Lotte in corso. ITALIA
Il 22 luglio 2026 rappresenta una svolta nelle relazioni sindacali di Amazon in Italia: in questa data la multinazionale americana ha firmato il primo accordo collettivo nazionale della sua storia, che dovrebbe essere valido per tutti i siti logistici presenti nel Paese. L'intesa, raggiunta con Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uiltrasporti, disciplina temi come videosorveglianza, permessi, congedi e "diritti" dei lavoratori, rafforzando le tutele previste dal contratto nazionale della logistica. L'accordo esclude l'uso delle immagini a fini disciplinari e introduce condizioni più favorevoli per l'utilizzo dei congedi parentali e delle ferie solidali. Per i sindacati si tratta di un risultato senza precedenti, che rappresenta l'evoluzione del protocollo sulle relazioni industriali firmato nel 2021 e un passo avanti nel riconoscimento dei diritti dei lavoratori Amazon. Si tratta, infatti, del primo caso al mondo di un accordo collettivo nazionale sottoscritto da Amazon.
Cinque anni dopo il licenziamento collettivo, i metalmeccanici toscani della storica multinazionale britannica sono ancora in piazza, stretti tra movimentismo e interclassismo
Lo scorso 12 luglio, il parco urbano di Villa Montalvo a Campi Bisenzio (FI) ha ospitato una giornata di iniziative per il quinto anniversario dell'assemblea permanente dell'ex GKN, con la presentazione delle azioni future e momenti conviviali.
L'assemblea permanente parte dopo il 9 luglio 2021, quando GKN Driveline, di proprietà del fondo inglese Melrose Industries e produttrice di componenti per automobili e velivoli, comunica via e-mail l'apertura della procedura di licenziamento collettivo per 422 lavoratori. Nessun preavviso, nessuna trattativa, nessun coinvolgimento sindacale: una mail, mentre la fabbrica era chiusa per ferie concordate. In meno di un'ora un centinaio di operai rientra ai cancelli. Non è un presidio, non è nemmeno un'occupazione in senso classico: è un'assemblea permanente, che da quel giorno non si è più sciolta. Il 19 settembre 2021, decine di migliaia di persone partecipano ad un corteo nazionale a Firenze contro i licenziamenti, una delle più grandi mobilitazioni convocate da operai degli ultimi anni in Italia.
Gli hub di Carmignano, Campi Bisenzio, Pistoia, Tortona, Settimo Torinese, Albairate, Verona, Piacenza, Modena, Bologna, Bergamo, Brescia, Parma, Roma e Mantova dimostrano che la lotta dei lavoratori è comune
Non sono casi isolati, né novità: la logistica, ancora una volta, si conferma uno dei terreni di scontro tra lavoro e capitale. Un settore poco visibile — magazzini fuori dai centri urbani, capannoni anonimi lungo le tangenziali, orari notturni, manodopera in prevalenza migrante, subappalti a cascata che rendono difficile perfino individuare chi sia il vero datore di lavoro — e che invece, puntualmente, torna sotto i riflettori proprio quando i lavoratori decidono di bloccarne gli ingranaggi.
È un comparto nato e cresciuto sulla frammentazione: cooperative, ditte in appalto, corrieri che di indipendente hanno solo il nome, piattaforme che scaricano su terzi ogni responsabilità e ogni costo. È un comparto che si regge su turni massacranti, ritmi da capolinea, cambi di appalto al ribasso che ogni volta significano un pezzo di salario in meno, mezzi spesso fatiscenti, sicurezza sacrificata sull'altare della consegna in giornata.
Le ultime settimane hanno visto un susseguirsi di scioperi e picchetti in tutta Italia.
Riceviamo e pubblichiamo.
La giornata di sciopero del 22 giugno degli operatori e delle operatrici del SAD, indetta dal sindacato USB, è stata un momento importante per i lavoratori. Una piattaforma di sciopero chiara che si è posta come obiettivo minimo quello di impedire l'adozione della timbratura digitale. Il software per l'assistenza domiciliare che vorrebbe introdurre CADIAI si chiama Uno.DoMo. Si tratta di un prodotto Zucchetti: un'azienda leader che offre una molteplicità di servizi a cooperative e aziende appartenenti ai più svariati settori: software e gestionali per la gestione di ore e buste paga, diffusione di circolari, selezione di risorse umane, ecc.
