione e nella condotta dell'azione sindacale," le quali si riferiscono, tra l'altro, a "la consultazione tra le varie istanze prima di decidere il ricorso allo sciopero e alla lotta sindacale e la natura vincolante delle decisioni degli organi di coordinamento"; ciò significa che "mentre si confermano le procedure di consultazione previste per i settori pubblici non può non sottolinearsi l'esigenza, in via normale, di analoghe consultazioni anche per gli altri settori, e in particolare per quelli industriali che, come l'industria di base e le fonti di energia, condizionano tutta l'attività produttiva. In tali casi se interviene una decisione formale dell'organo di coordinamento essa non può essere disattesa dall'organizzazione di categoria e da quella comunque soggetta al coordinamento."4

È evidente come il testo della bozza di accordo quadro si collochi come parte della linea generale che scaturisce dai documenti del febbraio 1967 del Consiglio Generale della CISL; è del pari evidente come, prima ancora che un qualsiasi accordo quadro sia stato firmato in Italia, esso in parte già abbia cominciato ad operare (si pensi all'ampio spazio che nei contratti nazionali di categoria dell'ultimo anno e mezzo viene dedicato ai cosiddetti diritti di contrattazione, alla costituzione di commissioni tecniche paritetiche aziendali per la risoluzione di vertenze individuali e collettive in certe materie, ecc.). È infine evidente come le preoccupazioni di fondo della CISL siano due: 1) tendere ad una centralizzazione sempre più marcata della contrattazione collettiva, che accentui le prerogative delle Confederazioni e riduca a funzioni sempre più meramente esecutive i sindacati di categoria (lo stesso potrebbe dirsi per ciò che riguarda i rapporti tra sindacati nazionali e provinciali, tra sindacati provinciali e sezioni sindacali); 2) creare una complessa stratificazione di organismi che, partendo dall'azienda per arrivare al livello nazionale, affrontino le controversie che maturano sui luoghi di lavoro secondo una serie di tecniche procedurali, bloccando il ricorso alla lotta da parte dei lavoratori. Di qui parte tutta la politica di costituzione dei comitati tecnici paritetici e di svuotamento ed esautoramento progressivi delle Commissioni Interne.

Tali preoccupazioni di fondo della CISL si saldano a quella che è la sua politica salariale generale e, quindi, a ciò che la caratterizza come organizzazione sindacale legata agli equilibri e alle sorti del sistema capitalistico: la politica salariale della CISL è nota sotto i nomi di "politica dei redditi" e di "risparmio contrattuale" in quanto propone una dinamica salariale subordinata alla dinamica della produttività, il che più concretamente significa subordinata all'andamento del saggio di profitto capitalistico; più in generale la CISL si prefigge di conseguire per le organizzazioni sindacali che operano in Italia una collocazione di forza, al fianco del Governo e delle organizzazioni imprenditoriali, per quanto riguarda l'elaborazione delle linee generali di sviluppo della nostra economia. Tutta la letteratura economica del neocapitalismo si compiace di assegnare ai sindacati un ruolo di coscienti co-gestori — accanto alle associazioni imprenditoriali e al capitale di Stato — dell'economia capitalistica; tutto ciò a certe condizioni precise, che si chiamano in vari modi, che significano tutte una corresponsabilità (o una responsabilità maggiore) da parte del sindacato nel controllo della dinamica salariale e di tutte le agitazioni e rivendicazioni operaie, affinché il sistema non solo non si inceppi, ma da un certo tipo di dinamica tragga giovamento. L'esperienza di molti paesi capitalistici si è incaricata di dimostrare che le formulazioni generali di questa politica, prima riassunte, non sono solamente borghesi: sono pure in larga misura utopistiche; il significato più concreto di questa politica sembra essere quello, molto sporco e prosaico, di impedire burocraticamente al proletariato di esprimere completamente le proprie rivendicazioni, di lottare per esse con i mezzi necessari, e di porsi l'obiettivo del rovesciamento dei rapporti di potere in quanto il sistema capitalistico non è in grado di fare sostanziali concessioni (nel documento della CISL del febbraio 1967, prima ampiamente citato, si sottolinea la necessità di "un giusto equilibrio tra l'esigenza di consultazione dei lavoratori ed il ruolo di indirizzo e di guida che il sindacato deve esercitare nei confronti delle istanze e delle spinte rivendicative di base").

Note

[2] Le sottolineature sono degli autori della "lettera aperta." Il significato delle frasi è preciso: il sindacato si impegna a fare il pompiere.

[3] Procedure di conciliazione quali quelle qui auspicate si trovano nei nuovi contratti di lavoro del settore metalmeccanico; procedure talmente macchinose (i lavoratori possono essere costretti a passare e ripassare attraverso capi, Commissioni Interne, comitati paritetici. Sezioni Sindacali, sindacati provinciali, ecc.) da richiedere periodi lunghissimi per la risoluzione per questa via di parecchie vertenze (due-tre anni): col risultato non solo di escludere (questa è la ragione delle procedure) il ricorso alla lotta, ma anche di lasciare ampio spazio, di fatto, a transazioni dirette tra lavoratori e direzioni, per risolvere rapidamente le vertenze, e senza che in tali transazioni i lavoratori siano tutelati da qualsiasi organismo sindacale.

[4] La sottolineatura è degli autori della "lettera aperta": in questi passi si sostiene addirittura la necessità di sabotare in concreto l'azione sindacale di certe categorie attraverso la prassi delle procedure di consultazione (per esempio ai tranvieri in agitazione potranno essere contrapposti gli "interessi" dei lavoratori che hanno bisogno dei mezzi tranviari per recarsi al lavoro, ecc.). Tali procedure inoltre significano largo preavviso, da parte dei lavoratori, ai datori di lavoro, circa il calendario delle azioni di lotta: onde questi ultimi si preparino, per l'interesse pubblico," a farvi fronte meglio che possono. Tale prassi è recentemente entrata in vigore nelle ferrovie, e viene minacciata apertamente per altri settori, per esempio i siderurgici e gli elettrici.