Anziché occuparsi dei problemi dei propri lavoratori, in perenne difficoltà, a causa dei miseri salari, nell'arrivare a fine mese, cooperative come CADIAI, mobilitando risorse economiche importanti e destinabili diversamente (buoni pasto, dispositivi di sicurezza, mezzi di trasporto aziendali), continuano a pensare a come spremere al meglio la forza lavoro. L'adozione di dispositivi marcatempo come Uno.DoMo risponde esattamente alla necessità dei nostri sfruttatori di introdurre misure di controllo sempre più invasive, per contarci il minuto e frammentare ulteriormente il nostro lavoro che, sulla base di questa logica, diventa praticamente un lavoro a cottimo. La dimensione profondamente umana e sociale legata al nostro lavoro di cura viene così negata per lasciare spazio al cronometraggio degli interventi domiciliari, sempre più brevi e di minor qualità.
Riceviamo e pubblichiamo.
Un'iniziativa di coordinamento autonomo dei lavoratori della Coop Cadiai
Il 22 giugno è stato indetto lo sciopero degli operatori socio-sanitari impiegati nei servizi comunali di assistenza domiciliare in appalto, gestiti dalle cooperative del consorzio Alberedan (Cadiai, Dolce, Ancora, Assocoop). Lo sciopero è stato proclamato per ora dal solo sindacato di base USB, dopo che diversi gruppi di lavoratori e lavoratrici si sono attivati per protestare contro condizioni di lavoro in via di sempre più rapido peggioramento.
I bonzi sindacali puntano tutto sulla mediazione sociale e sulla conservazione del proprio ruolo nei tavoli negoziali, ma il malcontento sociale potrebbe sfuggirgli di mano
Lo sciopero del 29 maggio si inserisce in una fase caratterizzata da una crescita delle mobilitazioni promosse dal sindacalismo di base e dal movimentismo. Proclamato da CUB, SGB, SI Cobas, ADL Varese, USI e USI-CIT, e con l'adesione di organizzazioni palestinesi attive in Italia, ha coinvolto l'intero territorio nazionale e numerosi settori produttivi e dei servizi (trasporti, scuola, sanità, amministrazione pubblica), provocando disagi diffusi e un'ampia partecipazione a cortei e presìdi.
Paghe basse e ritmi alti alimentano il malcontento dei lavoratori
Sabato 28 febbraio i ciclofattorini delle piattaforme di consegna di cibo - comunemente definiti rider - hanno interrotto le consegne a Milano, Torino, Bologna, Palermo, Padova, Livorno, Rimini e altre città italiane.
Come in altre parti del mondo , mentre "tra i vari marchi c'è una concorrenza sfrenata per accaparrarsi fette di mercato, i lavoratori hanno interessi comuni e possono farli valere se si uniscono e adoperano con intelligenza i propri strumenti di lavoro".

Alcune considerazioni a margine della manifestazione del 31 gennaio contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna al civico 47 di corso Regina Margherita
Il corteo che si è svolto a Torino il 31 gennaio, anche se organizzato per un motivo specifico, ovvero in risposta allo sgombero dello storico centro sociale avvenuto lo scorso dicembre, si pone in continuità – almeno come partecipazione - con gli scioperi generali per Gaza del 2025, che hanno coinvolto direttamente i luoghi di lavoro e diversi settori, tra cui il trasporto pubblico locale, le fabbriche, le ferrovie, la scuola e i porti.
Le motivazioni profonde che hanno riempito le piazze lo scorso anno, così come di recente a Torino, vanno ricercate in un disagio crescente dovuto al peggioramento delle condizioni di vita, non solo in termini strettamente economici ma anche di insicurezza verso il futuro, dato l'estendersi delle guerre e la preoccupazione che questa realtà produce nelle nuove generazioni (vedi ondata di lotta della "Generazione Z").