 


Lettera aperta ai militanti della Confederazione Generale Italiana del Lavoro e dei partiti operai

Per il sindacato di classe, no alla politica di accordo quadro, no alla politica di collaborazione tra sindacati, capitale, Stato borghese!

 

Lettera aperta ai militantiMilano, 1967

È oggi al centro dell'attenzione dei militanti della CGIL la questione dell'accordo quadro, cioè un accordo, firmato dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e padronali, che dovrebbe definire "alcuni principi concernenti l'articolazione della contrattazione collettiva, l'applicazione delle norme contrattuali e le relative controversie, il risparmio contrattuale dei lavoratori e le relazioni sindacali."

Questa "lettera aperta" è stata stesa da un gruppo di militanti della CGIL, i quali intendono esprimere al più vasto numero di militanti del movimento operaio la loro opinione ostile a che la Confederazione giunga a firmare un accordo quadro di qualsiasi natura. In questa direzione purtroppo marcia l'attuale direzione della CGIL, come appare dall'insieme delle sue prese di posizione e dagli sviluppi della sua politica nell'ultimo periodo.

Indice

È oggi al centro dell'attenzione dei militanti della CGIL la questione dell'accordo quadro. Con tale denominazione si intende un accordo, firmato dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e padronali, che dovrebbe definire "alcuni principi concernenti l'articolazione della contrattazione collettiva, l'applicazione delle norme contrattuali e le relative controversie, il risparmio contrattuale dei lavoratori e le relazioni sindacali." Ciò almeno secondo una bozza di accordo quadro proposta dalla CISL nel febbraio 1967. È noto come la CISL venga da lungo tempo sostenendo la necessità di un accordo che regoli la contrattazione collettiva tra sindacati e associazioni padronali; è pure noto come la CGIL si sia in passato sempre opposta a tale proposta, sulla base di argomentazioni di principio, che verranno riprese e ampliate in questa "lettera aperta."

Questa "lettera aperta" è stata stesa da un gruppo di militanti della CGIL, i quali intendono esprimere al più vasto numero di militanti del movimento operaio la loro opinione ostile a che la Confederazione giunga a firmare un accordo quadro di qualsiasi natura. In questa direzione purtroppo marcia l'attuale direzione della CGIL, come appare dall'insieme delle sue prese di posizione e dagli sviluppi della sua politica nell'ultimo periodo.

Nella parte iniziale della "lettera aperta" vengono riportate ampie citazioni da documenti tanto della CISL che della CGIL, a riprova di come le due Confederazioni principali tendano a collocarsi su una posizione comune e sostanzialmente favorevole circa l'accordo quadro. La lunghezza di alcuni brani citati certamente appesantisce la prima parte della "lettera aperta"; è parso però opportuno evitare citazioni troppo brevi, per due ragioni: 1) che i documenti riportati ampiamente sono poco conosciuti; 2) che vuole essere evitata l'accusa di aver fornito a chi legge la "lettera aperta" un quadro deformato delle reali posizioni della CGIL, grazie ad un uso sapiente di brevi frasi tolte da questo o quel documento.

Note

[1] La Conferenza nazionale consultiva della CGIL, tenutasi ai primi di ottobre di quest'anno ad Ariccia, avrebbe visto i dirigenti della Confederazione apparentemente accantonare la questione dell'accordo quadro. Gli autori della "lettera aperta" ritengono però che si tratti al massimo di una battuta d'arresto provvisoria, dovuta alle forti critiche di base alla politica attuale della Confederazione, e ritengono che probabilmente presto riprenderanno i tentativi al vertice della CGIL di giungere a far firmare ad essa, con le altre Confederazioni e le associazioni padronali, un accordo quadro. La documentazione riportata in questa "lettera aperta" è tale da dimostrare come l'accordo quadro costituisca un momento importante di una politica generale, in corso negli ultimi anni, della CGIL e del movimento operaio. Attualmente, in assenza di un accordo quadro firmato, andrà avanti comunque una politica dalla quale appare come i vertici della Confederazione siano entrati nella logica della collaborazione di classe. Anche quest'ultima affermazione gli autori della "lettera aperta" si propongono di dimostrare.

 


Si trovano dei compagni la cui opinione sulla guerra può riassumersi in queste parole: la guerra non si deve fare, ma ora che siamo impegnati come si fa ad essere contrari?

Chi dice questo, ritiene evidentemente desiderabile, anche nell'interesse del proletariato, che la guerra finisca bene e sia coronata dal successo e dalla gloria per le armi italiane.

Io credo che questa sia una concessione vera e propria all'idea nazionalista e derivi dal falso concetto dell' "interesse del proletariato" che molti hanno, e che ha condotti tanti compagni alle degenerazioni più aberranti del socialismo.

Quando il socialismo afferma la solidarietà degli sfruttati che lavorano, trasformando l'interesse di ognuno di loro nell'interesse collettivo della classe, arriva anche a posporre il bene di alcuni individui al bene collettivo, determinando quei sentimenti di rinunzia e di sacrificio in mezzo ai proletari più coscienti dell'avvenire di classe. Proprio nello stesso modo l'interesse attuale degli operai si trasforma nel bene futuro dell'intiero proletariato, e le masse socialiste divengono capaci di rinunzie collettive alle piccole conquiste di oggi, in vista della grande conquista dell'avvenire.