Torino aveva visto una vivace presenza giovanile durante le mobilitazioni Pro-Palestina, e registra diversi episodi repressivi, con fermi, arresti e denunce. Il capoluogo piemontese si configura da sempre come un laboratorio politico, ma anche repressivo. Città con una lunga storia di lotte operaie, oggi senza più fabbriche, vede crescere precarietà e disoccupazione. La provincia di Torino è la più cassaintegrata d'Italia.
La manifestazione del 31 gennaio è stata molto partecipata, il conteggio va dalle 20.000 persone stimate dalla Questura alle 50.000 dichiarate dagli organizzatori, cifra più attinente alla realtà. Al di là del solito balletto delle cifre, le foto e i video del corteo testimoniamo una notevole presenza di manifestanti che ricorda le manifestazioni passate all'insegna dello slogan "blocchiamo tutto!"
Osservando il lungo serpentone che si snodava lungo corso Vittorio Emanuele, si percepiva un certo scollamento della massa dei manifestanti dagli slogan lanciati dai microfoni, come ad esempio "Torino è partigiana". Ciò che emergeva, invece, era la voglia di scendere in piazza contro qualcosa, pur non avendo ancora ben chiaro per cosa.
Quando la testa del corteo è arrivata all'incrocio tra corso San Maurizio (attiguo al centro città) e corso Regina Margherita dove si trova la sede espropriata del centro sociale, una parte ha svoltato verso di essa, presidiata da ingenti forze di polizia. Si sono quindi verificati scontri tra forze dell'ordine e manifestanti, con lancio di fuochi d'artificio da una parte e getti d'acqua e lacrimogeni dall'altra.
Buona parte del corteo è rimasta in corso Regina in attesa di vedere come evolvesse la situazione, evitando di fatto che la polizia mettesse in campo un'operazione a tenaglia contro chi si scontrava con i reparti antisommossa nei pressi di Askatasuna. La manifestazione si è sciolta quando i manifestanti provenienti da fuori città sono saliti sui pullman in zona corso Regio Parco, punto di ritrovo previsto per la fine della mobilitazione. La quale, in ultima analisi, si è svolta senza sconvolgere i piani della Questura: non è passata per Piazza Castello, luogo in cui avrebbero dovuto confluire i tre cortei partiti da Porta Susa, Porta Nuova e dall'Università (Palazzo Nuovo), mentre il centro storico, dove sono presenti i palazzi delle istituzioni e i negozi di lusso, è stato messo in "sicurezza", con grande sollievo della borghesia cittadina.
Gli scontri davanti al centro sociale sono risultati una valvola di sfogo prima della conclusione del corteo, abilmente utilizzati dalla "società dello spettacolo" per invocare misure "legge e ordine", già in programma da tempo, e non solo ad opera dell'attuale governo di destra. La canea giornalistica si è subito scatenata, in particolare contro gli "incappucciati"; per tutta risposta, sono stati pubblicati video che documentano come anche i poliziotti abbiano bastonato con violenza i manifestanti (ma anche dei malcapitati di passaggio). Il dibattitto violenza/non-violenza ha un contenuto esclusivamente morale e ideologico; la realtà è che viviamo in una società intrinsecamente violenta, dato che è divisa in classi economicamente antagoniste. La necessità di una "blindatura democratica" è un processo in atto da anni, ben visibile oggi negli Stati Uniti, con l'utilizzo delle milizie dell'ICE e l'impiego della Guardia Nazionale per contrastare una presunta emergenza di criminalità.
Per aprire una breccia nella cappa di piombo corporativa che tutto soffoca, sarebbe quantomai necessario un cambio di paradigma, sarebbe necessario smettere di giocare al gioco predisposto dagli apparati di sicurezza. Serve dunque un game changer, il che vuol dire rompere con il solito tran-tran e le consunte ritualità di piazza.
A titolo d'esempio, potrebbe essere utile guardare all'esperienza del movimento Occupy Wall Street, che nel 2011 aveva lanciato una mobilitazione permanente tramite l'occupazione in pianta stabile delle piazze, per dare vita ad una "contro-società", un luogo sicuro e aperto per il 99% in lotta contro il sistema dell'1%. Il movimento Occupy, il cui organo di coordinamento era l'Assemblea Generale, si strutturò a rete, senza leader e gerarchie, voltando le spalle alla politica parlamentare e trovando in sé contenuti, forza ed energia per diffondersi a livello globale all'insegna dello slogan "Occupy the World together".
Se lo Stato e i capitalisti tendono a dismettere la produzione di acciaio, non ha senso battersi perchè le fabbriche rimangano aperte
L'agitazione operaia, che ha portato a scioperi, presidi e blocchi del traffico in varie città italiane, è la risposta alla presentazione del piano denominato "ciclo corto" presentato dal governo per l'ex Ilva, che prevedeva una riduzione della produzione e un massiccio ricorso alla cassa integrazione per migliaia di lavoratori. I sindacati hanno detto che, in assenza di un piano industriale solido, si sta di fatto puntando alla chiusura degli stabilimenti Acciaierie d'Italia S.p.A. in amministrazione straordinaria.
Attualmente l'ex Ilva lavora a ritmi ridotti: su 8mila dipendenti complessivi ne sono in cassa integrazione circa la metà.
I metalmeccanici sono scesi in strada al grido di "lavoro, lavoro!", chiedendo il rilancio della siderurgia italiana, che non sarebbe adeguatamente tutelata dal governo: i bonzi sindacali riescono ancora ad incanalare la rabbia degli operai all'interno dei binari delle compatibilità capitalistiche, "suggerendo" ai lavoratori slogan che appartengono alla classe nemica. La terribile parola d'ordine del "diritto al lavoro" non è che la triste liturgia di una Religione del Lavoro, quindi del Capitale. Essa risulta particolarmente fuorviante in un'epoca in cui lo stesso capitalismo sostituisce sempre più lavoratori con sistemi di macchine. L'acciaio è una merce prodotta in un mercato internazionale (i maggiori produttori sono Cina e India) e vince chi lo produce a prezzi inferiori, gli altri sono destinati a chiudere. Vogliamo quindi farci sfruttare di più per essere più competitivi? Se il capitalismo offre solo miseria e guerra, ad esso i lavoratori dovrebbero contrapporre la difesa intransigente dei loro interessi, cominciando con la riscoperta di parole d'ordine come la riduzione della giornata lavorativa e il salario ai disoccupati.
Sull'onda di quanto sta succedendo in altre parti del mondo, anche in Italia si registrano segnali di fibrillazione sociale.
Dopo le 4 ore di astensione dal lavoro indette dalla CGIL nella giornata di venerdì 19 settembre, lunedì 22 è stata la volta dello "sciopero per Gaza", organizzato dai sindacati di base (USB, CUB, ADL ed altri) e dalle associazioni pro-Palestina. La mobilitazione è stata indetta anche in solidarietà alla Global Sumud Flotilla, la missione umanitaria internazionale che ha l'obiettivo di portare beni di prima necessità nella Striscia di Gaza e di rompere il blocco navale imposto da Israele. Il 22 in decine di migliaia hanno manifestato nelle maggiori città italiane, e secondo alcune stime sono state oltre 500.000 le persone scese in piazza. La mobilitazione ha interessato diversi settori, tra cui il trasporto pubblico locale, le ferrovie, la scuola e i porti.
Alcuni gruppi di manifestanti hanno adottato i metodi dei bloqueurs francesi, ossia il blocco della viabilità e degli snodi strategici. A Milano si sono registrati scontri con la polizia nei pressi della stazione Centrale; a Bologna, sulla tangenziale, ci sono stati contatti tra manifestanti e forze dell'ordine; a Roma, per evitare un aumento della tensione, la polizia ha consentito l’occupazione della Tangenziale est per alcune ore. Altri blocchi sono avvenuti a Torino, Napoli, Firenze, Brescia, Catania, Genova, e sono stati segnalati "disagi" nei porti di La Spezia, Ravenna, Trieste, Livorno e Marghera.